Giustizia, adesso basta: da Reggio Calabria il segnale che l’Italia aspettava
La politica ritrova il coraggio di parlare di riforme. E Francesco Cannizzaro porta una battaglia nazionale nel cuore della Calabria.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Vi sono parole che in Italia pesano più delle altre.
Una di queste è giustizia.
Non pesa perché tutto funzioni bene. Pesa perché quando qualcosa non funziona, quando lo Stato sbaglia, le conseguenze sono profonde. Non restano nei fascicoli. Restano nelle vite delle persone.
Un arresto ingiusto, una accusa infondata, anni di processo per poi scoprire che la verità era diversa: sono ferite che non si cancellano con una sentenza di assoluzione. E nemmeno con un risarcimento. Perché nel frattempo la vita è andata avanti, spesso male.
In Calabria, dove la giustizia è una questione quotidiana e non un tema da dibattito televisivo, questo problema si sente più che altrove. Qui non è una teoria. È esperienza. Riguarda famiglie, imprenditori, amministratori locali, cittadini che spesso hanno conosciuto il peso di indagini lunghe e di processi che arrivano tardi.
Per questo la discussione sulla riforma della giustizia non può essere ridotta a una lite tra partiti.
È qualcosa di più serio.
Riguarda il rapporto tra lo Stato e i cittadini.
Uno Stato forte non è quello che arresta di più.
È quello che sbaglia di meno.
E quando si accorge di avere sbagliato, trova il coraggio di cambiare.
Sabato 8 marzo 2026, a Reggio Calabria, nella Sala Monteleone del Consiglio regionale, si è svolto il convegno “Calabria Sì”.
A prima vista potrebbe sembrare una delle tante iniziative politiche che riempiono il calendario. Un incontro, qualche intervento, qualche applauso.
Ma chi era presente ha percepito qualcosa di diverso.
La sala era piena.
C’erano amministratori locali, avvocati, professionisti, cittadini.
Non per curiosità, ma per ascoltare.
È un fatto che oggi non è così scontato.
La politica spesso parla senza essere ascoltata.
Oppure urla per farsi sentire.
A Reggio Calabria, invece, si è provato a fare una cosa più difficile: spiegare.
Il promotore dell’iniziativa è stato Francesco Cannizzaro, deputato reggino di Forza Italia.
Chi lo conosce sa che è uno di quei politici che tengono molto al rapporto con il territorio. Ma questa volta la questione era più grande della Calabria.
Cannizzaro ha voluto portare qui un tema nazionale: la riforma della giustizia.
Nel suo intervento iniziale ha detto una cosa semplice, che però nella politica italiana si sente sempre meno: le riforme non cadono dal cielo. Nascono da idee, da programmi, da impegni presi davanti agli elettori.
E se una forza politica promette di cambiare qualcosa, poi deve provare a farlo.
Può riuscirci o fallire.
Ma non può far finta di niente.
In questo senso la battaglia sulla giustizia è anche una questione di coerenza politica.
Cannizzaro ha scelto di parlare della riforma non come un problema tecnico ma come una questione concreta.
Ha ricordato cosa succede quando un’indagine colpisce un’azienda sana.
Quando un sequestro arriva e poi, magari anni dopo, viene revocato.
Quando un processo finisce con l’assoluzione ma nel frattempo il lavoro è sparito.
Non è una critica alla magistratura.
È un richiamo alla realtà.
La lotta alla criminalità deve essere ferma.
Ma non può diventare cieca.
Se lo Stato colpisce il colpevole, fa il suo dovere.
Se colpisce anche l’innocente, perde credibilità.
I numeri citati durante l’incontro fanno riflettere: centinaia di milioni di euro di risarcimenti per ingiuste detenzioni negli ultimi anni. Soldi pubblici che raccontano una verità semplice: gli errori esistono.
E quando esistono, bisogna chiedersi come evitarli.
Il convegno non è stato un monologo politico.
Sono intervenuti giuristi, avvocati, parlamentari.
Tonino Maiolino ha ricordato che la giustizia riguarda prima di tutto la libertà dei cittadini.
Domenico Giannetta ha sottolineato che migliorare la giustizia non significa indebolire la magistratura, ma rafforzare la fiducia nello Stato.
Gli avvocati Francesco Calabrese, Natale Polimeni, Carlo Morace e Francesco Siclari hanno discusso i temi più tecnici: il processo accusatorio, la separazione delle carriere, la terzietà del giudice.
Poi sono intervenuti parlamentari con esperienza diretta nel settore.
Enrico Costa ha ricordato un problema spesso dimenticato: in Italia molte indagini si chiudono con archiviazioni o assoluzioni, ma nel frattempo la reputazione delle persone è già stata colpita.
Francesco Paolo Sisto, viceministro della Giustizia, ha collocato la riforma dentro una tradizione liberale che attraversa la storia della Repubblica.
Infine Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, ha chiuso l’incontro ricordando una cosa semplice: la riforma non è contro qualcuno. È per rendere la giustizia più equilibrata.
Guardando insieme tutti gli interventi, emerge un dato.
A Reggio Calabria non si è svolta soltanto una iniziativa locale.
Si è aperta una discussione che riguarda l’Italia.
