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“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

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L’eleganza che non si compra

L’eleganza che non si compra.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Esistono (purtroppo) persone che scrivono di loro come certi mobilifici espongono i salotti in vetrina: tutto lustro, tutto ordine, tutto buon gusto. Chiedono permesso per passare, aspettano la fila, sorridono al prossimo, domandano scusa per un urto involontario, vegliano la notte se sentono d’essere in difetto, cercano “le cose che sanno di buono”. Un autoritratto così impeccabile da sembrare, più che una confessione, un santino. E infatti il problema comincia proprio lì: quando il racconto di sé è troppo perfetto, spesso non illumina la verità, la trucca.

Perché la vera educazione non ha bisogno di annunciarsi. Non si mette in vetrina. Non si proclama. Non si pubblica come una medaglia sul petto. L’educazione si vede nei dettagli che nessuno racconta: nel tono con cui si risponde a chi non conta nulla, nella misura con cui si esercita il potere, nella correttezza con cui si accetta un merito altrui, nella capacità di non umiliare, di non approfittare, di non sgomitare mentre si predica grazia.


Oggi, invece, siamo pieni di questuanti della rispettabilità. Gente che scambia la posa per il carattere, la frase ben cucita per la sostanza morale. Parlano di classe come fosse un vestito, anzi fingono di contestare chi la riduce al vestito, salvo poi indossare la propria presunta superiorità come l’abito più prezioso. È una commedia assai diffusa: si recita la gentilezza e si pratica la durezza; si ostenta garbo e si coltiva livore; si invoca l’eleganza mentre si distribuiscono sgarbi, malanimo, disprezzo.

La vera eleganza, quella che non sfila e non posa, sta davvero nell’educazione. Ma nell’educazione autentica, non in quella declamata. Sta nel rispetto che si offre quando non conviene. Sta nella discrezione. Sta nella modestia, che è merce rarissima in un tempo in cui tutti si autoritraggono migliori di come sono. Sta nel saper chiedere scusa senza farne un manifesto, nel saper attendere il proprio turno senza pretendere un applauso, nel saper sorridere senza usare il sorriso come cosmetico dell’anima.

E c’è una prova molto semplice per riconoscere queste false aristocrazie del comportamento: basta conoscere davvero le persone. Da lontano, nei pensieri ben scritti e nelle frasi da condividere, sembrano esemplari di una moralità perduta. Da vicino, qualche volta, si scopre il rovescio della tappezzeria: l’invidia dietro la compostezza, il privilegio dietro la virtù, il cinismo dietro le buone maniere, la maleducazione travestita da sincerità. E allora il giochino si rompe. Perché la prosa può abbellire, ma la vita corregge.

Il punto è che la classe non consiste nel dire “sono educato”. Consiste nel non avere bisogno di dirlo. Chi possiede davvero eleganza morale la lascia intuire agli altri, non la certifica da sé. Gli basta comportarsi bene. Gli basta non ferire inutilmente. Gli basta non usare gli altri come specchi da cui mendicare approvazione.

Viviamo in un’epoca che ha smarrito il pudore e poi ne scrive aforismi. Un’epoca in cui l’educazione è citata molto più di quanto sia praticata. E così capita di leggere riflessioni commoventi sulla gentilezza scritte da persone che, nella vita vera, della gentilezza conoscono soltanto la calligrafia. Tutto il resto è vanità.

L’eleganza, quella vera, è silenziosa. Non sgomita. Non si autocelebra. E soprattutto non mente.


Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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