L’equivoco del giornalista neutro.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Una caricatura del giornalista che a Reggio Calabria continua a sopravvivere con la tenacia delle erbacce: quella del cronista asettico, senz’anima, senz’opinione, senza sangue nelle vene. Uno che dovrebbe limitarsi a registrare il mondo come una macchina da scrivere lasciata aperta sul tavolo. È una sciocchezza. Una sciocchezza comoda, ipocrita e anche un po’ vigliacca.
Il giornalista non è un citofono. Non è un passacarte. Non è un impiegato del resoconto. È, o dovrebbe essere, un uomo che guarda, giudica, collega i fatti, li pesa e poi se ne assume la responsabilità. Con nome, cognome e faccia. Il problema non è avere un’opinione. Il problema è avere un’opinione e nasconderla dietro la maschera della falsa imparzialità. Quella sì che è una truffa.
Da troppo tempo si spaccia per virtù quella che spesso è solo paura: paura di esporsi, paura di disturbare, paura di perdere un’amicizia, una convenienza, un invito, una carezza di partito, una protezione di corrente. Così nasce il giornalismo delle formule tiepide, dei verbi al condizionale, delle verità mozzate, dei comunicati stampa ricopiati come se fossero vangelo. Un giornalismo che non graffia, non rischia, non serve.
Chi racconta la politica, invece, deve avere il coraggio di dire una cosa semplice: io non appartengo a un partito, ma scelgo. Scelgo le persone, valuto i fatti, riconosco i meriti, denuncio gli errori. E soprattutto non accetto che mi si imponga il ricatto tribale per cui, se scrivo una cosa giusta su un avversario, allora sarei passato dall’altra parte. Questa è la miseria mentale da curva sud trasferita nel dibattito pubblico. È il tifo che si traveste da coscienza politica.
Se un uomo politico porta risorse, risultati, opere, il giornalista serio ha il dovere di dirlo. Se un altro uomo politico ha qualità, visione, capacità amministrativa, ha il dovere di riconoscerlo. Non perché sia servo dell’uno o dell’altro, ma proprio perché non è servo di nessuno. La libertà consiste in questo: poter dire bene di chi fa bene e male di chi fa male, senza chiedere permesso alla parrocchia ideologica di turno.
Invece no. In questa città provinciale e permalosa c’è sempre qualcuno pronto a tirarti per la giacchetta. “Prima eri con quello.” “Adesso sei con quest’altro.” “Ti sei schierato.” Certo che ci si schiera, quando è il momento di farlo. Un cittadino si schiera. Un elettore si schiera. Un opinionista si schiera. E un giornalista, quando esprime una valutazione personale, ha tutto il diritto di schierarsi. A condizione, naturalmente, che quando racconta i fatti non trucchi le carte e non tolga la parola a chi la pensa diversamente. Questa è la sola distinzione che conti: onestà nel racconto, libertà nel giudizio.
Il resto è moralismo d’accatto.
Ma il punto più desolante non è nemmeno questo. Il punto più desolante è l’incapacità, diffusissima, di discutere senza insultare. Di dissentire senza sbracare sul personale. Di contrapporre un’idea a un’idea, invece di opporre un risentimento a una persona. È il male oscuro delle piazze digitali: non si legge per capire, si legge per reagire. Non si commenta per contribuire, si commenta per sfogarsi. E così ogni discussione diventa un processo, ogni opinione una provocazione, ogni voce fuori dal coro un bersaglio da abbattere.
Eppure una comunità vera nascerebbe proprio dal contrario: dal conflitto civile, non dalla rissa; dal dissenso argomentato, non dalla caricatura; dal coraggio di dire “non sono d’accordo” senza trasformarlo in “tu sei un nemico”. Ma per ottenere questo servono disciplina, misura e soprattutto educazione al confronto. Parola antica, oggi quasi oscena.
C’è poi un’altra favola che merita di essere seppellita: quella secondo cui il tesserino farebbe il giornalista. No. Il tesserino certifica un’iscrizione, non un valore. Un giornalista lo fanno i fatti: gli articoli veri, le verifiche, i rischi, le domande scomode, le inchieste, gli errori pagati di persona. Non i salotti, non le autocertificazioni di grandezza, non la vanità da sottoscala di chi si sente arrivato solo perché ha un titolo appuntato sul petto.
Le inchieste, quelle vere, non nascono da un comunicato. Nascono da un sospetto, da una fonte, da una verifica, da un’assunzione di responsabilità. E soprattutto da una firma. La fonte può indicare una pista; ma la pista, poi, bisogna percorrerla. Bisogna metterci il tempo, la faccia, le telefonate, le contestazioni, i nemici. In un’inchiesta la dritta non è il traguardo: è solo il primo passo. Il lavoro vero comincia dopo. E chi questo non lo capisce, o fa finta di non capirlo, spesso lo fa per un motivo molto semplice: invidia. L’invidia di chi non sopporta che qualcun altro abbia fatto ciò che lui non ha saputo, o non ha osato, fare.
Siamo ridotti al punto che persino i meriti documentati danno fastidio. Persino davanti ai fatti c’è chi tenta di spostare il racconto, sfocare la paternità, annacquare il coraggio altrui. È un vizio piccolo, ma diffusissimo: negare il nome di chi ha aperto una breccia, nella speranza che il silenzio lo cancelli. Non lo cancella. I fatti hanno la testa dura. E gli archivi, a differenza delle malelingue, restano.
Il vero nodo, allora, non è stabilire se un giornalista debba essere neutro. Il vero nodo è un altro: se abbia ancora il coraggio di essere libero. Libero di dire sì e libero di dire no. Libero di riconoscere un merito senza inginocchiarsi. Libero di denunciare una vergogna senza guardare in faccia il cognome, la sigla, il salotto, la convenienza. Libero anche di risultare scomodo, antipatico, indigesto.
Perché la libertà, quando è autentica, non è mai elegante. Disturba. Incrina. Costringe. Talvolta isola. Ma almeno salva una cosa che oggi sembra merce rara: la dignità.
E alla fine è tutto qui. Un giornalista dovrebbe chiedere ai suoi lettori non adorazione, non obbedienza, non tifo cieco. Solo una cosa: discutete quello che scrivo, non chi sono. Contestate le idee, non la persona. Portate argomenti, non livori. Perché nel momento in cui il dibattito scivola nel personale, la politica si degrada, l’informazione si avvelena e la comunità si disfa.
Il resto è rumore. E di rumore, francamente, ne abbiamo già abbastanza.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

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