L’Aspromonte, a quell’ora, aveva un silenzio che non era pace. Era un silenzio antico, fatto di pietre e vento, di parole mai dette e di altre dette troppo piano per essere ascoltate.
Il paese stava appeso alla montagna come una domanda senza risposta. Case basse, porte socchiuse, occhi dietro le tende. E nella piazza, sotto un lampione che tremava, due uomini parlavano.
«Tu dici che cambierà qualcosa?» chiese il primo, tirando una boccata lenta dalla sigaretta.
Aveva mani grosse, da lavoro, e lo sguardo di chi ha visto più inverni che raccolti.
L’altro non rispose subito. Guardava la strada che scendeva verso il vallone, come se aspettasse qualcuno che non arrivava mai.
«Cambierà per chi comanda,» disse infine. «Per noi, le cose cambiano sempre allo stesso modo.»
Un cane abbaiò in lontananza. Poi di nuovo il silenzio.
«Dicono che è per mettere ordine,» riprese il primo. «Che così la giustizia funziona meglio.»
L’altro sorrise appena, ma era un sorriso senza allegria.
«L’ordine…» disse. «Qui l’ordine lo conosciamo bene. È quello che tiene ciascuno al suo posto.»
Si sedettero sul muretto, guardando la valle buia.
«Ma tu, dimmi,» insistette il primo, «se uno ha torto, deve pagare. No?»
«E chi lo decide?» fece l’altro, girandosi lentamente. «Questo è il punto. Sempre quello.»
Il vento scese dalle cime, portando odore di terra umida.
«Una volta,» continuò, «si diceva che il giudice doveva stare sopra le parti. Né con te né contro di te. Solo con la legge.»
«E adesso?»
«Adesso vogliono che stia da qualche parte.»
Il primo rimase in silenzio. Guardava le sue scarpe sporche di polvere.
«Ma non lo dicono,» aggiunse l’altro. «Non lo diranno mai. Lo fanno piano. Cambiano le cose senza fare rumore. Così nessuno se ne accorge.»
Dalla strada arrivò una figura, un uomo anziano che camminava curvo, con il bastone. Passò accanto a loro senza salutare, come se non li vedesse.
«Vedi?» disse il secondo. «Qui la gente lo capisce senza bisogno di parole. Quando chi sta sopra si infastidisce perché qualcuno controlla, vuol dire che quel controllo gli pesa.»
«E allora?»
«Allora si prova a toglierlo.»
Il primo scosse la testa.
«Io non capisco di queste cose,» disse. «Io lavoro. Se sbaglio, pago. Mi sembra giusto.»
«È giusto,» rispose l’altro. «Ma dev’essere lo stesso per tutti.»
Il lampione fece un rumore secco e la luce tremolò.
«E se non lo è?» chiese il primo.
L’altro guardò di nuovo la valle.
«Se non lo è,» disse piano, «allora non è più giustizia. È solo potere.»
Rimasero in silenzio a lungo. Il vento continuava a scendere, portando con sé un freddo sottile.
«Dicono che è per il futuro,» mormorò il primo, quasi tra sé.
«Il futuro,» ripeté l’altro. «Il futuro lo usano sempre quando vogliono cambiare il presente.»
Poi si alzò.
«Andiamo,» disse. «Qui fa freddo.»
Si incamminarono lungo la strada stretta, tra le case chiuse. Dietro di loro, la montagna restava immobile, come se avesse già visto tutto e non avesse più nulla da dire.
E nel silenzio dell’Aspromonte, le parole restavano sospese, come domande che nessuno aveva il coraggio di fare ad alta voce.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

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