NO, PER DIFENDERE LA GIUSTIZIA (E LA RAGIONE)
L'Editoriale di Luigi Palamara
GIUSTIZIA AL BUIO: LA RIFORMA "COPIA E INCOLLA" CHE CI CHIEDE DI FIRMARE IL NOSTRO RIMPIANTO. IL 23 MARZO IL VOTO È UNA SCELTA DI CAMPO: RESTARE IN PIEDI O PIEGARSI.
Bisogna scavare tra i faldoni di una riforma imposta: "Non è manutenzione, è una trasformazione che colpirà i più deboli. Il referendum non è un voto tecnico, ma una scelta tra restare in piedi o iniziare a piegarsi".
Arriva un momento, nella vita di un Paese, in cui non si tratta più di essere di destra o di sinistra, garantisti o giustizialisti, ottimisti o disillusi. C’è un momento in cui si tratta semplicemente di capire se si vuole restare in piedi o iniziare a piegarsi.
Il referendum del 22 e 23 marzo è uno di quei momenti.
Ci hanno raccontato che è una riforma della giustizia. Non è vero.
Ci hanno detto che renderà i processi più veloci. Non è vero.
Ci hanno assicurato che rafforzerà le garanzie. Non è vero.
E quando in politica si comincia con tre bugie, raramente si finisce con una verità.
Il procuratore Giuseppe Lombardo, uno che la giustizia non la commenta dai salotti ma la pratica ogni giorno tra faldoni, indagini e responsabilità, lo ha detto senza giri di parole: qui non si sta riformando la giustizia, si sta cambiando l’assetto della magistratura. È un’altra cosa. E chi finge di non capirlo, in realtà ha già capito benissimo.
Perché la giustizia non è un edificio da ridipingere, è una trave portante. Se la sposti, rischi di far crollare la casa.
E quella casa si chiama Costituzione.
C’è un dato che nessuno racconta, perché è meno comodo degli slogan: ogni anno in Italia si registrano circa 2,4 milioni di reati. Di questi, 1,7 milioni hanno un responsabile identificato. Ma a processo arrivano “solo” 400.000 casi.
Questo significa che oggi il pubblico ministero svolge un lavoro silenzioso, essenziale, quasi invisibile: filtra, seleziona, evita che la giustizia venga travolta da se stessa. Evita processi inutili. Evita ingolfamenti. Evita, in una parola, il caos.
E lo fa perché è formato insieme al giudice. Perché ragiona anche da giudice. Perché non è soltanto un accusatore.
Togliete questo equilibrio e avrete un pubblico ministero diverso: più debole come istituzione, ma più aggressivo come funzione. Non più filtro, ma imbuto. Non più selezione, ma accumulo.
Risultato? Più processi, più lentezza, più confusione.
Altro che giustizia più veloce.
E poi c’è il punto più grave, quello che non si dice ma che si sente: l’equilibrio dei poteri.
La magistratura, con tutti i suoi difetti – e ne ha – è uno dei pochi argini rimasti tra il cittadino e il potere. Indebolirla non significa “modernizzare il sistema”. Significa spostare il baricentro.
Verso dove? Verso chi governa.
Il senatore Nicola Irto lo ha ricordato con una constatazione che dovrebbe far riflettere anche i più distratti: questa riforma non è stata modificata di una virgola dal Parlamento. Quattro passaggi, zero cambiamenti.
Non è una riforma condivisa. È una riforma imposta.
E quando il Parlamento smette di discutere e inizia ad approvare senza toccare, vuol dire che qualcosa si è rotto prima ancora del voto.
C’è poi una parola che ricorre spesso in questi giorni: “cambiamento”.
È una parola bellissima. Ma anche pericolosa. Perché non tutto ciò che cambia migliora.
Cambiare una Costituzione non è come cambiare una legge. È come intervenire sulle fondamenta mentre la casa è abitata. E qui il paradosso è evidente: invece di riparare ciò che non funziona – organici insufficienti, tempi lunghi, strutture carenti – si interviene su ciò che funziona come equilibrio.
