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Reggio Calabria, l’impresa e la politica del “domani”. Cannizzaro rompe il rito, Battaglia lo difende

Reggio, l’impresa e la politica del “domani”. Cannizzaro rompe il rito, Battaglia lo difende

L'Editoriale di Luigi Palamara


Nelle campagne elettorali, arriva il momento in cui la retorica scende dal palco e inciampa nella realtà. A Reggio Calabria quel momento è arrivato davanti agli imprenditori, alle associazioni di categoria, alla CNA, a Confindustria. Non davanti a una claque di partito, non davanti ai fedelissimi da comizio, ma davanti a chi ogni mattina alza una saracinesca, paga una bolletta, aspetta una pratica, combatte con una strada dissestata, una tassa salata, un servizio assente.

E lì, più che i programmi, si sono viste le posture.

Da una parte Francesco Cannizzaro, che ha scelto la linea più rischiosa ma anche la più comprensibile: dire che Reggio Calabria non è una città normale. Dall’altra Mimmo Battaglia, che ha rivendicato il già fatto, il già avviato, il già pensato, il già finanziato, il già discusso. In mezzo, Saverio Pazzano con la sua grammatica civica e ordinata, spesso più da laboratorio amministrativo che da piazza; ed Eduardo Lamberti Castronuovo, con intuizioni vivaci, qualche memoria colta, qualche immagine felice, ma senza la forza d’urto necessaria a occupare davvero il centro della scena.

Il confronto, in fondo, si è giocato tutto qui: tra chi guarda Reggio e dice “così non va”, e chi guarda Reggio e dice “abbiamo fatto tanto”.

Il problema è che i reggini, uscendo di casa, vedono più facilmente la prima cosa della seconda.

Cannizzaro ha avuto il merito di spezzare il galateo dell’autocompiacimento. Ha parlato di servizi essenziali che non funzionano, di strade che non vanno rattoppate ma rifatte, di rifiuti ancora visibili, di urbanistica bloccata, di macchina amministrativa da riorganizzare. Non ha cercato di imbellettare la città con parole grandi: Mediterraneo, visione, centralità, area dello Stretto. Le ha riportate brutalmente alla loro premessa: una città può candidarsi a essere capitale di qualcosa solo dopo aver dimostrato di saper essere, almeno, una città.

È qui che la distanza con Battaglia si è fatta evidente.

Battaglia ha difeso l’amministrazione uscente con l’argomento classico di chi governa da anni: abbiamo evitato il dissesto, abbiamo risanato, abbiamo stabilizzato, abbiamo assunto, abbiamo speso fondi, abbiamo partecipato, abbiamo istituito tavoli. Tutto vero, forse. Tutto rivendicabile, certo. Ma la politica non si misura solo con i faldoni, le delibere e i protocolli. Si misura con l’acqua che arriva nelle case, con la spazzatura che sparisce dalle strade, con una pratica che non resta sepolta negli uffici, con un imprenditore che non perde mesi dietro un’autorizzazione.

E su questo terreno, la difesa di Battaglia è apparsa statica. Una politica che parla spesso al passato prossimo: “abbiamo fatto”, “abbiamo avviato”, “abbiamo costruito”. Ma Reggio, oggi, chiede il futuro semplice: faremo. E soprattutto chiede il presente indicativo: funziona.

Cannizzaro, invece, ha scelto il registro del cambio di passo. Ha detto che nei primi dodici mesi servirebbe un’azione d’urto sulla macchina amministrativa, in particolare nei settori strategici. Ha indicato l’urbanistica come uno dei nodi centrali del blocco economico cittadino. Ha parlato di responsabilità, di valorizzazione delle competenze interne, ma anche della necessità di rimuovere chi ha contribuito all’immobilismo. È un linguaggio ruvido, certo. Ma forse Reggio, più che carezze istituzionali, oggi ha bisogno di una scossa.

Sui tributi locali, il punto di Cannizzaro è stato altrettanto netto. Non ha promesso l’abbassamento miracoloso delle tasse, perché sarebbe stata la solita cambiale elettorale firmata con l’inchiostro dell’illusione. Ha detto una cosa più scomoda: prima bisogna garantire servizi efficienti. Le imprese non chiedono soltanto di pagare meno; chiedono soprattutto di non pagare tanto per ricevere poco o nulla. È una distinzione decisiva. Perché la tassa più odiosa non è sempre quella alta: è quella ingiustificata.

Battaglia, sulla TARI, sull’acqua, sulla depurazione, ha risposto chiamando in causa competenze regionali, commissariamenti, società, passaggi istituzionali, processi in corso. Tutto legittimo. Ma è proprio qui che si vede la debolezza di una stagione amministrativa: quando la responsabilità si disperde in una geografia di enti, sigle e competenze. Il cittadino non vive in un diagramma amministrativo. Vive in una casa dove l’acqua manca, in una strada dove i rifiuti restano, in un quartiere dove il servizio non arriva.

E quando la politica risponde spiegando perché non dipende solo da lei, spesso dimentica che è stata eletta proprio per far dipendere qualcosa da sé.

