CartaStraccia.News

“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

Editors Choice

3/recent/post-list

L’avvocato che parla alla “signora Maria”

L’avvocato che parla alla “signora Maria”
L'intervista di Luigi Palamara
Sul Corso Garibaldi di Reggio Calabria, sotto un sole che sa di mare e di verità semplici, si consuma una scena che l’Italia dei palazzi, dei convegni e delle parole complicate farebbe bene a osservare. Un caffè. Due uomini. La gente che passa. E una domanda che riguarda tutti: la giustizia.

L’avvocato Giacomo Iaria non è il tipo che ama le liturgie del potere. Non lo troverete facilmente nei salotti autoreferenziali dove si parla molto e si conclude poco. È un avvocato di razza — di quelli che preferiscono la strada ai convegni, le persone ai titoli accademici, i fatti alle retoriche. E proprio per questo oggi è tra le voci più lucide e autorevoli del panorama forense nazionale.

Non parla ai magistrati. Non parla agli avvocati. Non parla ai politici.

Parla alla signora Maria.

E già questo basterebbe a capire che siamo davanti a qualcosa di diverso.

Perché la signora Maria non frequenta i tribunali. Non conosce le correnti della magistratura, le guerre di potere, i tecnicismi delle riforme. La signora Maria fa la spesa, guarda il telegiornale, manda avanti una famiglia. Ma è anche — senza saperlo — la destinataria finale della giustizia dello Stato.

Ed è a lei che Iaria si rivolge.

Non con il linguaggio dei giuristi, ma con quello della verità.

«Sediamoci a mangiare una crostata», dice quasi con ironia. Come a dire: lasciamo perdere i paroloni e partiamo dalle cose semplici. Da una domanda elementare: funziona davvero la giustizia italiana?

Chi conosce l’avvocato Giacomo Iaria sa che non è un uomo incline alle mezze frasi. Nelle aule dei tribunali, come nella vita pubblica, ha costruito negli anni la reputazione di professionista rigoroso, preparato e temuto per lucidità argomentativa. Uno di quegli avvocati che non cercano applausi ma risultati.

E quando parla di giustizia lo fa partendo da ciò che vede ogni giorno.

Processi in cui accusa e difesa non partono dalle stesse condizioni. Situazioni in cui, soprattutto nei procedimenti più delicati — quelli di criminalità organizzata — la sensazione diffusa è che l’equilibrio tra le parti sia più teorico che reale.

Non lo dice per polemica. Lo dice perché lo ascolta nei corridoi delle carceri, nelle parole di chi un processo lo vive sulla pelle.

«Avvocato, qui non ce la fate. Qui ascoltano solo l’accusa.»

Sono frasi che non si trovano nei manuali di diritto. Ma chi frequenta i tribunali sa che esistono.

Ed è da qui che nasce la riflessione sulla separazione delle carriere. Un tema tecnico, certo. Ma che Iaria traduce con una semplicità quasi disarmante: quella dell’arbitro.

In una partita di calcio l’arbitro arbitra. Non gioca.

Le squadre giocano.

È una regola elementare. Eppure sembra diventare complicata quando si parla di giustizia.

Perché se l’arbitro scende in campo, se prende posizione, se diventa parte della partita, allora la partita cambia natura. E con essa cambia la fiducia dei cittadini.

È questo il punto che Iaria porta nel dibattito pubblico con una chiarezza rara. Non da tribuno politico, ma da professionista che ha fatto della difesa dei diritti una pratica quotidiana.

Ed è forse proprio questa combinazione — competenza tecnica e capacità di parlare al cittadino comune — che fa di Giacomo Iaria una delle figure più interessanti e brillanti dell’avvocatura italiana contemporanea.

Non è un riformatore da salotto. È un avvocato che conosce il peso delle parole perché conosce il peso delle sentenze.

E quando si rivolge alla signora Maria lo fa con una domanda che ha il sapore della giustizia concreta: quante persone abbiamo visto soffrire anni di carcere per poi scoprire che erano innocenti?

E quante volte, davanti a quegli errori, nessuno paga davvero?

Medici, professionisti, cittadini comuni rispondono dei propri errori. È la logica di ogni società moderna.

Perché la giustizia dovrebbe essere l’unico ambito impermeabile alla responsabilità?

La domanda non è ideologica. È civile.

Per questo il referendum non è, nelle parole di Iaria, una guerra tra corporazioni. Non è una sfida tra avvocati e magistrati. Non è una bandiera politica.

È qualcosa di più semplice.

È una scelta dei cittadini.

E allora il messaggio torna a lei, alla signora Maria, che la domenica mattina forse pensa prima al pranzo che alle urne.

«Lasci stare per un attimo la spesa», dice l’avvocato. «Entri in quel seggio e pensi se questo Paese può diventare un po’ più giusto

Non subito. Non per magia.

Ma iniziando a cambiare.