È come voler far partire una macchina senza motore e senza gomme, cambiando però il volante.
Lo ha detto con semplicità disarmante un giovane candidato: si tocca la parte migliore, lasciando intatto il problema.
Ma c’è un’immagine che più di tutte resta impressa.
Quella del contratto.
“Firma qui, poi le clausole te le spieghiamo dopo.”
Chi lo farebbe? Chi firmerebbe senza sapere cosa sta accettando? Eppure è esattamente ciò che viene chiesto agli italiani: approvare una riforma i cui effetti reali dipenderanno da decreti futuri, oggi sconosciuti.
Non è coraggio. È incoscienza.
E uno Stato serio non si fonda sull’incoscienza.
Infine, c’è una verità semplice, quasi banale, ma decisiva: la giustizia non è dei magistrati. È dei cittadini. Di tutti. Soprattutto di chi ha meno strumenti, meno voce, meno difese.
Indebolirla non colpirà i forti. Colpirà i deboli.
E questo, in un Paese civile, dovrebbe bastare.
Per tutte queste ragioni, il voto del 22 e 23 marzo non è un voto tecnico. È un voto di responsabilità.
Non si vota contro qualcuno.
Si vota per qualcosa.
Per l’equilibrio dei poteri.
Per una giustizia che filtra invece di travolgere.
Per una Costituzione che ha retto alle tempeste della storia e che non merita di essere riscritta con leggerezza.
E allora, senza slogan ma con lucidità, senza rabbia ma con fermezza, la scelta è una sola:
votare NO.
Ma un editoriale, se vuole essere onesto, non può limitarsi alle sintesi. Deve dare i nomi, le parole, le responsabilità. Deve mettere le facce accanto alle idee.
Perché qui non si parla di astrazioni. Si parla di persone che hanno detto, chiaramente, perché votare NO.
Giuseppe Lombardo, procuratore della Repubblica, non ha parlato per slogan. Ha parlato da uomo che ogni giorno misura la distanza tra teoria e realtà.
Ha ricordato una verità che in pochi hanno il coraggio di dire:
“La giustizia non è un sistema chiuso: è il punto di equilibrio indispensabile dell’intero assetto costituzionale.”
Non un ingranaggio. Non una corporazione. Ma un equilibrio. E quando tocchi un equilibrio, non sai mai dove si fermerà la caduta.
Lombardo ha smontato, pezzo dopo pezzo, la narrazione della “giustizia più veloce”:
“Se il pubblico ministero perde il percorso formativo comune con il giudice, la giustizia diventerà più lenta e più appesantita da procedimenti inutili.”
Non è un’opinione. È un avvertimento.
E poi i numeri, freddi e implacabili:
“Ogni anno circa 2,4 milioni di reati. Solo 400.000 arrivano a processo.”
Il resto viene filtrato. Evitato. Fermato prima che diventi processo.
E allora la domanda è semplice: chi avrà il coraggio di spiegare agli italiani perché vogliamo distruggere proprio ciò che oggi evita il collasso?
Infine, la metafora più potente:
“Non possiamo firmare un contratto senza conoscere le clausole vessatorie.”
E invece è esattamente quello che ci chiedono.
Nell’intervista, sempre Giuseppe Lombardo ha aggiunto un elemento che pesa come un macigno:
“Qui non si tratta di riformare la giustizia, ma di cambiare completamente l’assetto della magistratura.”
Tradotto: non è manutenzione. È trasformazione.
E ha chiarito chi pagherà il prezzo più alto:
“Diventerà un problema soprattutto per chi ha meno risorse.”
Non per chi ha avvocati potenti. Non per chi ha mezzi.
Per chi ha solo la giustizia.
Poi c’è la politica. E qui parla Nicola Irto, senatore della Repubblica.
Non usa mezze parole:
“Questa non è una riforma della giustizia.”
