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GIUSTIZIA, ADESSO BASTA: DA REGGIO CALABRIA IL CALCIO AL CONFORMISMO CHE BLOCCA L'ITALIA

Calabria, la giustizia e il coraggio di una politica che non si vergogna di cambiare lo Stato

Da Reggio Calabria una lezione nazionale: la riforma della giustizia torna ad essere una battaglia di libertà, di equilibrio, di civiltà giuridica.

 Non è propaganda, è civiltà: se il giudice non è terzo, lo Stato è un trucco. Cannizzaro e Forza Italia rompono l'incantesimo delle toghe intoccabili.

di Luigi Palamara.


Esiste una parola che in Italia pesa più delle altre: giustizia. Non perché funzioni sempre, ma perché quando sbaglia lascia ferite che non si rimarginano. Ferite nelle vite delle persone, nelle famiglie, nella fiducia dei cittadini verso lo Stato. E quando uno Stato fa arrestare un innocente, quando lo priva della libertà e poi si limita a risarcirlo con qualche euro e molte scuse tardive, non è solo un errore giudiziario: è una sconfitta della democrazia.

In Calabria, dove le cronache parlano troppo spesso di ingiuste detenzioni e processi che arrivano tardi o finiscono male, il tema della giustizia non è una teoria da convegno. È una questione concreta, che riguarda la vita delle persone. Per questo il dibattito sulla riforma della giustizia non può essere liquidato come una battaglia politica o come l’ennesimo scontro tra destra e sinistra. È qualcosa di più serio: è la domanda, antica e mai risolta, su come garantire davvero un giudice libero, terzo e imparziale.

Il punto è tutto qui. E su questo punto si gioca una partita che riguarda non solo i magistrati o i politici, ma la credibilità stessa dello Stato. Perché uno Stato forte non è quello che arresta di più. È quello che sbaglia di meno. E quando sbaglia, ha il coraggio di cambiare.

Reggio Calabria 8 marzo 2026. Ci sono giornate che, per il cinismo del nostro tempo, vengono archiviate in fretta sotto la voce “iniziative di partito”. Si annota il nome del promotore, si conta il numero dei presenti, si registra qualche slogan, si archivia l’applauso, si passa oltre. È il destino mediocre di quasi tutto ciò che oggi transita nella vita pubblica italiana: essere guardato di sbieco, valutato con sufficienza, ridotto a manovra, a collocazione, a propaganda.

Eppure ogni tanto accade qualcosa di diverso.
Accade che una sala piena non sia soltanto una fotografia.
Accade che un convegno non sia un rito.
Accade che una iniziativa politica non sia una pratica notarile della democrazia, ma torni ad essere ciò che dovrebbe sempre essere: un momento nel quale una classe dirigente decide di assumersi una responsabilità, di misurarsi con una questione vera, di parlare al Paese senza il paracadute del conformismo.

Questo è accaduto a Reggio Calabria, nella Sala Monteleone di Palazzo Campanella, nel convegno “Calabria Sì”, voluto da Francesco Cannizzaro e da Forza Italia.

Non è stato un semplice incontro sul referendum.
È stato qualcosa di più impegnativo e, per questo, più significativo: il tentativo di restituire alla riforma della giustizia il suo carattere originario di questione nazionale, di questione democratica, di questione morale nel senso più alto e meno moralistico del termine.

Perché qui non si tratta di stabilire se una parte politica debba segnare un punto sull’altra. Non si tratta di piazzare una bandierina, di intestarsi un dossier, di occupare uno spazio televisivo. Qui si tratta di decidere se in Italia vogliamo continuare a convivere con un sistema nel quale troppe volte il cittadino sperimenta la giustizia come paura, o se invece vogliamo finalmente costruire un assetto in cui la giustizia torni a essere tutela, equilibrio, garanzia, credibilità dello Stato.

Questa è la vera materia del contendere.
E questa, in fondo, è stata la sostanza di ogni intervento ascoltato in quella sala.

La prima notizia: una sala piena per la giustizia

Bisogna partire da ciò che molti cronisti sbrigativi considererebbero un dettaglio: la presenza.
La sala piena.
I posti occupati.
La partecipazione larga, attenta, viva.

