Reggio Calabria. Le porte girevoli della politica e il disprezzo per gli elettori.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Poi ci domandiamo perché la gente non vada più a votare. Ce lo domandiamo con aria smarrita, quasi offesa, come se l’astensione fosse un capriccio civico, una moda passeggera, un difetto del popolo. Invece no: è sempre più spesso una sentenza. Una condanna morale pronunciata da cittadini stanchi di assistere allo spettacolo indecoroso della politica ridotta a mercato, a transumanza, a esercizio spregiudicato di convenienza.
Il caso esploso attorno alla candidatura di Massimiliano Merenda nelle liste di Noi Moderati, con la successiva difesa dell’on. Saverio Romano, è l’ennesima fotografia di questa miseria pubblica. Da una parte si richiama la “autonomia politica”, dall’altra si predica “l’allargamento del consenso”. Espressioni rispettabili, in teoria. Ma in politica, come nella vita, le parole contano fino a quando non diventano un trucco. E qui il trucco si vede benissimo.
Perché chiamarla autonomia è elegante. Ma spesso è soltanto trasformismo con un nome migliore. Chiamarla apertura è rassicurante. Ma quando uno è schierato a sinistra fino a ieri e si ritrova a destra venti giorni prima della chiusura delle liste, non siamo davanti a una maturazione politica: siamo davanti a una porta girevole. E le porte girevoli, si sa, non servono ad entrare in una casa con convinzione; servono a passare da una parte all’altra senza fermarsi mai, senza pagare dazio, senza dover spiegare troppo.
Romano rivendica la piena legittimità della scelta. E ci mancherebbe altro. Nessuno mette in discussione la legittimità formale. Il punto, infatti, non è giuridico. È politico. Ed è persino morale. Perché una candidatura può essere perfettamente lecita e al tempo stesso profondamente sbagliata. Può rispettare le regole e offendere l’intelligenza degli elettori. Può essere tecnicamente ineccepibile e politicamente devastante.
Il problema di questa stagione non è l’autonomia dei partiti, che in democrazia è sacrosanta. Il problema è l’uso peloso di questa autonomia per giustificare tutto e il contrario di tutto. Oggi si candida uno che fino a ieri stava dall’altra parte. Domani toccherà a un altro. Dopodomani arriverà il turno di qualche assessore, consigliere, fedelissimo dell’amministrazione che si ricicla altrove con la stessa disinvoltura con cui si cambia giacca. E ogni volta ci sarà una formula pronta: apertura, responsabilità, pragmatismo, attrattività. Parole di plastica buone per coprire una verità molto più semplice e molto più povera: un pugno di voti vale più della coerenza.
Ed è questo che disgusta. Non il cambio di idea, che nella vita può anche essere nobile, persino coraggioso, quando nasce da una riflessione seria, da una rottura autentica, da una scelta spiegata e sofferta. No. A scandalizzare è il conversionismo dell’ultima ora, quello che avviene a ridosso delle liste, a ridosso delle urne, a ridosso della convenienza. È il salto sul carro non della verità, ma della opportunità. È la politica che non prova neppure più a fingersi fedele a un’idea, a una storia, a una linea. Conta solo stare dentro, salire, galleggiare, sopravvivere.
Così si uccide la fiducia. Così si svuota il voto. Così si allarga il fossato tra i palazzi e la strada. Perché il cittadino vede, capisce, registra. Magari tace. Magari non urla. Ma poi presenta il conto nell’unico modo che gli resta: disertando le urne o castigando tutti indistintamente. E ha ragione chi parla di castigo, perché l’elettore quando si sente preso in giro non punisce soltanto il singolo episodio; punisce il sistema che lo rende possibile, lo giustifica, lo normalizza.
C’è poi un aspetto ancora più grave. Se questa deriva non viene fermata, se il principio della “presunta autonomia” diventa il lasciapassare universale per ogni trasloco politico, allora si spalanca la porta a una nuova leva di voltagabbana. Tutti autorizzati, tutti assolti in anticipo, tutti pronti a presentarsi come risorsa civica, moderata, responsabile, mentre compiono soltanto un’operazione di riposizionamento personale. E il centrodestra, come qualunque altro schieramento, dovrebbe chiedersi se davvero si rafforza così, o se invece si indebolisce proprio nel momento in cui rinuncia a distinguersi per serietà, selezione e credibilità.
Perché una coalizione non diventa “viva” solo perché ingloba chiunque. Diventa viva se sa darsi un’identità, se sa dire dei no, se sa difendere un perimetro politico riconoscibile. Altrimenti non è una coalizione: è un contenitore. E i contenitori, per definizione, ospitano tutto. Anche il peggio.
Non è buona politica questa. Non lo è per chi la subisce, ma neppure per chi la pratica. Perché nel breve forse porta qualche voto, qualche pedina, qualche equilibrio in più. Ma nel lungo consegna alla città l’idea che destra e sinistra siano soltanto insegne intercambiabili, che le appartenenze siano merce, che la parola data non valga nulla. E una comunità che finisce per credere questo diventa inevitabilmente più cinica, più rassegnata, più sola.
Avanti pure, allora, con i taxi, con le porte girevoli, con i trasbordi dell’ultimo minuto. Però almeno si abbia il pudore di non chiamarla politica alta, non la si travesta da autonomia, non la si benedica come allargamento del consenso. È soltanto trasformismo. E il trasformismo, in Italia, non è mai stato un segno di forza. È sempre stato il sintomo di una debolezza: quella di chi, non avendo più idee capaci di convincere, prova a vincere raccattando uomini in saldo.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno

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