E aggiunge qualcosa che dovrebbe inquietare anche chi è favorevole:
“Il Parlamento non ha modificato di una virgola il testo.”
Quattro passaggi parlamentari. Zero cambiamenti.
Non è democrazia deliberativa. È ratifica.
Irto va oltre e indica il rischio più grande:
“Viene meno il sistema dei pesi e contrappesi.”
E senza contrappesi, la democrazia smette di essere equilibrio e diventa comando.
E poi la voce dei più giovani. Francesco Mendicino, candidato alla segreteria dei Giovani Democratici della Calabria, porta una prospettiva che spesso si ignora.
Dice una cosa semplice, ma decisiva:
“La separazione delle carriere esiste già.”
Allora perché cambiarla in Costituzione?
E soprattutto denuncia un fatto politico:
“Oltre 20.000 giovani hanno avuto limitazioni nel diritto di voto.”
Un Paese che discute di riforme costituzionali dovrebbe allargare la partecipazione, non restringerla.
Mendicino coglie anche il cuore del problema:
“Qui è in gioco l’equilibrio tra i poteri dello Stato.”
E usa un’immagine che resta:
“È come far partire una macchina senza motore e senza gomme.”
Si cambia ciò che funziona, lasciando intatto ciò che non funziona.
E allora torniamo al punto di partenza.
Non è un referendum sulla giustizia.
Non è un referendum tecnico.
Non è nemmeno un referendum ideologico.
È una scelta di responsabilità.
Da una parte, una riforma che promette molto e spiega poco.
Dall’altra, una Costituzione che ha già dimostrato di reggere.
Da una parte, il salto nel buio.
Dall’altra, la prudenza di chi sa che certi errori non si possono correggere.
Perché – come ha detto Giuseppe Lombardo –
“L’errore sarebbe irreparabile.”
E nella vita, come nella storia, gli errori irreparabili non si chiamano riforme.
Si chiamano rimpianti.
Per questo, ancora una volta, senza enfasi inutile ma con la chiarezza che i momenti seri impongono:
il 22 e 23 marzo si vota NO.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara Intervento del Procuratore Giuseppe Lombardo. NO, PER DIFENDERE LA GIUSTIZIA (E LA RAGIONE) L'Editoriale di Luigi Palamara GIUSTIZIA AL BUIO: LA RIFORMA "COPIA E INCOLLA" CHE CI CHIEDE DI FIRMARE IL NOSTRO RIMPIANTO. IL 23 MARZO IL VOTO È UNA SCELTA DI CAMPO: RESTARE IN PIEDI O PIEGARSI. Bisogna scavare tra i faldoni di una riforma imposta: "Non è manutenzione, è una trasformazione che colpirà i più deboli. Il referendum non è un voto tecnico, ma una scelta tra restare in piedi o iniziare a piegarsi".  Arriva un momento, nella vita di un Paese, in cui non si tratta più di essere di destra o di sinistra, garantisti o giustizialisti, ottimisti o disillusi. C’è un momento in cui si tratta semplicemente di capire se si vuole restare in piedi o iniziare a piegarsi. Il referendum del 22 e 23 marzo è uno di quei momenti. Ci hanno raccontato che è una riforma della giustizia. Non è vero. Ci hanno detto che renderà i processi più veloci. Non è vero. Ci hanno assicurato che rafforzerà le garanzie. Non è vero. E quando in politica si comincia con tre bugie, raramente si finisce con una verità. Il procuratore Giuseppe Lombardo, uno che la giustizia non la commenta dai salotti ma la pratica ogni giorno tra faldoni, indagini e responsabilità, lo ha detto senza giri di parole: qui non si sta riformando la giustizia, si sta cambiando l’assetto della magistratura. È un’altra