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“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

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Il ritorno. E nove anni sono già passati.

Il ritorno. E nove anni sono già passati.
L'Editoriale di Luigi Palamara 
Nove anni: che non sono un soffio, non sono un incidente del calendario, non sono una parentesi. Sono una vita. O meglio: sono il tratto più feroce e più vero di una vita che si è dovuta rifare da sola, pezzo per pezzo, contro il dolore, contro il buio, contro quella vigliaccheria dell’esistenza che talvolta ti strappa tutto e poi ti sfida a ricominciare.

Prima sono venuti due anni di dolore. Due anni veri, non quelli declamati nei salotti o scritti per commuovere. Dolore nudo, fitto, profondo. Buio. E il buio, quando è autentico, non fa poesia: scava. Ti mette a nudo. Ti costringe a guardarti senza indulgenza. Ti distrugge le illusioni, ma qualche volta ti restituisce la verità.

Poi è venuta la ricostruzione. La più difficile delle imprese: rimettere in piedi non la facciata, ma la sostanza. Non l’apparenza di una vita, ma una vita. E in quel lavoro ostinato, quasi artigianale, il dolore ha fatto un mestiere strano: invece di spegnere, ha acceso. Ha amplificato ciò che era latente. Ha dato voce a talenti rimasti in silenzio troppo a lungo. La pittura. La comunicazione. La scrittura. Come se la ferita, invece di chiudere, avesse aperto una porta.

Certo, lo stile di vita è cambiato. Cambiano i ritmi, cambiano le priorità, cambiano perfino gli occhi con cui si guarda il mondo. Ma una cosa è rimasta identica: la voglia di lottare. La fame di dare il meglio. Il rifiuto della mediocrità, che è la vera malattia del nostro tempo. Perché si può perdere molto, quasi tutto. Ma quando si accetta di essere mediocri, allora sì, si è perduto davvero.

E intanto il ragazzo nato e cresciuto tra le montagne dell’Aspromonte invecchia. Invecchia il volto, forse. Invecchia il calendario. Ma non invecchia lo spirito. Non invecchia la voglia di fare. Non si addormenta quella febbre interiore che spinge a cercare, a creare, a rischiare, a vivere senza chiedere il permesso. C’è una giovinezza che non ha nulla a che vedere con l’età: è quella dell’anima irrequieta, dell’orgoglio, della dignità, della speranza testarda. E quella, no, non è mai sopita.

Allora il punto è semplice, persino brutale nella sua semplicità: vivere la propria vita come una favola. Ma non una favola sciocca, zuccherosa, infantile. Una favola conquistata. Una favola pagata cara. Una favola fatta di scelte nette: fare ciò che si ama, stare solo con chi si stima, tenersi accanto soltanto le persone a cui si vuole bene davvero. Il resto è rumore. Il resto è zavorra. Il resto non conta.

Perché a un certo punto della vita si capisce una verità che da giovani si sospetta appena: il tempo non va sprecato con chi svilisce, con chi inquina, con chi non merita. Il tempo va difeso. E la vita anche. Con ferocia, se necessario. Con eleganza, quando possibile. Ma difesi, sempre.


Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

N.B. il video è del 2017
@luigi.palamara

Il ritorno. E nove anni sono già passati. L'Editoriale di Luigi Palamara Nove anni: che non sono un soffio, non sono un incidente del calendario, non sono una parentesi. Sono una vita. O meglio: sono il tratto più feroce e più vero di una vita che si è dovuta rifare da sola, pezzo per pezzo, contro il dolore, contro il buio, contro quella vigliaccheria dell’esistenza che talvolta ti strappa tutto e poi ti sfida a ricominciare. Prima sono venuti due anni di dolore. Due anni veri, non quelli declamati nei salotti o scritti per commuovere. Dolore nudo, fitto, profondo. Buio. E il buio, quando è autentico, non fa poesia: scava. Ti mette a nudo. Ti costringe a guardarti senza indulgenza. Ti distrugge le illusioni, ma qualche volta ti restituisce la verità. Poi è venuta la ricostruzione. La più difficile delle imprese: rimettere in piedi non la facciata, ma la sostanza. Non l’apparenza di una vita, ma una vita. E in quel lavoro ostinato, quasi artigianale, il dolore ha fatto un mestiere strano: invece di spegnere, ha acceso. Ha amplificato ciò che era latente. Ha dato voce a talenti rimasti in silenzio troppo a lungo. La pittura. La comunicazione. La scrittura. Come se la ferita, invece di chiudere, avesse aperto una porta. Certo, lo stile di vita è cambiato. Cambiano i ritmi, cambiano le priorità, cambiano perfino gli occhi con cui si guarda il mondo. Ma una cosa è rimasta identica: la voglia di lottare. La fame di dare il meglio. Il rifiuto della mediocrità, che è la vera malattia del nostro tempo. Perché si può perdere molto, quasi tutto. Ma quando si accetta di essere mediocri, allora sì, si è perduto davvero. E intanto il ragazzo nato e cresciuto tra le montagne dell’Aspromonte invecchia. Invecchia il volto, forse. Invecchia il calendario. Ma non invecchia lo spirito. Non invecchia la voglia di fare. Non si addormenta quella febbre interiore che spinge a cercare, a creare, a rischiare, a vivere senza chiedere il permesso. C’è una giovinezza che non ha nulla a che vedere con l’età: è quella dell’anima irrequieta, dell’orgoglio, della dignità, della speranza testarda. E quella, no, non è mai sopita. Allora il punto è semplice, persino brutale nella sua semplicità: vivere la propria vita come una favola. Ma non una favola sciocca, zuccherosa, infantile. Una favola conquistata. Una favola pagata cara. Una favola fatta di scelte nette: fare ciò che si ama, stare solo con chi si stima, tenersi accanto soltanto le persone a cui si vuole bene davvero. Il resto è rumore. Il resto è zavorra. Il resto non conta. Perché a un certo punto della vita si capisce una verità che da giovani si sospetta appena: il tempo non va sprecato con chi svilisce, con chi inquina, con chi non merita. Il tempo va difeso. E la vita anche. Con ferocia, se necessario. Con eleganza, quando possibile. Ma difesi, sempre. Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

♬ audio originale - Luigi Palamara

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