Non è un dettaglio. È il primo fatto politico.

Perché quando un tema apparentemente tecnico, perfino ostico, come la riforma della giustizia, riesce a mobilitare amministratori, professionisti, avvocati, cittadini, militanti e semplici curiosi in una domenica mattina, significa due cose. La prima: che il tema è sentito molto più di quanto racconti la superficie mediatica. La seconda: che c’è ancora, in una parte del Paese, un bisogno autentico di politica pensata, spiegata, discussa.

Siamo abituati a una politica che si rivolge alle viscere per non parlare alla testa.
A una politica che consuma tutto in slogan, in urla, in caricature.
A una politica che, di fronte ai temi complessi, preferisce l’ammuina.

E invece a Reggio Calabria si è visto qualcosa di diverso.
Si è visto un pubblico disposto ad ascoltare.
Si è visto un gruppo dirigente disposto a esporsi.
Si è vista una battaglia affrontata non con l’ansia di semplificare tutto, ma con il coraggio di spiegare.

Ed è già un fatto notevole.

Francesco Cannizzaro: la politica come responsabilità personale

La regia dell’intera giornata è stata di Francesco Cannizzaro. E bisogna dirlo subito con chiarezza: senza la sua impronta, senza la sua ostinazione, senza il suo modo di tenere insieme territorio e battaglia nazionale, quel convegno non avrebbe avuto lo stesso spessore.

Cannizzaro ha aperto i lavori con un intervento che, a leggerlo superficialmente, potrebbe sembrare un’introduzione. In realtà era già una dichiarazione di metodo e di sostanza.

Il suo primo merito è stato questo: non ha fatto finta che la riforma fosse una faccenda neutra.
Non ha nascosto il carattere politico della battaglia.
Non ha usato il trucco, molto italiano, di spacciare per tecnico ciò che è politico per non assumersene il peso.

Al contrario, ha detto una cosa elementare ma oggi quasi scandalosa: questa riforma sta nel programma del centrodestra, fa parte del mandato ricevuto dagli elettori, e il fatto che sia politica non la squalifica; semmai la legittima. In una democrazia rappresentativa le riforme non cadono dal cielo come tavolette della legge. Nascono da idee, da programmi, da visioni del rapporto tra Stato e cittadino. E poi cercano un consenso.

In questa semplicità c’è un tratto che manca spesso alla politica italiana: la coerenza.
Cannizzaro ha rivendicato il fatto che il centrodestra stia tentando di realizzare ciò che aveva promesso. E ha fatto bene. Perché il grande disastro civile della nostra vita pubblica non è solo l’inconcludenza; è l’abitudine a considerarla normale. Programmi scritti per essere dimenticati, impegni proclamati per essere traditi, elettori chiamati al voto e poi trattati come comparse. In questo quadro, ricordare che una promessa va onorata è quasi un atto sovversivo.

Ma Cannizzaro è andato oltre.
Ha toccato un nervo che in Calabria pesa più che altrove, ma che riguarda l’intero Paese: il rapporto tra giustizia, impresa, amministrazione, reputazione.

Ha parlato delle aziende sane colpite, dei sequestri, dei dissequestri arrivati troppo tardi, del lavoro distrutto, di vite piegate da procedimenti poi conclusi con l’estraneità ai fatti. E qui bisogna essere molto netti, per evitare ogni equivoco. Nessuno, tantomeno Cannizzaro, ha messo in discussione la lotta alla ’ndrangheta, la necessità di colpire le infiltrazioni, il dovere di reprimere la collusione criminale. Sarebbe una volgarità interpretare così quel passaggio.

Il punto era un altro, molto più serio: in uno Stato di diritto il contrasto alla criminalità deve essere fermo, ma non può essere cieco. Deve essere efficace, ma non può diventare automatico. Deve colpire il colpevole senza sterminare l’innocente. Perché altrimenti il risultato è duplice: il crimine non viene sconfitto meglio e lo Stato perde credibilità.