cosa. E chi finge di non capirlo, in realtà ha già capito benissimo. Perché la giustizia non è un edificio da ridipingere, è una trave portante. Se la sposti, rischi di far crollare la casa. E quella casa si chiama Costituzione. C’è un dato che nessuno racconta, perché è meno comodo degli slogan: ogni anno in Italia si registrano circa 2,4 milioni di reati. Di questi, 1,7 milioni hanno un responsabile identificato. Ma a processo arrivano “solo” 400.000 casi. Questo significa che oggi il pubblico ministero svolge un lavoro silenzioso, essenziale, quasi invisibile: filtra, seleziona, evita che la giustizia venga travolta da se stessa. Evita processi inutili. Evita ingolfamenti. Evita, in una parola, il caos. E lo fa perché è formato insieme al giudice. Perché ragiona anche da giudice. Perché non è soltanto un accusatore. Togliete questo equilibrio e avrete un pubblico ministero diverso: più debole come istituzione, ma più aggressivo come funzione. Non più filtro, ma imbuto. Non più selezione, ma accumulo. Risultato? Più processi, più lentezza, più confusione. Altro che giustizia più veloce. E poi c’è il punto più grave, quello che non si dice ma che si sente: l’equilibrio dei poteri. La magistratura, con tutti i suoi difetti – e ne ha – è uno dei pochi argini rimasti tra il cittadino e il potere. Indebolirla non significa “modernizzare il sistema”. Significa spostare il baricentro. Verso dove? Verso chi governa. Il senatore Nicola Irto lo ha ricordato con una constatazione che dovrebbe far riflettere anche i più distratti: questa riforma non è stata modificata di una virgola dal Parlamento. Quattro passaggi, zero cambiamenti. Non è una riforma condivisa. È una riforma imposta. E quando il Parlamento smette di discutere e inizia ad approvare senza toccare, vuol dire che qualcosa si è rotto prima ancora del voto. C’è poi una parola che ricorre spesso in questi giorni: “cambiamento”. È una parola bellissima. Ma anche pericolosa. Perché non tutto ciò che cambia migliora. Cambiare una Costituzione non è come cambiare una legge. È come intervenire sulle fondamenta mentre la casa è abitata. E qui il paradosso è evidente: invece di riparare ciò che non funziona – organici insufficienti, tempi lunghi, strutture carenti – si interviene su ciò che funziona come equilibrio. È come voler far partire una macchina senza motore e senza gomme, cambiando però il volante. Lo ha detto con semplicità disarmante un giovane candidato: si tocca la parte migliore, lasciando intatto il problema. Ma c’è un’immagine che più di tutte resta impressa. Quella del contratto.
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@luigi.palamara Intervista al Procuratore Giuseppe Lombardo. NO, PER DIFENDERE LA GIUSTIZIA (E LA RAGIONE) L'Editoriale di Luigi Palamara GIUSTIZIA AL BUIO: LA RIFORMA "COPIA E INCOLLA" CHE CI CHIEDE DI FIRMARE IL NOSTRO RIMPIANTO. IL 23 MARZO IL VOTO È UNA SCELTA DI CAMPO: RESTARE IN PIEDI O PIEGARSI. Bisogna scavare tra i faldoni di una riforma imposta: "Non è manutenzione, è una trasformazione che colpirà i più deboli. Il referendum non è un voto tecnico, ma una scelta tra restare in piedi o iniziare a piegarsi".  