Calabria, quando il carcere torna a essere questione di civiltà
L'Editoriale di Luigi PalamaraAlcune giornate, nel calendario delle istituzioni, rischiano di essere archiviate come semplici cerimonie: una sala elegante, qualche saluto, la stampa, le firme, le fotografie di rito. Poi ci sono giornate che, se lette bene, dicono qualcosa di più profondo sullo stato di salute di una comunità civile.
Quella vissuta a Reggio Calabria al Palazzo del Consiglio regionale della Calabria, nel cuore del Polo culturale “Mattia Preti”, appartiene alla seconda categoria. Perché il protocollo d’intesa siglato tra la Presidenza del Consiglio regionale, il Garante regionale delle persone private della libertà personale e AIGA Calabria non è soltanto un atto amministrativo. È una scelta politica, culturale e morale. Una di quelle scelte che misurano la distanza tra la retorica dei diritti e la loro concreta difesa.
Al centro di questa iniziativa c’è una figura che merita di essere raccontata senza enfasi inutile, ma con chiarezza: l’avvocata Giovanna Francesca Russo, Garante regionale delle persone private della libertà personale. Una professionista che, dalle parole pronunciate durante l’intervista, dimostra di non considerare il proprio incarico come una funzione ornamentale, ma come una missione istituzionale. E in Calabria, dove ogni battaglia di legalità deve fare i conti con ostacoli visibili e invisibili, questo non è dettaglio da poco.
Russo ha detto una cosa semplice, ma pesante come una pietra: impedire o ostacolare l’attività del Garante significa andare contro la legalità, contro la tutela dei diritti e contro i principi costituzionali. È una frase che andrebbe appesa non solo nei corridoi delle carceri, ma anche in quelli delle istituzioni. Perché il carcere, troppo spesso, viene evocato solo quando esplode l’emergenza. Ma l’emergenza, come ha ricordato la Garante, non nasce dal nulla. È il risultato di anni, forse di decenni, di mancati investimenti, di politiche rinviate, di problemi lasciati sedimentare fino a diventare sistema.
Il merito di Giovanna Russo sta proprio qui: rifiutare la comoda narrazione dell’emergenza come fatalità. Il sovraffollamento, la carenza di percorsi formativi, l’inattività, la mancanza di opportunità, la difficoltà del reinserimento, la fragilità dei detenuti più deboli, la necessità di sottrarre gli spazi grigi alla pervasività mafiosa: tutto questo non è cronaca marginale, è materia costituzionale.
Perché una Repubblica si giudica anche da come tratta chi ha sbagliato. Non per buonismo, parola spesso usata come clava da chi non vuole affrontare i problemi, ma per fedeltà alla Costituzione. La pena non può essere vendetta. Non può essere abbandono. Non può essere un tempo morto nel quale un uomo entra colpevole ed esce peggiore. Deve essere, quando possibile, rieducazione, responsabilità, lavoro, formazione, ritorno alla società.
Russo lo ha spiegato con lucidità: il Garante non è contro l’amministrazione penitenziaria. Non è un antagonista. Non è una figura chiamata a fare battaglie di bandiera. È, o dovrebbe essere, un costruttore di ponti di legalità. Ponti tra il detenuto e lo Stato, tra il carcere e la società civile, tra la pena e la speranza, tra l’errore e la possibilità di una rinascita.
E qui il discorso si fa scomodo. Perché parlare di rinascita, redenzione, seconda possibilità, in un tempo che ama soltanto la condanna perpetua, richiede coraggio. Russo quel coraggio lo mostra quando afferma che anche nel detenuto descritto come il più efferato esiste una coscienza. Non è ingenuità. È la premessa stessa di uno Stato che non rinuncia alla propria superiorità morale rispetto al crimine.
Accanto a lei, in questa giornata, c’è il ruolo importante di Giovanna Zampogna, coordinatrice regionale di AIGA Calabria. L’Associazione Italiana Giovani Avvocati porta dentro questo protocollo una forza decisiva: quella delle nuove generazioni forensi, chiamate non soltanto a esercitare una professione, ma a presidiare i luoghi dove il diritto rischia di diventare più fragile.