Il momento più forte del suo intervento è arrivato con i numeri delle ingiuste detenzioni: 220 milioni di euro di risarcimenti in Italia, 78 milioni in Calabria, 50 milioni nella sola Reggio Calabria. Sono cifre che dovrebbero togliere il sonno a qualunque coscienza pubblica. Perché dietro quei numeri non c’è una contabilità astratta. Ci sono giorni di carcere. Ci sono esistenze umiliate. Ci sono famiglie sfondate. Ci sono attività economiche annientate. E poi c’è lo Stato che paga, sì, ma paga troppo tardi e paga comunque male, perché nessuna somma restituisce la normalità perduta.

Cannizzaro, in sostanza, ha fatto una scelta politica precisa: ha portato la riforma fuori dal recinto della tecnica e l’ha collocata nel luogo giusto, cioè nel punto in cui la giustizia incrocia la carne viva della società. È lì che una riforma smette di essere un dossier e diventa una necessità.

Tonino Maiolino: la sobrietà di chi riporta la questione al cittadino

In un convegno denso di riferimenti storici, tecnici, politici, l’intervento di Tonino Maiolino ha avuto il pregio della sobrietà. E non è un pregio minore.

Maiolino ha fatto ciò che spesso gli interventi brevi non riescono a fare: ha ricondotto la discussione al suo centro umano. Ha ricordato che la giustizia non è una materia per specialisti e basta, ma una questione che tocca la reputazione, la libertà, la serenità, la vita quotidiana del cittadino e dell’impresa.

Quando ha evocato l’articolo 111 della Costituzione, non l’ha fatto con l’enfasi da liturgia costituzionale. Lo ha fatto nel modo giusto: per dire che la riforma non inventa un principio nuovo, ma prova a dare concretezza a un principio che già esiste, e cioè il giudice terzo e imparziale nel contraddittorio tra le parti.

La sua insistenza sul voto del 22 e 23 marzo andava nella stessa direzione. Non un appello rituale alle urne, ma il richiamo a una responsabilità precisa: se la giustizia è un potere dello Stato che incide così profondamente sulla vita delle persone, allora non ci si può chiamare fuori. La delega passiva non è neutralità. È resa.

Maiolino ha usato la parola libertà in modo corretto, senza retorica. È una parola che in Italia si usa troppo spesso per coprire interessi privati; qui invece è stata usata nel senso classico, liberale, costituzionale: libertà come protezione del cittadino contro gli squilibri del potere.

Domenico Giannetta: lo Stato si rafforza quando corregge sé stesso

L’intervento di Domenico Giannetta ha avuto un respiro diverso. Più istituzionale, più sistemico, ma non per questo meno politico.

Giannetta ha posto il problema centrale nella maniera più corretta possibile: migliorare la giustizia non significa indebolire un potere, significa rafforzarne la legittimità. Questa frase, se presa sul serio, smonta gran parte della propaganda del No.

Perché il riflesso più pigro del dibattito italiano è questo: qualunque proposta di correzione dell’assetto giudiziario viene immediatamente dipinta come aggressione a un potere dello Stato. È un riflesso tribale, non costituzionale. Come se le istituzioni si legittimassero da sole, come se bastasse la loro esistenza a renderle perfette, come se correggere le distorsioni fosse sacrilegio.

Giannetta, invece, ha ricordato che la magistratura ha un valore costituzionale altissimo e proprio per questo deve essere collocata in un ordinamento che la renda non temuta, ma rispettata. C’è una differenza enorme tra timore e rispetto. Il timore è l’emozione del suddito. Il rispetto è il sentimento del cittadino.

Molto importante anche il suo richiamo alla capillarità del lavoro fatto da Forza Italia sul territorio. Non c’è riforma possibile senza una paziente opera di spiegazione. E, in un’epoca che ha ridotto la politica a messaggio breve, vedere una forza politica che organizza incontri, chiama i tecnici, si misura con domande scomode, è un fatto che merita di essere registrato.

La sua conclusione – giustizia più giusta, Stato più credibile, democrazia più forte – ha la semplicità delle formule buone. E la loro forza.

