Azzeriamo i premi, salviamo il merito
L'Editoriale di Luigi Palamara
Una parola che a Reggio Calabria abbiamo consumato fino a renderla quasi ridicola: eccellenza.
Un tempo indicava qualcosa di raro. Una vetta. Un esempio. Una persona, un’opera, una storia capaci di stare in piedi da sole, senza bisogno di applausi organizzati, targhe lucide, fotografie di circostanza e comunicati stampa scritti con l’inchiostro dell’autocompiacimento.
Oggi, invece, “eccellenza” è diventata una parola da buffet. La si appiccica ovunque. A chiunque. In qualunque sala, con qualunque patrocinio, davanti a qualunque fondale stampato in fretta. Basta inventarsi un premio, chiamarlo “territoriale”, “nazionale”, “internazionale”, aggiungere due loghi, tre sponsor, qualche istituzione compiacente, ed ecco servita l’ennesima celebrazione del nulla.
Azzeriamo tutto.
Azzeriamo i premi, le benemerenze, le medaglie simboliche, le targhe “alla carriera”, i riconoscimenti “alle eccellenze del territorio” quando servono soltanto a costruire passerelle, relazioni, fotografie e piccoli salotti di vanità locale.
Perché a ben guardare, spesso, quelle eccellenze non sono eccellenze. Sono caricature. Sono figurine messe in fila. Sono cerimonie dove il merito non viene riconosciuto, ma distribuito. Dove non conta ciò che hai fatto, ma chi conosci. Non conta il valore, ma la convenienza. Non conta la storia, ma la presenza.
E allora bisogna dirlo: chi vuole inventarsi premi privati, manifestazioni celebrative e riconoscimenti vari lo faccia pure, se proprio non riesce a resistere alla tentazione della targa e del microfono. Ma non usi più certe parole. Non usi “eccellenza”. Non usi “benemerenza”. Non usi il linguaggio delle istituzioni per rivestire di solennità ciò che solenne non è.
Una benemerenza non è un favore. Non è un contentino. Non è una pacca sulla spalla. Non è il premio all’amico, al conoscente, al personaggio utile, al volto da mettere in locandina. Una benemerenza dovrebbe essere una cosa seria. Dovrebbe nascere da un criterio, da una verifica, da un rispetto profondo per la comunità che si pretende di rappresentare.
Quando invece tutto diventa premio, niente è più premio.
Quando tutti sono eccellenze, nessuno lo è davvero.
E il danno più grave non lo subisce il pubblico, che ormai spesso guarda queste cerimonie con un misto di ironia e stanchezza. Il danno lo subisce chi merita davvero. Chi ha lavorato in silenzio. Chi ha costruito qualcosa. Chi ha portato alto il nome di un territorio senza gridarlo ogni giorno sui social. Chi ha talento, sacrificio, competenza, dignità.
Sono loro a essere sviliti.
Sono loro a essere offesi da questa inflazione del riconoscimento.
Sono loro che vengono messi sullo stesso piano di chi non rappresenta altro che se stesso, la propria vanità o la propria rete di convenienze.
Ecco perché questo massacro del merito deve finire. Perché ormai fa ridere, sì. Ma fa anche piangere. Fa ridere per la sua goffaggine, per la sua scenografia povera, per la sua retorica gonfiata. Fa piangere per la pochezza culturale che rivela. Per l’idea miserabile che basti una targa per trasformare la mediocrità in valore.
Il territorio non ha bisogno di premi inventati. Ha bisogno di serietà. Ha bisogno di criteri. Ha bisogno di memoria. Ha bisogno di distinguere, finalmente, tra chi vale e chi viene soltanto esibito.
Azzeriamo, dunque.
Ripartiamo dal merito vero, non da quello proclamato.
Ripartiamo dalle opere, non dalle passerelle.
Ripartiamo dalle persone che non chiedono di essere celebrate, ma che meriterebbero davvero di esserlo.
Tutto il resto lasciamolo dov’è: nel teatrino delle targhe, delle strette di mano, delle fotografie sorridenti e delle parole grandi usate per coprire cose piccole.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

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