La giustizia è uno dei pilastri dello Stato.
Se i cittadini non si fidano della giustizia, lo Stato perde autorità morale.
Per questo la riforma non può essere affrontata con slogan o con paure ideologiche.
Serve un confronto serio.
Ed è questo, forse, il merito principale dell’iniziativa promossa da Cannizzaro: riportare la discussione sul terreno delle idee.
Alla fine della mattinata è rimasta una domanda semplice.
Se tutti vogliono una giustizia giusta,
se tutti vogliono un giudice libero e imparziale,
se tutti vogliono processi più equilibrati,
allora perché cambiare il sistema fa così paura?
Le riforme non sono mai perfette.
Ma la cosa peggiore è pensare che tutto debba restare com’è.
La politica italiana viene spesso accusata di non avere il coraggio di cambiare nulla.
A Reggio Calabria, almeno per una mattina, qualcuno ha provato a dimostrare il contrario.
E quando la politica prova a riformare lo Stato invece di limitarsi ad amministrarlo, vale la pena ascoltarla.
Luigi Palamara
Giornalista e Artista Aspromontano
@luigi.palamara Giustizia, adesso basta: da Reggio Calabria il segnale che l’Italia aspettava La politica ritrova il coraggio di parlare di riforme. E Francesco Cannizzaro porta una battaglia nazionale nel cuore della Calabria. L'Editoriale di Luigi Palamara  Vi sono parole che in Italia pesano più delle altre. Una di queste è giustizia. Non pesa perché tutto funzioni bene. Pesa perché quando qualcosa non funziona, quando lo Stato sbaglia, le conseguenze sono profonde. Non restano nei fascicoli. Restano nelle vite delle persone. Un arresto ingiusto, una accusa infondata, anni di processo per poi scoprire che la verità era diversa: sono ferite che non si cancellano con una sentenza di assoluzione. E nemmeno con un risarcimento. Perché nel frattempo la vita è andata avanti, spesso male. In Calabria, dove la giustizia è una questione quotidiana e non un tema da dibattito televisivo, questo problema si sente più che altrove. Qui non è una teoria. È esperienza. Riguarda famiglie, imprenditori, amministratori locali, cittadini che spesso hanno conosciuto il peso di indagini lunghe e di processi che arrivano tardi. Per questo la discussione sulla riforma della giustizia non può essere ridotta a una lite tra partiti. È qualcosa di più serio. Riguarda il rapporto tra lo Stato e i cittadini. Uno Stato forte non è quello che arresta di più. È quello che sbaglia di meno. E quando si accorge di avere sbagliato, trova il coraggio di cambiare. Sabato 8 marzo 2026, a Reggio Calabria, nella Sala Monteleone del Consiglio regionale, si è svolto il convegno “Calabria Sì”. A prima vista potrebbe sembrare una delle tante iniziative politiche che riempiono il calendario. Un incontro, qualche intervento, qualche applauso. Ma chi era presente ha percepito qualcosa di diverso. La sala era piena. C’erano amministratori locali, avvocati, professionisti, cittadini. Non per curiosità, ma per ascoltare. È un fatto che oggi non è così scontato. La politica spesso parla senza essere ascoltata. Oppure urla per farsi sentire. A Reggio Calabria, invece, si è provato a fare una cosa più difficile: spiegare. Il promotore dell’iniziativa è stato Francesco Cannizzaro, deputato reggino di Forza Italia. Chi lo conosce sa che è uno di quei politici che tengono molto al rapporto con il territorio. Ma questa volta la questione era più grande della Calabria. Cannizzaro ha voluto portare qui un tema nazionale: la riforma della giustizia. Nel suo intervento iniziale ha detto una cosa semplice, che però nella politica italiana si sente sempre meno: le riforme non cadono dal cielo. Nascono da idee, da programmi, da impegni presi davanti agli elettori. E se una forza politica promette di cambiare qualcosa, poi deve provare a farlo. Può riuscirci o fallire. Ma non può far finta di niente. In questo senso la battaglia sulla giustizia è anche una questione di coerenza politica. Cannizzaro ha scelto di parlare della riforma non come un problema tecnico ma come una questione concreta. Ha ricordato cosa succede quando un’indagine colpisce un’azienda sana. Quando un sequestro arriva e poi, magari anni dopo, viene revocato. Quando un processo finisce con l’assoluzione ma nel frattempo il lavoro è sparito. Non è una critica alla magistratura. È un richiamo alla realtà. La lotta alla criminalità deve essere ferma. Ma non può diventare cieca. Se lo Stato colpisce il colpevole, fa il suo dovere. Se colpisce anche l’innocente, perde credibilità. I numeri citati durante l’incontro fanno riflettere: centinaia di milioni di euro di risarcimenti per ingiuste detenzioni negli ultimi anni. Soldi pubblici che raccontano una verità semplice: gli errori esistono. E quando esistono, bisogna chiedersi come evitarli. Il convegno non è stato un monologo politico. Sono intervenuti giuristi, avvocati, parlamentari. Tonino Maiolino ha ricordato che la giustizia riguarda prima di tutto la libertà dei cittadini. Domenico Giannetta ha sottolineato che migliorare la giustizia non significa i
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