Francesco Calabrese: la difesa tecnica della riforma contro il teatro dei fantasmi

L’avvocato Francesco Calabrese ha svolto un compito essenziale: togliere al dibattito il suo alibi più comodo, cioè la presunta inconsistenza tecnica della riforma.

Il suo ragionamento è stato lineare: in ogni sistema dialettico, chi decide deve essere realmente terzo. Se chi decide appartiene allo stesso corpo, allo stesso percorso professionale, allo stesso universo ordinamentale di chi accusa, il problema esiste. Non sempre, non in ogni singolo caso, non come colpa morale individuale. Ma esiste come struttura.

Questo è il punto che i contrari alla separazione delle carriere eludono sistematicamente. Preferiscono indignarsi per il sospetto implicito, come se la riforma insultasse il singolo magistrato. In realtà non è così. La riforma non nasce dalla sfiducia verso il singolo; nasce dalla consapevolezza che le istituzioni devono essere costruite anche per prevenire il sospetto ragionevole. Un sistema giusto non è solo un sistema nel quale il giudice è terzo; è un sistema nel quale il cittadino può riconoscere quella terzietà come credibile.

Calabrese ha avuto anche il merito di ricostruire le tre fasi della contestazione alla riforma. Prima si è tentato di demolirla sul piano strettamente giuridico. Non ha funzionato. Poi si è tentato di contestarne il metodo. E infine si è scivolati nel terreno più scivoloso e meno onesto: quello del retropensiero, del complotto, dell’intenzione maligna, della trama nascosta contro l’autonomia della magistratura.

È qui che il suo discorso diventa prezioso.
Perché smaschera la tecnica più antica del potere spaventato: quando non riesci a confutare il testo, demonizzi il proponente. Quando la norma tiene, attacchi la volontà che la muove. Quando non puoi negare l’equilibrio della riforma, insinui che dietro l’equilibrio si celi il colpo di mano.

Calabrese ha rifiutato questo slittamento, e ha fatto bene. Una democrazia adulta discute norme, assetti, principi. Non mitologie.

Natale Polimeni: la grande parola dimenticata, terzietà

L’intervento di Natale Polimeni ha avuto una qualità rara: la chiarezza.
In un dibattito spesso infestato da parole gonfie, ha preso il problema e lo ha riportato al suo nucleo più semplice: terzietà.

La parola è questa.
La domanda è questa.
Il nodo è questo.

Un giudice equidistante dalle parti.
Non fratello, non collega di percorso, non compartecipe di una medesima carriera con l’accusa.
Terzo.

Polimeni ha fatto bene a collocare la riforma dentro una storia lunga, che passa per il codice Vassalli, per l’articolo 111, per la trasformazione del processo da inquisitorio ad accusatorio. Ed è importante sottolinearlo: chi parla oggi della riforma come di una violenza improvvisa sul sistema, o ignora questa storia o finge di ignorarla.

La separazione delle carriere non è una rivoluzione esotica.
È il completamento di un’evoluzione già imboccata.
È il tassello mancante di una casa costituzionale costruita a metà.

Molto efficace anche la sua formula sulla “sistemazione architettonica” di ciò che è già scritto. È esattamente così. La Costituzione già pretende un giudice terzo. La riforma prova a fare in modo che questo principio non resti affidato solo alla nobiltà personale dei singoli, ma venga sostenuto dall’assetto istituzionale.

E quando Polimeni dice che il PM non è il giudice, che la tesi d’accusa non è una sentenza, che l’accusa non può autorizzare il linciaggio mediatico, dice tre cose ovvie eppure troppo spesso dimenticate. In un Paese dove l’opinione pubblica si forma spesso sul rumore dell’indagine e non sul silenzio della prova dibattimentale, ricordarle è quasi un atto di resistenza civile.

Carlo Morace: leggere il testo, difendere il cittadino

Carlo Morace ha riportato con forza il referendum alla sua verità più nuda: questa riforma riguarda il cittadino. Non la suscettibilità delle corporazioni. Non l’orgoglio delle appartenenze. Non il tifo ideologico. Il cittadino.

Il suo invito a leggere il testo prima di votare ha un valore quasi pedagogico. È il contrario dell’epoca. Oggi si vota, si commenta, si condanna, si celebra senza leggere niente. Morace ha chiesto invece un atto minimo ma rivoluzionario: conoscere per scegliere.

