Il teatro della politica e la miseria della responsabilità.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Questo è un momento, nella vita pubblica di un Paese, in cui le parole smettono di essere parole e diventano una prova. Una prova di serietà, di decenza, di rispetto verso le istituzioni. E quel momento arriva quando la politica è chiamata a misurarsi non con i proclami, non con le bandiere, non con la propaganda, ma con la responsabilità.
In queste ore il dibattito intorno a Santanchè, a Delmastro, alle dimissioni chieste o non chieste, alle convenienze della maggioranza e alle recriminazioni dell’opposizione, ci consegna una fotografia impietosa dell’Italia politica: un Paese in cui nessuno ammette mai di aver sbagliato, nessuno lascia per senso dello Stato, e tutti si muovono soltanto quando il costo della permanenza diventa superiore al vantaggio del potere.
Lo chiamano garantismo. Spesso è soltanto paura di perdere una poltrona.
Si invoca il rispetto delle istituzioni, ma lo si piega a uso di partito. Si parla di disciplina, ma la disciplina vale sempre per gli altri. Si pronunciano parole nobili — sensibilità, responsabilità, equilibrio — mentre dietro le quinte si fa il conto dei voti, dei sondaggi, dell’opportunità del momento. In questa commedia un po’ stanca, il cittadino assiste da spettatore non pagante ma punito: perché paga lui, sempre lui, il prezzo della degradazione del linguaggio pubblico.
La verità, che quasi nessuno ha il coraggio di dire fino in fondo, è più semplice e più amara. In Italia le dimissioni non sono quasi mai un gesto di dignità. Sono un incidente, una costrizione, una resa tattica. Non arrivano quando sarebbe giusto che arrivassero, ma quando diventa impossibile evitarle. Non nascono dalla coscienza, ma dalla convenienza.
Ed è questo il punto più grave.
Perché una democrazia può sopportare l’asprezza dello scontro politico, può sopportare il dissenso, perfino gli errori. Quello che non può sopportare a lungo è l’erosione continua del senso del limite. Quando chi governa si convince che ogni critica sia un complotto, che ogni indagine sia persecuzione, che ogni richiesta di chiarimento sia un atto ostile, allora il potere smette di considerarsi servizio e comincia a comportarsi come proprietà privata.
Dall’altra parte, però, l’opposizione non può cavarsela limitandosi a fare il pubblico ministero del governo. È troppo poco. È comodo. È persino sterile. Se davvero vuole candidarsi a guidare il Paese, deve mostrare non soltanto indignazione, ma una visione. Non soltanto denunce, ma una gerarchia di priorità. Non soltanto la soddisfazione per le difficoltà altrui, ma la capacità di offrire un’alternativa credibile.
Anche sul terreno della politica internazionale, dove tutti proclamano unità e poi inciampano nelle differenze, il problema non è la diversità delle opinioni. In democrazia la diversità è un pregio. Il problema è l’ambiguità. È il trasformare ogni questione di principio in un esercizio di equilibrismo verbale. È il dire tutto e il contrario di tutto, per non scontentare nessuno e non convincere davvero nessuno.
Nel frattempo, il Paese reale guarda altrove. Guarda ai salari che non bastano, ai servizi che peggiorano, a una pressione fiscale che opprime, a una politica estera raccontata come una gara di slogan, a una legge elettorale che cambia con la stessa facilità con cui si cambia una giacca troppo stretta. E infatti è cambiata troppe volte, sempre in nome della stabilità, sempre con il risultato di aumentare la confusione.
Qui sta l’ipocrisia più vistosa: tutti dicono di voler rafforzare le istituzioni, ma quasi tutti lavorano per piegarle ai propri interessi immediati. La legge elettorale diventa un utensile di bottega. Il referendum diventa un’arma impropria. Il premierato viene agitato come una promessa salvifica o demonizzato come una sciagura assoluta, senza mai affrontare fino in fondo la domanda decisiva: a vantaggio di chi si cambia lo Stato? Dei cittadini o dei partiti?
Servirebbe meno tifo e più pudore. Meno frasi da talk show e più silenzio operoso. Meno eroi autoproclamati e più servitori delle istituzioni. Ma il pudore, in politica, è diventato merce rara. E quando manca il pudore, resta soltanto il rumore.
L’Italia non ha bisogno di governi innocenti per definizione, né di opposizioni virtuose per professione. Ha bisogno di classi dirigenti adulte. Donne e uomini capaci di capire che il potere non li assolve, li espone. E che ogni volta che difendono l’indifendibile per fedeltà di schieramento, non umiliano soltanto l’avversario: umiliano il Paese.
Il problema, oggi, non è chi abbia vinto una tornata referendaria o chi stia meglio nei sondaggi. Il problema è che la politica italiana continua a comportarsi come se la realtà fosse una scenografia e gli italiani una comparsa. Ma la realtà, a differenza dei palazzi, presenta sempre il conto.
E quando arriva, non guarda in faccia nessuno.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

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