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Nordio confessa, il Re è nudo: il Referendum schianta il Governo e apre la crepa (che sa di crollo)

Nordio confessa, il Re è nudo: il Referendum schianta il Governo e apre la crepa (che sa di crollo)
L'Editoriale di Luigi Palamara 
​"Non è una crisi, è l'inizio di un crollo. Mentre la Meloni conta i due milioni di voti persi nel silenzio della notte, l'opposizione si rifugia nel rito delle primarie. Resta l'ombra del caso Santanchè e un Paese che aspetta, invano, il ritorno degli adulti."


Dimissioni tardive e futuri smarriti: se la Meloni perde i giovani e la Sinistra cerca un perché (senza trovarlo)

Referendum, l’onda d’urto: il centrodestra perde l’invincibilità, il centrosinistra cerca un’anima. Benvenuti nel Grande Crollo.
Questo è un momento, nella vita pubblica di un Paese, in cui le parole cessano di essere dichiarazioni e diventano confessioni. E quando Carlo Nordio dice: “me ne assumo la responsabilità”, non sta facendo un gesto di nobiltà. Sta certificando una sconfitta. E le sconfitte, in politica, non sono mai solitarie: trascinano nomi, carriere, ambizioni. E talvolta anche dignità.

Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi si dimettono. Non è un sacrificio rituale, come qualcuno vorrebbe far credere. È un segnale tardivo. Perché in Italia si lascia quasi sempre dopo, mai prima. Quando le fotografie circolano, quando le ombre diventano prove, quando il sospetto si trasforma in imbarazzo pubblico. E allora si parla di “opportunità”. Una parola elegante per dire che non si poteva più restare.

Nel frattempo, il potere — quello vero — si muove con la lentezza studiata di chi non vuole sembrare scosso. Giorgia Meloni capisce nella notte ciò che i numeri avevano già scritto nel pomeriggio: il Paese non la segue. Non questa volta. E non su questo terreno. Il referendum non è stato solo una bocciatura tecnica. È stato un giudizio politico. Netto. Quasi crudele.

E qui viene il punto che nessuno dice apertamente: la frattura generazionale. Quei due milioni di voti in meno non sono un incidente statistico. Sono una dichiarazione di sfiducia. I giovani — quelli che non fanno convegni ma fanno numeri — hanno voltato le spalle. E quando una generazione smette di ascoltarti, non hai perso un voto: hai perso il futuro.

Dall’altra parte, il centrosinistra si interroga. Che è il suo modo elegante per dire che non sa cosa fare. Si parla di primarie, come sempre. Giuseppe Sala invita a non arrivare all’ultimo momento — consiglio sensato, destinato probabilmente a restare inascoltato. Ernesto Maria Ruffini si dice disponibile. Disponibile a cosa, esattamente, resta da capire. Perché la disponibilità, senza una visione, è solo una candidatura in cerca di motivo.

E poi c’è il contorno, che in Italia diventa spesso sostanza: le relazioni, le fotografie, i cognomi che evocano più di quanto dichiarino. Il caso Daniela Santanchè resta lì, sospeso, come una domanda che nessuno ha il coraggio di formulare fino in fondo. Ma che tutti conoscono.

Questa non è una crisi. Le crisi passano. Questa è una crepa. E le crepe, se ignorate, diventano crolli.

Il centrodestra ha perso un referendum. Ma soprattutto ha perso l’illusione di essere invincibile. Il centrosinistra, invece, rischia di vincere senza sapere perché. Ed è il modo più pericoloso di vincere.

Perché la politica italiana, oggi, non ha bisogno di vincitori. Ha bisogno di adulti. E, a giudicare da ciò che si vede, siamo ancora in attesa.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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