È un appello sobrio, quasi ostinato. E proprio per questo potente.

Perché nelle democrazie mature le riforme non nascono dalle urla, ma dalla responsabilità.

E oggi, tra le voci che chiedono all’Italia di guardare con coraggio alla propria giustizia, quella di Giacomo Iaria risuona con una forza particolare: la forza di chi conosce il sistema dall’interno e non ha paura di dire ciò che molti pensano ma pochi osano pronunciare.

Per questo, sul Corso Garibaldi di Reggio Calabria, quel caffè sotto il sole non è soltanto un momento di conversazione.

È il simbolo di una battaglia civile.

E forse, come accade spesso nella storia italiana, le battaglie più importanti cominciano proprio così: con qualcuno che decide di parlare alla gente, invece che al potere.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara

L’avvocato che parla alla “signora Maria” L'intervista di Luigi Palamara  Sul Corso Garibaldi di Reggio Calabria, sotto un sole che sa di mare e di verità semplici, si consuma una scena che l’Italia dei palazzi, dei convegni e delle parole complicate farebbe bene a osservare. Un caffè. Due uomini. La gente che passa. E una domanda che riguarda tutti: la giustizia. L’avvocato Giacomo Iaria non è il tipo che ama le liturgie del potere. Non lo troverete facilmente nei salotti autoreferenziali dove si parla molto e si conclude poco. È un avvocato di razza — di quelli che preferiscono la strada ai convegni, le persone ai titoli accademici, i fatti alle retoriche. E proprio per questo oggi è tra le voci più lucide e autorevoli del panorama forense nazionale. Non parla ai magistrati. Non parla agli avvocati. Non parla ai politici. Parla alla signora Maria. E già questo basterebbe a capire che siamo davanti a qualcosa di diverso. Perché la signora Maria non frequenta i tribunali. Non conosce le correnti della magistratura, le guerre di potere, i tecnicismi delle riforme. La signora Maria fa la spesa, guarda il telegiornale, manda avanti una famiglia. Ma è anche — senza saperlo — la destinataria finale della giustizia dello Stato. Ed è a lei che Iaria si rivolge. Non con il linguaggio dei giuristi, ma con quello della verità. «Sediamoci a mangiare una crostata», dice quasi con ironia. Come a dire: lasciamo perdere i paroloni e partiamo dalle cose semplici. Da una domanda elementare: funziona davvero la giustizia italiana? Chi conosce l’avvocato Giacomo Iaria sa che non è un uomo incline alle mezze frasi. Nelle aule dei tribunali, come nella vita pubblica, ha costruito negli anni la reputazione di professionista rigoroso, preparato e temuto per lucidità argomentativa. Uno di quegli avvocati che non cercano applausi ma risultati. E quando parla di giustizia lo fa partendo da ciò che vede ogni giorno. Processi in cui accusa e difesa non partono dalle stesse condizioni. Situazioni in cui, soprattutto nei procedimenti più delicati — quelli di criminalità organizzata — la sensazione diffusa è che l’equilibrio tra le parti sia più teorico che reale. Non lo dice per polemica. Lo dice perché lo ascolta nei corridoi delle carceri, nelle parole di chi un processo lo vive sulla pelle. «Avvocato, qui non ce la fate. Qui ascoltano solo l’accusa.» Sono frasi che non si trovano nei manuali di diritto. Ma chi frequenta i tribunali sa che esistono. Ed è da qui che nasce la riflessione sulla separazione delle carriere. Un tema tecnico, certo. Ma che Iaria traduce con una semplicità quasi disarmante: quella dell’arbitro. In una partita di calcio l’arbitro arbitra. Non gioca. Le squadre giocano. È una regola elementare. Eppure sembra diventare complicata quando si parla di giustizia. Perché se l’arbitro scende in campo, se prende posizione, se diventa parte della partita, allora la partita cambia natura. E con essa cambia la fiducia dei cittadini. È questo il punto che Iaria porta nel dibattito pubblico con una chiarezza rara. Non da tribuno politico, ma da professionista che ha fatto della difesa dei diritti una pratica quotidiana. Ed è forse proprio questa combinazione — competenza tecnica e capacità di parlare al cittadino comune — che fa di Giacomo Iaria una delle figure più interessanti e brillanti dell’avvocatura italiana contemporanea. Non è un riformatore da salotto. È un avvocato che conosce il peso delle parole perché conosce il peso delle sentenze. E quando si rivolge alla signora Maria lo fa con una domanda che ha il sapore della giustizia concreta: quante persone abbiamo visto soffrire anni di carcere per poi scoprire che erano innocenti? E quante volte, davanti a quegli errori, nessuno paga davvero? Medici, professionisti, cittadini comuni rispondono dei propri errori. È la logica di ogni società moderna. Perché la giustizia dovrebbe essere l’unico ambito impermeabile alla responsabilit

♬ audio originale - Luigi Palamara

Posta un commento

0 Commenti