Zampogna ha posto un punto essenziale: la pena deve avere un volto costituzionale, non meramente punitivo. Ed è qui che il contributo dei giovani avvocati può diventare concreto. Non con dichiarazioni astratte, ma con visite negli istituti penitenziari, raccolta di dati, dialogo con i direttori delle carceri, confronto con la magistratura di sorveglianza, elaborazione di progetti per la risocializzazione. Il carcere non si cambia guardandolo da lontano. Bisogna entrarci, ascoltare, capire, misurare le criticità e proporre soluzioni.
Le criticità indicate da Zampogna sono quelle note, ma proprio per questo più gravi: sovraffollamento, difficoltà nell’accesso alle misure alternative, carenza di percorsi effettivi di rieducazione, necessità di formazione professionale, bisogno di rendere reale il reinserimento sociale. Quando le alternative alla detenzione sono possibili e compatibili con la sicurezza, vanno perseguite con serietà. Non per svuotare il significato della pena, ma per darle finalmente un senso.
In questo quadro va riconosciuto con nettezza il ruolo del presidente del Consiglio regionale della Calabria, Salvatore Cirillo. Il suo plauso non è un atto formale. Cirillo ha fortemente voluto questo protocollo d’intesa, accogliendo la proposta e inserendola dentro una visione più ampia: quella di un Consiglio regionale aperto, non chiuso nei propri riti, non riservato agli addetti ai lavori, ma restituito ai cittadini.
Quando Cirillo definisce il Palazzo del Consiglio “la casa dei calabresi”, pronuncia una formula che rischierebbe di sembrare retorica se non fosse accompagnata da atti concreti. In questo caso l’atto concreto c’è. L’articolo 7 del protocollo, richiamato dal Presidente, impegna la Presidenza del Consiglio regionale a mettere a disposizione, compatibilmente con la programmazione istituzionale e con la normativa vigente, gli spazi e il patrimonio culturale del Polo “Mattia Preti” per seminari, convegni, tavoli di lavoro e tavole rotonde.
Non è un passaggio secondario. Significa che la cultura istituzionale diventa strumento operativo. Significa che il Palazzo non si limita a ospitare la politica, ma si apre alla società, alla formazione, alla legalità, alla riflessione sui diritti. Significa che il tema del carcere esce dall’ombra e viene portato in un luogo pubblico, riconosciuto, autorevole.
Cirillo ha ricordato anche i tanti studenti che hanno visitato il Consiglio regionale. Più di tremila, ha detto. Ancora pochi, secondo lui. Ed è giusto che siano considerati pochi, perché una democrazia che non educa i giovani alla conoscenza delle istituzioni è una democrazia che prepara la propria debolezza. Aprire il Palazzo agli studenti, alle università, agli ordini professionali, alle associazioni e ora anche a un percorso strutturato sui diritti delle persone detenute significa dare forma a un’idea moderna e viva dell’istituzione regionale.
Questo protocollo, dunque, tiene insieme molte cose: la tutela dei detenuti, la formazione, la collaborazione tra istituzioni e avvocatura, il coinvolgimento dei giovani professionisti, il recupero degli spazi culturali pubblici, la promozione della legalità, la centralità della Costituzione, la necessità di superare la logica dell’emergenza.
Ma tiene insieme, soprattutto, tre figure.
Giovanna Russo, che interpreta il ruolo di Garante con determinazione, competenza e schiena dritta. Una donna delle istituzioni che non arretra davanti alle difficoltà e che ricorda a tutti che la legalità non si predica: si pratica.
Salvatore Cirillo, che da presidente del Consiglio regionale ha scelto di sostenere con convinzione questo percorso, dando al Palazzo un significato non soltanto politico, ma civile. Il suo merito è avere compreso che la dignità delle persone private della libertà non è un tema laterale, ma una prova di maturità istituzionale.