Arriva un momento, nella vita di un Paese, in cui non si tratta più di essere di destra o di sinistra, garantisti o giustizialisti, ottimisti o disillusi. C’è un momento in cui si tratta semplicemente di capire se si vuole restare in piedi o iniziare a piegarsi. Il referendum del 22 e 23 marzo è uno di quei momenti. Ci hanno raccontato che è una riforma della giustizia. Non è vero. Ci hanno detto che renderà i processi più veloci. Non è vero. Ci hanno assicurato che rafforzerà le garanzie. Non è vero. E quando in politica si comincia con tre bugie, raramente si finisce con una verità. Il procuratore Giuseppe Lombardo, uno che la giustizia non la commenta dai salotti ma la pratica ogni giorno tra faldoni, indagini e responsabilità, lo ha detto senza giri di parole: qui non si sta riformando la giustizia, si sta cambiando l’assetto della magistratura. È un’altra cosa. E chi finge di non capirlo, in realtà ha già capito benissimo. Perché la giustizia non è un edificio da ridipingere, è una trave portante. Se la sposti, rischi di far crollare la casa. E quella casa si chiama Costituzione. C’è un dato che nessuno racconta, perché è meno comodo degli slogan: ogni anno in Italia si registrano circa 2,4 milioni di reati. Di questi, 1,7 milioni hanno un responsabile identificato. Ma a processo arrivano “solo” 400.000 casi. Questo significa che oggi il pubblico ministero svolge un lavoro silenzioso, essenziale, quasi invisibile: filtra, seleziona, evita che la giustizia venga travolta da se stessa. Evita processi inutili. Evita ingolfamenti. Evita, in una parola, il caos. E lo fa perché è formato insieme al giudice. Perché ragiona anche da giudice. Perché non è soltanto un accusatore. Togliete questo equilibrio e avrete un pubblico ministero diverso: più debole come istituzione, ma più aggressivo come funzione. Non più filtro, ma imbuto. Non più selezione, ma accumulo. Risultato? Più processi, più lentezza, più confusione. Altro che giustizia più veloce. E poi c’è il punto più grave, quello che non si dice ma che si sente: l’equilibrio dei poteri. La magistratura, con tutti i suoi difetti – e ne ha – è uno dei pochi argini rimasti tra il cittadino e il potere. Indebolirla non significa “modernizzare il sistema”. Significa spostare il baricentro. Verso dove? Verso chi governa. Il senatore Nicola Irto lo ha ricordato con una constatazione che dovrebbe far riflettere anche i più distratti: questa riforma non è stata modificata di una virgola dal Parlamento. Quattro passaggi, zero cambiamenti. Non è una riforma condivisa. È una riforma imposta. E quando il Parlamento smette di discutere e inizia ad approvare senza toccare, vuol dire che qualcosa si è rotto prima ancora del voto. C’è poi una parola che ricorre spesso in questi giorni: “cambiamento”. È una parola bellissima. Ma anche pericolosa. Perché non tutto ciò che cambia migliora. Cambiare una Costituzione non è come cambiare una legge. È come intervenire sulle fondamenta mentre la casa è abitata. E qui il paradosso è evidente: invece di riparare ciò che non funziona – organici insufficienti, tempi lunghi, strutture carenti – si interviene su ciò che funziona come equilibrio. È come voler far partire una macchina senza motore e senza gomme, cambiando però il volante. Lo ha detto con semplicità disarmante un giovane candidato: si tocca la parte migliore, lasciando intatto il problema. Ma c’è un’immagine che più di tutte resta impressa. Quella del contratto.