Il tema della mobilità ha offerto un’altra fotografia. Battaglia ha parlato di finanziamenti, stazioni, treni, deleghe, competenze metropolitane. Cannizzaro ha risposto andando al punto: che senso ha comprare autobus se poi non si costruisce un sistema? Che senso ha inaugurare o celebrare mezzi se l’aeroporto non è collegato in modo efficiente al porto e al centro? La mobilità non è la foto davanti a un pullman nuovo. È la possibilità concreta, per un cittadino, uno studente, un turista, un lavoratore, di muoversi senza sentirsi prigioniero dell’improvvisazione.

E anche qui il contrasto è apparso chiaro: Battaglia racconta la cornice, Cannizzaro indica il chiodo storto.

Sulla burocrazia, forse il tema più caro alle imprese, Cannizzaro ha insistito sulla necessità di una direzione politica forte, capace di motivare, scegliere, organizzare, pretendere. Non basta digitalizzare un modulo se poi dietro lo schermo resta la stessa palude. Non basta parlare di innovazione se una pratica continua a camminare con il passo stanco degli uffici che non rispondono. La digitalizzazione senza responsabilità è solo burocrazia con il computer acceso.

Battaglia ha rivendicato concorsi, assunzioni, PagoPA, progetti ANCI, uffici di ascolto. Anche qui, il repertorio dell’amministratore uscente è completo. Ma agli imprenditori non interessa sapere quanti progetti siano stati finanziati; interessa sapere quando una risposta arriverà, chi firma, chi decide, chi paga se non decide. La differenza tra amministrare e governare è tutta in questa parola: responsabilità.

Poi c’è stata la rigenerazione urbana. Battaglia ha citato il Patto per il commercio, i tavoli, i bandi, i due milioni per il centro storico. Cannizzaro ha tagliato corto: dopo dodici anni, arrivare a un patto con commercianti e categorie non può essere venduto come una rivoluzione. Ha parlato di decoro, lungomare, panchine rotte, mattonelle saltate, pulizia, fascia costiera da Bocale a Catona. Ha rivendicato dieci milioni per la rigenerazione urbana.

Qui emerge una differenza culturale prima ancora che politica. Per Battaglia la rigenerazione sembra un percorso amministrativo: tavoli, delibere, bandi. Per Cannizzaro è una questione visibile, fisica, quasi brutale: una città o è pulita o non lo è; un lungomare o è curato o non lo è; un centro storico o vive o muore.

Pazzano, su questo, ha offerto uno spunto serio parlando di città policentrica, patrimonio immobiliare comunale, botteghe storiche, rischio di svuotamento dei centri. Lamberti ha ricordato con efficacia la Reggio delle antiche vie artigiane e delle piazze come luoghi popolari. Ma entrambi sono rimasti laterali rispetto al duello vero: continuità contro rottura, gestione contro scossa.

Sulle infrastrutture, Cannizzaro ha giocato la carta della concretezza politica: porto, aeroporto, Piano Mattei, autorità portuale, fondi, emendamenti, dieci o quindici milioni che non restino a dormire nei cassetti. Il suo messaggio è semplice: Reggio non può più permettersi di contemplare la propria posizione geografica come una nobildonna decaduta contempla un ritratto di famiglia. Deve usarla. Porto, aeroporto, ferrovia, ZES, logistica non sono parole da convegno: sono leve di sviluppo, se qualcuno ha la forza di tirarle.

Battaglia, ancora una volta, ha risposto con l’elenco delle interlocuzioni, dei progetti, delle sinergie. Ma Reggio è stanca delle sinergie raccontate. Vuole i cantieri conclusi, le opere funzionanti, i collegamenti attivi, i tempi certi.

La verità politica emersa dal confronto è scomoda ma limpida: Battaglia rappresenta la continuità di un’amministrazione che chiede di essere giudicata per il cammino fatto; Cannizzaro rappresenta la rottura di chi chiede di giudicare la città per ciò che ancora non funziona. Il primo difende il processo. Il secondo denuncia il risultato.

E in politica, alla fine, il cittadino non vota il processo. Vota il risultato.

Questo non significa che Cannizzaro abbia già risolto tutto con le parole. Le promesse di cambio di passo andranno misurate sui fatti, sulle squadre, sui nomi, sulle prime decisioni. Ma nel confronto con il mondo produttivo ha mostrato una cosa che agli imprenditori interessa più della liturgia: la consapevolezza che Reggio non ha bisogno di essere amministrata come un fascicolo, ma guidata come una città in emergenza civile, economica e morale.

Battaglia ha parlato da custode di una stagione. Cannizzaro da candidato che vuole chiuderla.

E forse è proprio questo il punto. Reggio Calabria non può più permettersi una politica che considera ogni criticità un’eredità, ogni ritardo una competenza altrui, ogni problema un percorso già avviato. Le imprese chiedono tempi, servizi, coraggio. I giovani chiedono opportunità. I cittadini chiedono normalità.

La normalità, a Reggio, sarebbe già una rivoluzione.

Cannizzaro lo ha detto con nettezza. Battaglia ha provato a spiegare perché la rivoluzione sia già cominciata. Ma se dopo dodici anni bisogna ancora spiegare che è cominciata, forse il problema è proprio questo: non se n’è accorto nessuno.


Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno


Reggio Calabria 27 aprile 2026

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