Il suo punto centrale è stato questo: non esiste processo giusto se le garanzie non sono reali. La velocità, da sola, non è un valore assoluto. Un processo può essere rapidissimo e al tempo stesso profondamente ingiusto se la prova non si forma davanti a un giudice davvero terzo, se l’equilibrio tra accusa e difesa è solo nominale, se il cittadino entra in un meccanismo sbilanciato.

Morace ha anche ricordato che il modello accusatorio voluto da Vassalli era figlio di una esigenza alta: adeguare il processo penale a una Costituzione che mette al centro la persona e non la pretesa astratta dello Stato. Questo è il cuore di tutto il dibattito. Chi si oppone al completamento di quel modello dovrebbe spiegare per quale ragione ritenga sufficiente un’architettura incompiuta. E di solito non ci riesce.

Molto giusto anche il suo richiamo alla criminalizzazione delle ragioni del Sì. In Italia chi difende le garanzie viene ancora troppo spesso trattato come sospetto. È un vizio culturale profondo, figlio di una lunga tradizione di moralismo giudiziario e di semplificazione giornalistica. Morace lo ha nominato. E già nominarlo significa indebolirlo.

Francesco Siclari: l’indipendenza interna, la parte più rimossa del problema

L’avvocato Francesco Siclari ha toccato uno dei punti più delicati e meno discussi con onestà: l’indipendenza interna del giudice.

Tutti, nel dibattito pubblico, parlano dell’indipendenza della magistratura dalla politica. Ed è giusto. Ma quasi nessuno vuole affrontare l’altro lato della medaglia: l’indipendenza del giudice rispetto al pubblico ministero che appartiene allo stesso ordine, alla stessa storia professionale, alla stessa rete di valutazioni e progressioni.

Siclari ha ricordato che il sogno di ogni studente di diritto che abbia preso sul serio l’articolo 111 è esattamente questo: vedere finalmente realizzato il giusto processo. E ha chiarito che l’indipendenza del giudice non può essere soltanto esterna. Deve essere anche interna. Altrimenti la terzietà resta un auspicio, non una garanzia.

Molto forte la sua risposta a chi immagina un PM separato come un cane sciolto, un giustiziere, un accusatore senza freni. È un’obiezione che vive di caricatura. Se un PM violasse la legge, sarebbe semplicemente un PM che viola la legge. Non l’effetto necessario della riforma. Le garanzie costituzionali del pubblico ministero restano. Ciò che cambia non è la sua sottoposizione alla legge, ma il rapporto ordinamentale con chi giudica.

Siclari ha avuto anche il coraggio di dire che i contrari alla riforma stanno, in fondo, dalla parte sbagliata della storia giuridica: quella che conserva ciò che resta del modello inquisitorio. È una frase scomoda, ma sorretta da una logica difficilmente smentibile. Se l’Italia ha scelto il processo accusatorio, non si vede perché debba fermarsi a metà strada.

Il suo passaggio sul sorteggio e sul ruolo della componente laica nel CSM è stato altrettanto importante. La componente laica non è un’intrusione profana nel tempio della giurisdizione. È un pezzo costitutivo dell’equilibrio disegnato dalla Costituzione. Ricordarlo è oggi più necessario che mai.

Enrico Costa: la forza crudele dei numeri e la fine dell’innocenza del sistema

Se c’è stato un intervento capace di trasformare il garantismo da etichetta ideologica a anatomia concreta del problema, è stato quello di Enrico Costa.

Costa non parla di giustizia come chi si esercita in una elegante teoria. Parla di giustizia come chi ha passato anni a misurarsi con le sue distorsioni. E il suo discorso, infatti, ha avuto il tono dei fatti che non chiedono il permesso.

La sua prima denuncia è stata radicale: in Italia, troppo spesso, l’indagine vale già come condanna. Non perché il codice lo dica, ma perché il sistema informativo, la cultura pubblica, la sproporzione tra accusa e difesa nella fase iniziale, costruiscono questo effetto. Il marchio arriva prima del giudizio. E l’assoluzione, quando arriva, arriva tardi, spesso inutilmente.