Giovanna Zampogna, che con AIGA Calabria porta dentro questa iniziativa la voce dei giovani avvocati, chiamati a misurarsi con il carcere non come categoria astratta, ma come luogo reale, fatto di persone, sofferenze, responsabilità e possibilità di riscatto.
In una terra come la Calabria, spesso raccontata solo attraverso le sue ferite, iniziative come questa meritano attenzione. Non perché risolvano tutto. Nessun protocollo, da solo, abbatte il sovraffollamento, crea lavoro, moltiplica gli educatori, cancella anni di ritardi o restituisce automaticamente speranza a chi l’ha perduta. Ma un protocollo può segnare una direzione. Può dire da che parte si sta. Può obbligare le istituzioni a parlarsi, a incontrarsi, a programmare, a non voltarsi dall’altra parte.
E allora sì, questa firma al Polo culturale “Mattia Preti” non è stata una cerimonia qualunque. È stata un gesto di responsabilità. Un modo per dire che la Calabria non vuole arrivare in ritardo sul terreno dei diritti. Che il carcere non è un deposito di vite sospese. Che la legalità non appartiene solo ai tribunali, ma anche alle scelte quotidiane delle istituzioni. Che la dignità non si perde nemmeno dietro le sbarre.
E che una società civile, se vuole davvero chiamarsi tale, deve avere il coraggio di guardare anche lì dove molti preferirebbero non vedere.
Luigi Palamara, Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara La firma del Protocollo d’Intesa. Calabria, quando il carcere torna a essere questione di civiltà L'Editoriale di Luigi Palamara Alcune giornate, nel calendario delle istituzioni, rischiano di essere archiviate come semplici cerimonie: una sala elegante, qualche saluto, la stampa, le firme, le fotografie di rito. Poi ci sono giornate che, se lette bene, dicono qualcosa di più profondo sullo stato di salute di una comunità civile. Quella vissuta a Reggio Calabria al Palazzo del Consiglio regionale della Calabria, nel cuore del Polo culturale “Mattia Preti”, appartiene alla seconda categoria. Perché il protocollo d’intesa siglato tra la Presidenza del Consiglio regionale, il Garante regionale delle persone private della libertà personale e AIGA Calabria non è soltanto un atto amministrativo. È una scelta politica, culturale e morale. Una di quelle scelte che misurano la distanza tra la retorica dei diritti e la loro concreta difesa. Al centro di questa iniziativa c’è una figura che merita di essere raccontata senza enfasi inutile, ma con chiarezza: l’avvocata Giovanna Francesca Russo, Garante regionale delle persone private della libertà personale. Una professionista che, dalle parole pronunciate durante l’intervista, dimostra di non considerare il proprio incarico come una funzione ornamentale, ma come una missione istituzionale. E in Calabria, dove ogni battaglia di legalità deve fare i conti con ostacoli visibili e invisibili, questo non è dettaglio da poco. Russo ha detto una cosa semplice, ma pesante come una pietra: impedire o ostacolare l’attività del Garante significa andare contro la legalità, contro la tutela dei diritti e contro i principi costituzionali. È una frase che andrebbe appesa non solo nei corridoi delle carceri, ma anche in quelli delle istituzioni. Perché il carcere, troppo spesso, viene evocato solo quando esplode l’emergenza. Ma l’emergenza, come ha ricordato la Garante, non nasce dal nulla. È il risultato di anni, forse di decenni, di mancati investimenti, di politiche rinviate, di problemi lasciati sedimentare fino a diventare sistema. Articolo completo su CartaStraccia.News
