Solidarietà ad Agostino Pantano, un cronista querelato
Editoriale di Luigi Palamara
A volte nascono storie che sembrano piccole, perché riguardano una persona sola. Poi le guardi meglio e capisci che parlano di tutti.
La storia di Agostino Pantano, giornalista calabrese, è una di queste. Racconta di avere appreso, leggendo un fascicolo depositato alla Procura di Palmi, di essere stato querelato per diffamazione due volte dall’editore televisivo Domenico Maduli: una volta direttamente, un’altra insieme a Franco Laratta, direttore del network per cui Pantano ha lavorato fino al gennaio 2024.
La Procura ha chiesto l’archiviazione. Un Gip l’ha accolta. La parte offesa, com’è suo diritto, ha presentato reclamo. Ora Pantano dovrà tornare davanti a un giudice, con un avvocato accanto, per difendersi ancora.
Fin qui, si dirà, è la giustizia. Ed è vero. In uno Stato di diritto ciascuno può tutelare il proprio nome, la propria reputazione, la propria immagine. Nessuno può negarlo. Ma c’è anche un’altra verità, più semplice e più scomoda: una querela, per chi scrive, pesa. Due pesano di più. Pesano sui nervi, sul portafoglio, sul tempo, sulla salute. Pesano anche quando poi vengono archiviate.
Non bisogna fare processi sui giornali. È una regola elementare. Ma non bisogna neppure fingere che certi fatti non abbiano un significato pubblico. Pantano non è soltanto un privato cittadino che litiga con un altro privato cittadino. È un giornalista. È un lavoratore. È una persona che, secondo il suo racconto, ha denunciato il proprio ex datore di lavoro per presunte irregolarità e che poi si è vista arrivare addosso delle querele per alcuni post pubblicati sui social.
Questo è il punto.
Non sappiamo, e non dobbiamo stabilire qui, come finirà la vicenda giudiziaria. Lo faranno i magistrati. Ma possiamo porre una domanda: che cosa succede alla libertà di informare quando un cronista comincia a temere ogni parola? Quando non deve più soltanto chiedersi se ciò che scrive sia vero, documentato, continente, ma anche quanto gli costerà difenderlo?
La libertà di stampa non vive nei convegni. Vive nelle redazioni povere, nei giornali di provincia, nei territori dove tutti conoscono tutti, dove il potere non ha sempre bisogno di urlare. A volte basta una telefonata. A volte basta un silenzio. A volte basta una carta notificata.
La querela è uno strumento legittimo. Ma può diventare anche uno strumento di pressione. Non sempre lo è, naturalmente. Ma può esserlo. E quando accade, il danno non riguarda soltanto il querelato. Riguarda anche chi avrebbe dovuto leggere una notizia e non la leggerà più, perché qualcuno avrà deciso che è meglio non rischiare.
So di cosa parlo. In un passato recente ho vissuto anch’io situazioni simili. Ho conosciuto il peso di certe pressioni, l’amarezza di certi tentativi di isolamento, la fatica di dover difendere non soltanto quello che si è scritto, ma perfino il diritto di averlo scritto. E ho conosciuto anche qualcosa che, a volte, fa male quasi quanto l’attacco: il silenzio.
Il silenzio assordante della maggior parte dei giornalisti. Il silenzio delle decine di testate online esistenti a Reggio Calabria. Il silenzio di chi vede, capisce, magari condivide in privato, ma in pubblico preferisce non esporsi. Quel silenzio mi ha ferito. In certi momenti, mi ha fatto male come, se non più, di chi aveva tentato di zittirmi. Perché da chi vuole colpirti ti difendi. Da chi tace, invece, impari una lezione più amara: la solitudine.
Ma io non sono quello. Non sono il silenzio. Non lo sarò mai.
E anche se Agostino Pantano, quando è toccato a me, non ha mai espresso pubblicamente la sua solidarietà nei miei confronti, questo non cambia nulla. Non scrivo queste righe per pareggiare un conto, né per restituire una mancanza con un’altra mancanza. La solidarietà, quando è vera, non è una moneta di scambio. Non si concede a chi ce l’ha già data. Si dà quando è giusta.
Io no. Io non sono così.
Per questo a Pantano va, dunque, la mia solidarietà personale. Non per spirito di corporazione. I giornalisti non sono santi, non sono eroi, non sono immuni dagli errori. Possono sbagliare, esagerare, ferire. E quando diffamano devono risponderne. Ma un Paese civile deve saper distinguere tra la diffamazione e la critica, tra l’offesa e la denuncia, tra la tutela dell’onore e il tentativo di scoraggiare una voce scomoda.
Questa vicenda riguarda la Calabria, ma non solo la Calabria. Riguarda tutti i luoghi in cui il lavoro giornalistico diventa fragile, precario, esposto. Riguarda chi scrive senza grandi protezioni. Riguarda chi denuncia e poi resta solo. Riguarda anche i lettori, perché un giornalista intimidito non è un problema della categoria: è un problema della democrazia.
Riguarda, soprattutto, il dovere morale di non voltarsi dall’altra parte. Perché il giornalismo non è soltanto pubblicare comunicati, rincorrere clic, riempire pagine social o misurare le convenienze. Il giornalismo è anche stare in piedi quando sarebbe più comodo sedersi. È riconoscere una ferita anche quando appartiene a qualcuno che non ha riconosciuto la tua. È dire una parola giusta nel momento in cui il silenzio sarebbe più facile, più prudente, più conveniente.
Pantano dice che non starà in silenzio. È una frase che può sembrare retorica. Non lo è. Per un cronista, il silenzio può diventare una forma di prudenza. Ma può diventare anche una resa. E non sempre si capisce subito dove finisca l’una e dove cominci l’altra.
Aspettiamo i giudici. È giusto così. Ma intanto si può dire una cosa semplice: nessuno dovrebbe sentirsi solo per avere scritto, denunciato, raccontato. Nessuno dovrebbe dover imparare che una parola pubblica può trasformarsi in una spesa legale, in un’udienza, in un peso da portare per anni.
E nessuno dovrebbe scoprire, nel momento della difficoltà, che intorno a lui esiste una folla muta. Una categoria che sa indignarsi a corrente alternata. Un territorio pieno di voci quando si tratta di commentare, ma improvvisamente afono quando bisognerebbe prendere posizione.
Per questo, ad Agostino Pantano va la mia solidarietà. Sobria, ferma, senza clamori. La solidarietà che si deve a chi continua a fare il mestiere più difficile: raccontare i fatti, anche quando i fatti danno fastidio.
Non perché lui l’abbia data a me. Ma perché io credo ancora che una parola libera, quando viene messa alla prova, vada difesa. Sempre. Anche quando costa. Anche quando pesa. Anche quando si resta soli.
Io non sarò mai il silenzio.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

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