@luigi.palamara Non solo targhe e cerimoniale: perché il riconoscimento di Federico Milia a Emma Baggetta è un atto di speranza per Reggio Calabria. di Luigi Palamara Arriva un momento, nelle città di provincia, in cui l’orgoglio smette di essere un sentimento privato e diventa fatto pubblico. Succede quando una figlia di quella terra varca i confini del quartiere, della piazza, del lungomare, e porta il proprio nome – e con esso quello della città – oltre lo Stretto. È in quel momento che le istituzioni, spesso lente e impacciate, sentono il bisogno di dire: “Noi ci siamo”. Le parole del consigliere comunale Federico Milia nei confronti di Emma Baggetta nascono da qui. Non dalla retorica, ma da una necessità antica: riconoscere il talento quando lo si vede. E farlo non nei corridoi polverosi della politica, ma nella casa simbolica di tutti, il Municipio. “Un piccolo ma sentito riconoscimento”, lo ha definito. E c’è in quell’aggettivo – piccolo – una consapevolezza quasi disarmante. Perché nessun premio comunale potrà mai eguagliare la forza di una voce che conquista l’Italia. Nessuna targa può competere con il giudizio del pubblico, che è sovrano e spietato. Ma il gesto conta. Conta perché è un segno. E i segni, in una comunità, sono tutto. Emma Baggetta – giovane, reggina, artista – diventa nelle parole di Milia qualcosa di più di una promessa musicale. Diventa un simbolo. Dell’arte che non urla, della semplicità che non si traveste, degli affetti che non si vergognano. In un tempo in cui il successo spesso si misura in decibel e in scandali, si rivendica invece la grazia. E non è poco. C’è poi un passaggio che merita attenzione: l’orgoglio. Non quello gridato, non quello campanilistico e sterile. Ma quello che riconosce il percorso. “Siamo fieri del cammino che ha compiuto”, dice il consigliere. Ed è una frase che pesa, perché restituisce dignità alla fatica. Ricorda che il talento, da solo, non basta. Serve disciplina. Serve sacrificio. Serve quella testardaggine silenziosa che dalle nostre parti non manca mai. Qualcuno potrà liquidare tutto questo come cerimoniale. Un premio, una stretta di mano, qualche fotografia. Ma le comunità vivono anche di questi riti. Servono a dire ai giovani che restano – o che partono – che la città guarda, osserva, riconosce. Che non è solo un luogo da cui andarsene, ma anche un luogo che sa applaudire. E allora sì, sarà pure una “piccola goccia”. Ma in un tempo in cui la politica spesso si perde in parole vuote, riconoscere il merito non è mai un gesto banale. È un atto di responsabilità. E, forse, perfino di speranza. Perché quando una voce si alza e conquista l’Italia, non canta mai da sola. Dietro di lei c’è una città intera che, per una volta, sceglie di dire grazie. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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