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@luigi.palamara La presentazione del Protocollo d’Intesa. Calabria, quando il carcere torna a essere questione di civiltà L'Editoriale di Luigi Palamara Alcune giornate, nel calendario delle istituzioni, rischiano di essere archiviate come semplici cerimonie: una sala elegante, qualche saluto, la stampa, le firme, le fotografie di rito. Poi ci sono giornate che, se lette bene, dicono qualcosa di più profondo sullo stato di salute di una comunità civile. Quella vissuta a Reggio Calabria al Palazzo del Consiglio regionale della Calabria, nel cuore del Polo culturale “Mattia Preti”, appartiene alla seconda categoria. Perché il protocollo d’intesa siglato tra la Presidenza del Consiglio regionale, il Garante regionale delle persone private della libertà personale e AIGA Calabria non è soltanto un atto amministrativo. È una scelta politica, culturale e morale. Una di quelle scelte che misurano la distanza tra la retorica dei diritti e la loro concreta difesa. Al centro di questa iniziativa c’è una figura che merita di essere raccontata senza enfasi inutile, ma con chiarezza: l’avvocata Giovanna Francesca Russo, Garante regionale delle persone private della libertà personale. Una professionista che, dalle parole pronunciate durante l’intervista, dimostra di non considerare il proprio incarico come una funzione ornamentale, ma come una missione istituzionale. E in Calabria, dove ogni battaglia di legalità deve fare i conti con ostacoli visibili e invisibili, questo non è dettaglio da poco. Russo ha detto una cosa semplice, ma pesante come una pietra: impedire o ostacolare l’attività del Garante significa andare contro la legalità, contro la tutela dei diritti e contro i principi costituzionali. È una frase che andrebbe appesa non solo nei corridoi delle carceri, ma anche in quelli delle istituzioni. Perché il carcere, troppo spesso, viene evocato solo quando esplode l’emergenza. Ma l’emergenza, come ha ricordato la Garante, non nasce dal nulla. È il risultato di anni, forse di decenni, di mancati investimenti, di politiche rinviate, di problemi lasciati sedimentare fino a diventare sistema. Articolo completo su CartaStraccia.News
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@luigi.palamara Intervista all'Avvocato Giovanna Zampogna (AIGA) Calabria, quando il carcere torna a essere questione di civiltà L'Editoriale di Luigi Palamara Alcune giornate, nel calendario delle istituzioni, rischiano di essere archiviate come semplici cerimonie: una sala elegante, qualche saluto, la stampa, le firme, le fotografie di rito. Poi ci sono giornate che, se lette bene, dicono qualcosa di più profondo sullo stato di salute di una comunità civile. Quella vissuta a Reggio Calabria al Palazzo del Consiglio regionale della Calabria, nel cuore del Polo culturale “Mattia Preti”, appartiene alla seconda categoria. Perché il protocollo d’intesa siglato tra la Presidenza del Consiglio regionale, il Garante regionale delle persone private della libertà personale e AIGA Calabria non è soltanto un atto amministrativo. È una scelta politica, culturale e morale. Una di quelle scelte che misurano la distanza tra la retorica dei diritti e la loro concreta difesa. Al centro di questa iniziativa c’è una figura che merita di essere raccontata senza enfasi inutile, ma con chiarezza: l’avvocata Giovanna Francesca Russo, Garante regionale delle persone private della libertà personale. Una professionista che, dalle parole pronunciate durante l’intervista, dimostra di non considerare il proprio incarico come una funzione ornamentale, ma come una missione istituzionale. E in Calabria, dove ogni battaglia di legalità deve fare i conti con ostacoli visibili e invisibili, questo non è dettaglio da poco. Russo ha detto una cosa semplice, ma pesante come una pietra: impedire o ostacolare l’attività del Garante significa andare contro la legalità, contro la tutela dei diritti e contro i principi costituzionali. È una frase che andrebbe appesa non solo nei corridoi delle carceri, ma anche in quelli delle istituzioni. Perché il carcere, troppo spesso, viene evocato solo quando esplode l’emergenza. Ma l’emergenza, come ha ricordato la Garante, non nasce dal nulla. È il risultato di anni, forse di decenni, di mancati investimenti, di politiche rinviate, di problemi lasciati sedimentare fino a diventare sistema. Articolo completo su CartaStraccia.News