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@luigi.palamara Intervista al Senatore del PD Nicola Irto. NO, PER DIFENDERE LA GIUSTIZIA (E LA RAGIONE) L'Editoriale di Luigi Palamara GIUSTIZIA AL BUIO: LA RIFORMA "COPIA E INCOLLA" CHE CI CHIEDE DI FIRMARE IL NOSTRO RIMPIANTO. IL 23 MARZO IL VOTO È UNA SCELTA DI CAMPO: RESTARE IN PIEDI O PIEGARSI. Bisogna scavare tra i faldoni di una riforma imposta: "Non è manutenzione, è una trasformazione che colpirà i più deboli. Il referendum non è un voto tecnico, ma una scelta tra restare in piedi o iniziare a piegarsi".  Arriva un momento, nella vita di un Paese, in cui non si tratta più di essere di destra o di sinistra, garantisti o giustizialisti, ottimisti o disillusi. C’è un momento in cui si tratta semplicemente di capire se si vuole restare in piedi o iniziare a piegarsi. Il referendum del 22 e 23 marzo è uno di quei momenti. Ci hanno raccontato che è una riforma della giustizia. Non è vero. Ci hanno detto che renderà i processi più veloci. Non è vero. Ci hanno assicurato che rafforzerà le garanzie. Non è vero. E quando in politica si comincia con tre bugie, raramente si finisce con una verità. Il procuratore Giuseppe Lombardo, uno che la giustizia non la commenta dai salotti ma la pratica ogni giorno tra faldoni, indagini e responsabilità, lo ha detto senza giri di parole: qui non si sta riformando la giustizia, si sta cambiando l’assetto della magistratura. È un’altra cosa. E chi finge di non capirlo, in realtà ha già capito benissimo. Perché la giustizia non è un edificio da ridipingere, è una trave portante. Se la sposti, rischi di far crollare la casa. E quella casa si chiama Costituzione. C’è un dato che nessuno racconta, perché è meno comodo degli slogan: ogni anno in Italia si registrano circa 2,4 milioni di reati. Di questi, 1,7 milioni hanno un responsabile identificato. Ma a processo arrivano “solo” 400.000 casi. Questo significa che oggi il pubblico ministero svolge un lavoro silenzioso, essenziale, quasi invisibile: filtra, seleziona, evita che la giustizia venga travolta da se stessa. Evita processi inutili. Evita ingolfamenti. Evita, in una parola, il caos. E lo fa perché è formato insieme al giudice. Perché ragiona anche da giudice. Perché non è soltanto un accusatore. Togliete questo equilibrio e avrete un pubblico ministero diverso: più debole come istituzione, ma più aggressivo come funzione. Non più filtro, ma imbuto. Non più selezione, ma accumulo. Risultato? Più processi, più lentezza, più confusione. Altro che giustizia più veloce. E poi c’è il punto più grave, quello che non si dice ma che si sente: l’equilibrio dei poteri. La magistratura, con tutti i suoi difetti – e ne ha – è uno dei pochi argini rimasti tra il cittadino e il potere. Indebolirla non significa “modernizzare il sistema”. Significa spostare il baricentro. Verso dove? Verso chi governa. Il senatore Nicola Irto lo ha ricordato con una constatazione che dovrebbe far riflettere anche i più distratti: questa riforma non è stata modificata di una virgola dal Parlamento. Quattro passaggi, zero cambiamenti. Non è una riforma condivisa. È una riforma imposta. E quando il Parlamento smette di discutere e inizia ad approvare senza toccare, vuol dire che qualcosa si è rotto prima ancora del voto. C’è poi una parola che ricorre spesso in questi giorni: “cambiamento”. È una parola bellissima. Ma anche pericolosa. Perché non tutto ciò che cambia migliora. Cambiare una Costituzione non è come cambiare una legge. È come intervenire sulle fondamenta mentre la casa è abitata. E qui il paradosso è evidente: invece di riparare ciò che non funziona – organici insufficienti, tempi lunghi, strutture carenti – si interviene su ciò che funziona come equilibrio. È come voler far partire una macchina senza motore e senza gomme, cambiando però il volante. Lo ha detto con semplicità disarmante un giovane candidato: si tocca la parte migliore, lasciando intatto il problema. Ma c’è un’immagine che più di tutte resta impressa. Quella del contratto.