I numeri che ha ricordato non sono statistiche da convegno. Sono il conto salato di una patologia nazionale: centinaia di migliaia di archiviazioni, centinaia di migliaia di assoluzioni, reputazioni devastate, vite mai più ricostruite. È qui che il garantismo smette di essere un vezzo dei raffinati e diventa questione di giustizia elementare.

Costa ha poi descritto con precisione il ruolo quasi inesistente del filtro giudiziario nella fase delle indagini: percentuali altissime di autorizzazione delle intercettazioni, delle proroghe, dei rinvii a giudizio. È una fotografia che non può essere liquidata come propaganda. Se il controllo del giudice è quasi sempre adesione, allora il problema non è del singolo magistrato; è dell’assetto.

E poi c’è il capitolo, enorme, sulla responsabilità. Le valutazioni sempre positive. Le conseguenze quasi inesistenti per errori gravi. Il ruolo delle correnti nel piegare progressioni e nomine. Costa qui tocca il punto più insopportabile per il sistema: l’idea che una parte della magistratura possa godere non soltanto di autonomia, che è sacrosanta, ma di una sorta di irresponsabilità di fatto. Da qui la sua formula perfetta: sì all’autonomia e all’indipendenza, no all’immunità.

È difficile riassumere meglio il senso della riforma.

Francesco Paolo Sisto: la profondità storica di una battaglia liberale

Il collegamento di Francesco Paolo Sisto ha avuto un merito decisivo: sottrarre la riforma all’orizzonte corto della contingenza e restituirla a una storia lunga, nobile, liberale.

Quando Sisto ricorda Mario Pagano, Matteotti, Calamandrei, Falcone, Cassese, non sta componendo un rosario di nomi. Sta dicendo una cosa essenziale: questa riforma non nasce da un capriccio di maggioranza, ma da una tradizione di pensiero che ha sempre visto nella terzietà del giudice un cardine della civiltà giuridica.

La sua spiegazione della separazione delle carriere attraverso la metafora dell’arbitro della stessa città di una delle due squadre ha il pregio della semplicità. E in certi casi la semplicità è il massimo della precisione. Perché il punto è proprio questo: il cittadino, quando entra in aula, deve potersi sentire davanti a un giudice che non appaia “della stessa parte” dell’accusa. Non per moralismo, ma per logica costituzionale.

Sisto ha poi affrontato una per una le obiezioni classiche: la presunta perdita della cultura della giurisdizione, il falso attentato alla Costituzione, l’idea che la riforma non serva perché non accelera i tempi, la demonizzazione del sorteggio, le resistenze sull’Alta Corte disciplinare. In ogni punto ha mostrato che la critica del No, più che sulla forza delle argomentazioni, si regge sulla forza delle suggestioni.

Molto forte la sua idea della riforma come liberazione: del giudice dalle correnti, del cittadino dal sospetto di una prossimità strutturale tra accusa e decisione, della magistratura migliore da un sistema che troppo spesso premia l’appartenenza prima del merito.

Giorgio Mulè: la sintesi politica che dà nome alle bugie

La conclusione di Giorgio Mulè è stata quella che una conclusione deve essere: non una ripetizione, ma una sintesi che ordina, scuote, mette a fuoco.

Mulè ha avuto il merito della chiarezza polemica. Ha preso in mano una per una le principali accuse rivolte alla riforma e le ha chiamate col loro nome: bugie. Non approssimazioni. Non opinioni rispettabili da controbilanciare con altre opinioni. Bugie.

Bugia che la riforma sottometta la magistratura alla politica.
Bugia che tocchi l’obbligatorietà dell’azione penale.
Bugia che cancelli l’inamovibilità dei magistrati.
Bugia che permetta il controllo politico del CSM.

In tempi nei quali il dibattito pubblico si è talmente afflosciato da non distinguere più tra errore e falsificazione, il coraggio di dire “questa è una bugia” è un gesto salutare.