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@luigi.palamara intervista al Presidente del Consiglio della Regione Calabria On. Salvatore Cirillo Calabria, quando il carcere torna a essere questione di civiltà L'Editoriale di Luigi Palamara Alcune giornate, nel calendario delle istituzioni, rischiano di essere archiviate come semplici cerimonie: una sala elegante, qualche saluto, la stampa, le firme, le fotografie di rito. Poi ci sono giornate che, se lette bene, dicono qualcosa di più profondo sullo stato di salute di una comunità civile. Quella vissuta a Reggio Calabria al Palazzo del Consiglio regionale della Calabria, nel cuore del Polo culturale “Mattia Preti”, appartiene alla seconda categoria. Perché il protocollo d’intesa siglato tra la Presidenza del Consiglio regionale, il Garante regionale delle persone private della libertà personale e AIGA Calabria non è soltanto un atto amministrativo. È una scelta politica, culturale e morale. Una di quelle scelte che misurano la distanza tra la retorica dei diritti e la loro concreta difesa. Al centro di questa iniziativa c’è una figura che merita di essere raccontata senza enfasi inutile, ma con chiarezza: l’avvocata Giovanna Francesca Russo, Garante regionale delle persone private della libertà personale. Una professionista che, dalle parole pronunciate durante l’intervista, dimostra di non considerare il proprio incarico come una funzione ornamentale, ma come una missione istituzionale. E in Calabria, dove ogni battaglia di legalità deve fare i conti con ostacoli visibili e invisibili, questo non è dettaglio da poco. Russo ha detto una cosa semplice, ma pesante come una pietra: impedire o ostacolare l’attività del Garante significa andare contro la legalità, contro la tutela dei diritti e contro i principi costituzionali. È una frase che andrebbe appesa non solo nei corridoi delle carceri, ma anche in quelli delle istituzioni. Perché il carcere, troppo spesso, viene evocato solo quando esplode l’emergenza. Ma l’emergenza, come ha ricordato la Garante, non nasce dal nulla. È il risultato di anni, forse di decenni, di mancati investimenti, di politiche rinviate, di problemi lasciati sedimentare fino a diventare sistema. Il merito di Giovanna Russo sta proprio qui: rifiutare la comoda narrazione dell’emergenza come fatalità. Il sovraffollamento, la carenza di percorsi formativi, l’inattività, la mancanza di opportunità, la difficoltà del reinserimento, la fragilità dei detenuti più deboli, la necessità di sottrarre gli spazi grigi alla pervasività mafiosa: tutto questo non è cronaca marginale, è materia costituzionale. Perché una Repubblica si giudica anche da come tratta chi ha sbagliato. Non per buonismo, parola spesso usata come clava da chi non vuole affrontare i problemi, ma per fedeltà alla Costituzione. La pena non può essere vendetta. Non può essere abbandono. Non può essere un tempo morto nel quale un uomo entra colpevole ed esce peggiore. Deve essere, quando possibile, rieducazione, responsabilità, lavoro, formazione, ritorno alla società. Russo lo ha spiegato con lucidità: il Garante non è contro l’amministrazione penitenziaria. Non è un antagonista. Non è una figura chiamata a fare battaglie di bandiera. È, o dovrebbe essere, un costruttore di ponti di legalità. Ponti tra il detenuto e lo Stato, tra il carcere e la società civile, tra la pena e la speranza, tra l’errore e la possibilità di una rinascita. E qui il discorso si fa scomodo. Perché parlare di rinascita, redenzione, seconda possibilità, in un tempo che ama soltanto la condanna perpetua, richiede coraggio. Russo quel coraggio lo mostra quando afferma che anche nel detenuto descritto come il più efferato esiste una coscienza. Non è ingenuità. È la premessa stessa di uno Stato che non rinuncia alla propria superiorità morale rispetto al crimine. Accanto a lei, in questa giornata, c’è il ruolo importante di Giovanna Zampogna, coordinatrice regionale di AIGA Calabria. Leggi articolo completo su CartaStraccia.News
