Quando la tregua è una parola vuota.
Il Narratoriale di Luigi Palamara
L’Aspromonte quella sera aveva un silenzio che sembrava antico quanto le pietre.
Il vento scendeva dalle creste e passava tra i castagni come una voce bassa. Nel piccolo bar del paese, accanto alla piazza, la televisione parlava di guerra lontana.
Nino il "lu furnaru" stava seduto con il gomito sul tavolo. Guardava lo schermo con gli occhi stretti, come se cercasse di leggere tra le parole dei giornalisti.
«Dinnu chi li mericani cercanu na tregua», disse piano.
Mastro Peppe, che era stato boscaiolo e aveva le mani grosse come nodi d’ulivo, scosse la testa senza distogliere lo sguardo dal bicchiere di vino.
«La tregua…» mormorò. «È parola strana.»
Nella stanza si sentiva il crepitare della stufa e il ronzio del televisore. Fuori il vento muoveva l’insegna del bar.
Il ragazzo del bar, Tonino, cambiò canale.
Sul televisore apparvero mappe, bandiere, nomi di città lontane: Washington, Teheran, Tel Aviv.
«Dicono che l’Iran non vuole fermarsi», disse Tonino. «Che ha rifiutato.»
Mastro Peppe alzò finalmente lo sguardo.
«E perché dovrebbe fermarsi?» disse.
Nino si voltò verso di lui.
«Per non fare la guerra.»
Il vecchio boscaiolo fece un mezzo sorriso, di quelli stanchi.
«Figghiu meu…» disse. «La guerra non si ferma perché uno lo chiede.»
Nino rimase in silenzio.
Mastro Peppe prese il bicchiere, lo guardò controluce e continuò:
«Se uno chiede tregua, qualche volta è perché vuole pace. Ma qualche altra volta è perché non ha più fiato.»
Il ragazzo del bar si avvicinò.
«Vuoi dire che gli americani sono stanchi?»
«Non lo so», disse il vecchio. «Ma quando uno forte chiede pausa, io mi domando sempre perché.»
Il televisore continuava a parlare.
Analisti, esperti, grafici.
Dicevano che la pressione militare non stava indebolendo l’Iran. Dicevano che lo stava rendendo più duro, più compatto.
Nino sospirò.
«È sempre la stessa storia.»
«Quale?» chiese Tonino.
Nino guardò fuori dalla porta del bar. Il buio dell’Aspromonte sembrava più grande del paese.
«Quando uno si sente accerchiato», disse piano, «si stringe di più.»
Mastro Peppe annuì.
«Come le famiglie di qua», disse. «Quando arrivavano i guai.»
Per un momento nessuno parlò.
Si sentiva solo il vento.
Poi Tonino disse:
«Ma allora la tregua non serve a niente?»
Il vecchio boscaiolo si passò una mano sulla barba grigia.
«Serve», disse. «Ma solo quando tutti la vogliono.»
Nino guardò di nuovo la televisione.
Sullo schermo scorrevano immagini di missili, città lontane, uomini in uniforme.
«E se uno la vuole e l’altro no?» chiese.
Mastro Peppe finì il vino.
Posò il bicchiere sul tavolo e disse con voce calma:
«Allora non è una tregua.»
Il vento fece sbattere la porta.
Fuori, l’Aspromonte stava fermo come un vecchio che ascolta il mondo.
Nino guardò ancora lo schermo.
Poi disse piano, quasi parlando a se stesso:
«Alla fine la domanda è sempre quella.»
Tonino lo guardò.
«Quale domanda?»
Nino fece un gesto verso il televisore.
«Chi comanda davvero la partita.»
Nessuno rispose.
Nel bar restò solo il rumore del vento che scendeva dalla montagna.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

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