Mulè ha anche rovesciato con intelligenza l’accusa di autoritarismo. Quando ricorda che l’unicità delle carriere apparteneva all’ordinamento giudiziario fascista e che il processo accusatorio di Vassalli è rimasto incompleto proprio perché non è arrivato fino alla separazione delle carriere, compie una operazione politica molto forte: toglie ai contrari alla riforma il monopolio della retorica antifascista e ricolloca il tema nel posto giusto, cioè nella storia delle garanzie costituzionali.

Ma il passaggio che dà la misura umana del suo intervento è quello sulle ingiuste detenzioni tra Reggio Calabria e Catanzaro. Qui la discussione smette definitivamente di essere teoria istituzionale e diventa dolore sociale. Persone, famiglie, imprese, esistenze trascinate dentro un vortice da cui anche l’assoluzione non sempre salva davvero.

La sua conclusione è forse la frase più semplice e più vera dell’intera giornata: la separazione delle carriere non serve a punire qualcuno, serve a impedire una giustizia sommaria e a costruire una giustizia giusta.

Il senso ultimo di quella giornata

Guardando insieme tutti gli interventi, ciò che colpisce è la loro complementarità.
Non c’è stata l’usuale ripetizione stanca delle stesse formule.
C’è stato, piuttosto, un lavoro corale.

Cannizzaro ha dato la responsabilità politica e il radicamento territoriale.
Maiolino ha riportato tutto alla libertà del cittadino.
Giannetta ha insistito sulla credibilità dello Stato.
Calabrese ha fornito la tenuta tecnico-giuridica della riforma.
Polimeni ne ha mostrato la chiarezza costituzionale.
Morace l’ha ricondotta alla qualità del processo.
Siclari ha illuminato il nodo dell’indipendenza interna.
Costa ha portato i dati, cioè la brutalità del reale.
Sisto ne ha dato la profondità storica liberale.
Mulè ne ha tratto la sintesi politica, civile e morale.

È raro che un convegno politico riesca a tenere insieme tutti questi piani senza franare nella retorica o nel tecnicismo. A Reggio Calabria, invece, questo è avvenuto.

Ed è il motivo per cui quella iniziativa non può essere archiviata come episodio locale. È stata, al contrario, un fatto nazionale accaduto in un luogo che troppo spesso viene raccontato soltanto attraverso la lente dei suoi problemi. Per una mattina, la Calabria non è stata periferia. È stata centro di una discussione alta sul rapporto tra libertà e potere.

La domanda che resta

Alla fine di tutto, una sola domanda resta davvero in piedi.
Una domanda semplice, quasi brutale:

chi ha paura di un giudice davvero terzo?

Se l’autonomia della magistratura resta intatta, come resta.
Se l’obbligatorietà dell’azione penale non viene toccata, come non viene toccata.
Se l’inamovibilità dei magistrati resta garantita, come resta garantita.
Se il CSM non diventa una succursale della politica, come non diventa.

Allora dov’è il problema?

Il problema è che questa riforma tocca abitudini.
Tocca correnti.
Tocca rendite di sistema.
Tocca promiscuità ordinamentali.
Tocca la consolazione di chi, in nome dell’intangibilità, vuole evitare qualunque correzione.

Per questo la battaglia è così aspra.
Per questo la reazione è così nervosa.
Per questo il referendum conta.

Forza Italia, in questa occasione, ha avuto un merito che le va riconosciuto senza reticenze: non ha fatto una battaglia di risentimento. Ha fatto una battaglia di riforma. E Francesco Cannizzaro, in particolare, ha avuto il merito di darle un volto concreto, territoriale, credibile, non libresco.

Alla politica italiana si rimprovera spesso di non avere il coraggio di cambiare nulla.
A Reggio Calabria, almeno per una giornata, quel coraggio si è visto.

E quando la politica torna ad avere il coraggio delle idee, non bisogna vergognarsi di dirlo: è una buona notizia. Non per un partito soltanto.
Per la democrazia.


Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontano

@luigi.palamara

Giustizia, adesso basta: da Reggio Calabria il segnale che l’Italia aspettava La politica ritrova il coraggio di parlare di riforme. E Francesco Cannizzaro porta una battaglia nazionale nel cuore della Calabria. L'Editoriale di Luigi Palamara  Vi sono parole che in Italia pesano più delle altre. Una di queste è giustizia. Non pesa perché tutto funzioni bene. Pesa perché quando qualcosa non funziona, quando lo Stato sbaglia, le conseguenze sono profonde. Non restano nei fascicoli. Restano nelle vite delle persone. Un arresto ingiusto, una accusa infondata, anni di processo per poi scoprire che la verità era diversa: sono ferite che non si cancellano con una sentenza di assoluzione. E nemmeno con un risarcimento. Perché nel frattempo la vita è andata avanti, spesso male. In Calabria, dove la giustizia è una questione quotidiana e non un tema da dibattito televisivo, questo problema si sente più che altrove. Qui non è una teoria. È esperienza. Riguarda famiglie, imprenditori, amministratori locali, cittadini che spesso hanno conosciuto il peso di indagini lunghe e di processi che arrivano tardi. Per questo la discussione sulla riforma della giustizia non può essere ridotta a una lite tra partiti. È qualcosa di più serio. Riguarda il rapporto tra lo Stato e i cittadini. Uno Stato forte non è quello che arresta di più. È quello che sbaglia di meno. E quando si accorge di avere sbagliato, trova il coraggio di cambiare. Sabato 8 marzo 2026, a Reggio Calabria, nella Sala Monteleone del Consiglio regionale, si è svolto il convegno “Calabria Sì”. A prima vista potrebbe sembrare una delle tante iniziative politiche che riempiono il calendario. Un incontro, qualche intervento, qualche applauso. Ma chi era presente ha percepito qualcosa di diverso. La sala era piena. C’erano amministratori locali, avvocati, professionisti, cittadini. Non per curiosità, ma per ascoltare. È un fatto che oggi non è così scontato. La politica spesso parla senza essere ascoltata. Oppure urla per farsi sentire. A Reggio Calabria, invece, si è provato a fare una cosa più difficile: spiegare. Il promotore dell’iniziativa è stato Francesco Cannizzaro, deputato reggino di Forza Italia. Chi lo conosce sa che è uno di quei politici che tengono molto al rapporto con il territorio. Ma questa volta la questione era più grande della Calabria. Cannizzaro ha voluto portare qui un tema nazionale: la riforma della giustizia. Nel suo intervento iniziale ha detto una cosa semplice, che però nella politica italiana si sente sempre meno: le riforme non cadono dal cielo. Nascono da idee, da programmi, da impegni presi davanti agli elettori. E se una forza politica promette di cambiare qualcosa, poi deve provare a farlo. Può riuscirci o fallire. Ma non può far finta di niente. In questo senso la battaglia sulla giustizia è anche una questione di coerenza politica. Cannizzaro ha scelto di parlare della riforma non come un problema tecnico ma come una questione concreta. Ha ricordato cosa succede quando un’indagine colpisce un’azienda sana. Quando un sequestro arriva e poi, magari anni dopo, viene revocato. Quando un processo finisce con l’assoluzione ma nel frattempo il lavoro è sparito. Non è una critica alla magistratura. È un richiamo alla realtà. La lotta alla criminalità deve essere ferma. Ma non può diventare cieca. Se lo Stato colpisce il colpevole, fa il suo dovere. Se colpisce anche l’innocente, perde credibilità. I numeri citati durante l’incontro fanno riflettere: centinaia di milioni di euro di risarcimenti per ingiuste detenzioni negli ultimi anni. Soldi pubblici che raccontano una verità semplice: gli errori esistono. E quando esistono, bisogna chiedersi come evitarli. Il convegno non è stato un monologo politico. Sono intervenuti giuristi, avvocati, parlamentari. Tonino Maiolino ha ricordato che la giustizia riguarda prima di tutto la libertà dei cittadini. Domenico Giannetta ha sottolineato che migliorare la giustizia non significa i

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1 Commenti

  1. Io non voglio che la costituzione venga cambiata in quattro e quattrootto da incompetenti le correzioni vanno fatte con saggezza e saggi da tutto il governo no da una parte perché questa parte rappresenta solo il trenta per cento degli italiani

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