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@luigi.palamara Intervista al candidato alla Segreteria dei Giovani Democratici della Calabria Francesco Mendicino. NO, PER DIFENDERE LA GIUSTIZIA (E LA RAGIONE) L'Editoriale di Luigi Palamara GIUSTIZIA AL BUIO: LA RIFORMA "COPIA E INCOLLA" CHE CI CHIEDE DI FIRMARE IL NOSTRO RIMPIANTO. IL 23 MARZO IL VOTO È UNA SCELTA DI CAMPO: RESTARE IN PIEDI O PIEGARSI. Bisogna scavare tra i faldoni di una riforma imposta: "Non è manutenzione, è una trasformazione che colpirà i più deboli. Il referendum non è un voto tecnico, ma una scelta tra restare in piedi o iniziare a piegarsi".  Arriva un momento, nella vita di un Paese, in cui non si tratta più di essere di destra o di sinistra, garantisti o giustizialisti, ottimisti o disillusi. C’è un momento in cui si tratta semplicemente di capire se si vuole restare in piedi o iniziare a piegarsi. Il referendum del 22 e 23 marzo è uno di quei momenti. Ci hanno raccontato che è una riforma della giustizia. Non è vero. Ci hanno detto che renderà i processi più veloci. Non è vero. Ci hanno assicurato che rafforzerà le garanzie. Non è vero. E quando in politica si comincia con tre bugie, raramente si finisce con una verità. Il procuratore Giuseppe Lombardo, uno che la giustizia non la commenta dai salotti ma la pratica ogni giorno tra faldoni, indagini e responsabilità, lo ha detto senza giri di parole: qui non si sta riformando la giustizia, si sta cambiando l’assetto della magistratura. È un’altra cosa. E chi finge di non capirlo, in realtà ha già capito benissimo. Perché la giustizia non è un edificio da ridipingere, è una trave portante. Se la sposti, rischi di far crollare la casa. E quella casa si chiama Costituzione. C’è un dato che nessuno racconta, perché è meno comodo degli slogan: ogni anno in Italia si registrano circa 2,4 milioni di reati. Di questi, 1,7 milioni hanno un responsabile identificato. Ma a processo arrivano “solo” 400.000 casi. Questo significa che oggi il pubblico ministero svolge un lavoro silenzioso, essenziale, quasi invisibile: filtra, seleziona, evita che la giustizia venga travolta da se stessa. Evita processi inutili. Evita ingolfamenti. Evita, in una parola, il caos. E lo fa perché è formato insieme al giudice. Perché ragiona anche da giudice. Perché non è soltanto un accusatore. Togliete questo equilibrio e avrete un pubblico ministero diverso: più debole come istituzione, ma più aggressivo come funzione. Non più filtro, ma imbuto. Non più selezione, ma accumulo. Risultato? Più processi, più lentezza, più confusione. Altro che giustizia più veloce. E poi c’è il punto più grave, quello che non si dice ma che si sente: l’equilibrio dei poteri. La magistratura, con tutti i suoi difetti – e ne ha – è uno dei pochi argini rimasti tra il cittadino e il potere. Indebolirla non significa “modernizzare il sistema”. Significa spostare il baricentro. Verso dove? Verso chi governa. Il senatore Nicola Irto lo ha ricordato con una constatazione che dovrebbe far riflettere anche i più distratti: questa riforma non è stata modificata di una virgola dal Parlamento. Quattro passaggi, zero cambiamenti. Non è una riforma condivisa. È una riforma imposta. E quando il Parlamento smette di discutere e inizia ad approvare senza toccare, vuol dire che qualcosa si è rotto prima ancora del voto. C’è poi una parola che ricorre spesso in questi giorni: “cambiamento”. È una parola bellissima. Ma anche pericolosa. Perché non tutto ciò che cambia migliora. Cambiare una Costituzione non è come cambiare una legge. È come intervenire sulle fondamenta mentre la casa è abitata. E qui il paradosso è evidente: invece di riparare ciò che non funziona – organici insufficienti, tempi lunghi, strutture carenti – si interviene su ciò che funziona come equilibrio. È come voler far partire una macchina senza motore e senza gomme, cambiando però il volante. Lo ha detto con semplicità disarmante un giovane candidato: si tocca la parte migliore, lasciando intatto il problema. Ma c’è un’immagine c