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@luigi.palamara intervista all'avvocato Giovanna Russo, Garante Regionale DPL. Calabria, quando il carcere torna a essere questione di civiltà  L'Editoriale di Luigi Palamara Alcune giornate, nel calendario delle istituzioni, rischiano di essere archiviate come semplici cerimonie: una sala elegante, qualche saluto, la stampa, le firme, le fotografie di rito. Poi ci sono giornate che, se lette bene, dicono qualcosa di più profondo sullo stato di salute di una comunità civile. Quella vissuta a Reggio Calabria al Palazzo del Consiglio regionale della Calabria, nel cuore del Polo culturale “Mattia Preti”, appartiene alla seconda categoria. Perché il protocollo d’intesa siglato tra la Presidenza del Consiglio regionale, il Garante regionale delle persone private della libertà personale e AIGA Calabria non è soltanto un atto amministrativo. È una scelta politica, culturale e morale. Una di quelle scelte che misurano la distanza tra la retorica dei diritti e la loro concreta difesa. Al centro di questa iniziativa c’è una figura che merita di essere raccontata senza enfasi inutile, ma con chiarezza: l’avvocata Giovanna Francesca Russo, Garante regionale delle persone private della libertà personale. Una professionista che, dalle parole pronunciate durante l’intervista, dimostra di non considerare il proprio incarico come una funzione ornamentale, ma come una missione istituzionale. E in Calabria, dove ogni battaglia di legalità deve fare i conti con ostacoli visibili e invisibili, questo non è dettaglio da poco. Russo ha detto una cosa semplice, ma pesante come una pietra: impedire o ostacolare l’attività del Garante significa andare contro la legalità, contro la tutela dei diritti e contro i principi costituzionali. È una frase che andrebbe appesa non solo nei corridoi delle carceri, ma anche in quelli delle istituzioni. Perché il carcere, troppo spesso, viene evocato solo quando esplode l’emergenza. Ma l’emergenza, come ha ricordato la Garante, non nasce dal nulla. È il risultato di anni, forse di decenni, di mancati investimenti, di politiche rinviate, di problemi lasciati sedimentare fino a diventare sistema. Il merito di Giovanna Russo sta proprio qui: rifiutare la comoda narrazione dell’emergenza come fatalità. Il sovraffollamento, la carenza di percorsi formativi, l’inattività, la mancanza di opportunità, la difficoltà del reinserimento, la fragilità dei detenuti più deboli, la necessità di sottrarre gli spazi grigi alla pervasività mafiosa: tutto questo non è cronaca marginale, è materia costituzionale. Perché una Repubblica si giudica anche da come tratta chi ha sbagliato. Non per buonismo, parola spesso usata come clava da chi non vuole affrontare i problemi, ma per fedeltà alla Costituzione. La pena non può essere vendetta. Non può essere abbandono. Non può essere un tempo morto nel quale un uomo entra colpevole ed esce peggiore. Deve essere, quando possibile, rieducazione, responsabilità, lavoro, formazione, ritorno alla società. Russo lo ha spiegato con lucidità: il Garante non è contro l’amministrazione penitenziaria. Non è un antagonista. Non è una figura chiamata a fare battaglie di bandiera. È, o dovrebbe essere, un costruttore di ponti di legalità. Ponti tra il detenuto e lo Stato, tra il carcere e la società civile, tra la pena e la speranza, tra l’errore e la possibilità di una rinascita. E qui il discorso si fa scomodo. Perché parlare di rinascita, redenzione, seconda possibilità, in un tempo che ama soltanto la condanna perpetua, richiede coraggio. Russo quel coraggio lo mostra quando afferma che anche nel detenuto descritto come il più efferato esiste una coscienza. Non è ingenuità. È la premessa stessa di uno Stato che non rinuncia alla propria superiorità morale rispetto al crimine. Accanto a lei, in questa giornata, c’è il ruolo importante di Giovanna Zampogna, coordinatrice regionale di AIGA Calabria. Leggi articolo completo su CartaStraccia.News
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