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@luigi.palamara Interventi vari. NO, PER DIFENDERE LA GIUSTIZIA (E LA RAGIONE) L'Editoriale di Luigi Palamara GIUSTIZIA AL BUIO: LA RIFORMA "COPIA E INCOLLA" CHE CI CHIEDE DI FIRMARE IL NOSTRO RIMPIANTO. IL 23 MARZO IL VOTO È UNA SCELTA DI CAMPO: RESTARE IN PIEDI O PIEGARSI. Bisogna scavare tra i faldoni di una riforma imposta: "Non è manutenzione, è una trasformazione che colpirà i più deboli. Il referendum non è un voto tecnico, ma una scelta tra restare in piedi o iniziare a piegarsi".  Arriva un momento, nella vita di un Paese, in cui non si tratta più di essere di destra o di sinistra, garantisti o giustizialisti, ottimisti o disillusi. C’è un momento in cui si tratta semplicemente di capire se si vuole restare in piedi o iniziare a piegarsi. Il referendum del 22 e 23 marzo è uno di quei momenti. Ci hanno raccontato che è una riforma della giustizia. Non è vero. Ci hanno detto che renderà i processi più veloci. Non è vero. Ci hanno assicurato che rafforzerà le garanzie. Non è vero. E quando in politica si comincia con tre bugie, raramente si finisce con una verità. Il procuratore Giuseppe Lombardo, uno che la giustizia non la commenta dai salotti ma la pratica ogni giorno tra faldoni, indagini e responsabilità, lo ha detto senza giri di parole: qui non si sta riformando la giustizia, si sta cambiando l’assetto della magistratura. È un’altra cosa. E chi finge di non capirlo, in realtà ha già capito benissimo. Perché la giustizia non è un edificio da ridipingere, è una trave portante. Se la sposti, rischi di far crollare la casa. E quella casa si chiama Costituzione. C’è un dato che nessuno racconta, perché è meno comodo degli slogan: ogni anno in Italia si registrano circa 2,4 milioni di reati. Di questi, 1,7 milioni hanno un responsabile identificato. Ma a processo arrivano “solo” 400.000 casi. Questo significa che oggi il pubblico ministero svolge un lavoro silenzioso, essenziale, quasi invisibile: filtra, seleziona, evita che la giustizia venga travolta da se stessa. Evita processi inutili. Evita ingolfamenti. Evita, in una parola, il caos. E lo fa perché è formato insieme al giudice. Perché ragiona anche da giudice. Perché non è soltanto un accusatore. Togliete questo equilibrio e avrete un pubblico ministero diverso: più debole come istituzione, ma più aggressivo come funzione. Non più filtro, ma imbuto. Non più selezione, ma accumulo. Risultato? Più processi, più lentezza, più confusione. Altro che giustizia più veloce. E poi c’è il punto più grave, quello che non si dice ma che si sente: l’equilibrio dei poteri. La magistratura, con tutti i suoi difetti – e ne ha – è uno dei pochi argini rimasti tra il cittadino e il potere. Indebolirla non significa “modernizzare il sistema”. Significa spostare il baricentro. Verso dove? Verso chi governa. Il senatore Nicola Irto lo ha ricordato con una constatazione che dovrebbe far riflettere anche i più distratti: questa riforma non è stata modificata di una virgola dal Parlamento. Quattro passaggi, zero cambiamenti. Non è una riforma condivisa. È una riforma imposta. E quando il Parlamento smette di discutere e inizia ad approvare senza toccare, vuol dire che qualcosa si è rotto prima ancora del voto. C’è poi una parola che ricorre spesso in questi giorni: “cambiamento”. È una parola bellissima. Ma anche pericolosa. Perché non tutto ciò che cambia migliora. Cambiare una Costituzione non è come cambiare una legge. È come intervenire sulle fondamenta mentre la casa è abitata. E qui il paradosso è evidente: invece di riparare ciò che non funziona – organici insufficienti, tempi lunghi, strutture carenti – si interviene su ciò che funziona come equilibrio. È come voler far partire una macchina senza motore e senza gomme, cambiando però il volante. Lo ha detto con semplicità disarmante un giovane candidato: si tocca la parte migliore, lasciando intatto il problema. Ma c’è un’immagine che più di tutte resta impressa. Quella del contratto. “Firma qui, poi le clausole
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