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Roccaforte del Greco torna al voto.

Roccaforte del Greco torna al voto.


L'Editoriale di Luigi Palamara

Roccaforte del Greco torna al voto. E questa, già da sola, è una notizia. Non perché le urne siano miracoliere, né perché basti infilare una scheda in una cassetta per ridare vita a un paese. Ma perché si chiude finalmente un decennio che non va dimenticato. Va ricordato. Studiato. Tenuto appeso al muro come si appendono certi avvisi nei luoghi pubblici: ecco come non si amministra una comunità.

Dieci anni di politica piccola. Anzi, minuscola. Senza visione, senza coraggio, senza un’idea che non fosse la sopravvivenza dell’esistente. E quando l’esistente è già fragile, sopravvivere significa morire un poco alla volta.

Roccaforte del Greco non è un punto sulla carta geografica. È un luogo dell’anima. È pietra, vento, memoria, fatica, partenze, ritorni, cognomi, lutti, feste, campane, porte chiuse e occhi che ancora riconoscono. È il paese di chi c’è rimasto e di chi se n’è andato portandoselo addosso come una ferita e come un orgoglio.

Eppure, per troppo tempo, questo paese è stato trattato come una pratica da archiviare. Come una cosa secondaria. Come un fastidio amministrativo. Come se l’abbandono fosse una fatalità e non, spesso, il risultato di scelte mancate, di silenzi comodi, di inerzie colpevoli.

Non ho voglia di processi sommari. Non mi interessa la vendetta. Non mi interessa puntare il dito contro chi ha creduto, sperato, sbagliato, o magari non ha visto. In democrazia si può sbagliare. Ma bisogna anche avere il coraggio di dire che certi errori costano cari. E quando a pagarli è un intero paese, il silenzio diventa complicità.

L’amministrazione uscente lascia un bilancio politico pesantissimo. Non parlo di numeri soltanto. Parlo di spirito pubblico, di presenza, di cura, di amore per i luoghi. Parlo di quella cosa semplice e antica che dovrebbe precedere ogni fascia tricolore: conoscere il paese che si pretende di governare.

Perché un sindaco non è un passante. Non è un nome su un manifesto. Non è una firma in calce agli atti. Un sindaco deve esserci. Deve camminare le strade, ascoltare le persone, capire i silenzi, conoscere le case, le assenze, le paure. Deve sapere dove una comunità sanguina e dove può ancora guarire.

Quando questo non accade, la fascia tricolore non viene indossata: viene mortificata.

E allora diciamolo senza giri di parole: Roccaforte del Greco ha conosciuto una stagione amministrativa povera, debole, inadeguata. Una stagione che ha accompagnato il paese non verso una rinascita, ma verso una lenta rassegnazione. Come un becchino politico che non scava la fossa, ma resta lì, immobile, mentre altri la scavano al posto suo.

Questa è la colpa più grave: non aver tentato. Non aver osato. Non aver acceso nemmeno una scintilla dove già restava poco fuoco. Non aver capito che i piccoli paesi non muoiono solo quando chiudono le scuole, le botteghe o le case. Muoiono prima, quando chi li guida smette di crederci.

Ora Roccaforte torna al voto. E il voto, questa volta, non dovrebbe essere un’abitudine. Dovrebbe essere un esame di coscienza collettivo. Non basta scegliere qualcuno. Bisogna scegliere un’idea di paese. Bisogna chiedere presenza, competenza, amore, dignità. Bisogna pretendere che chi si candida non lo faccia per vanità, per calcolo o per inerzia, ma perché sente il peso quasi sacro di una comunità che rischia di sparire.

Roccaforte non ha bisogno di padroni. Non ha bisogno di comparse. Non ha bisogno di amministratori distratti. Ha bisogno di persone che sappiano guardare in faccia la realtà e dire: siamo pochi, sì; siamo feriti, sì; ma non siamo ancora morti.

Perché un paese muore davvero solo quando i suoi figli smettono di difenderlo.

E noi, almeno questo, non dobbiamo permetterlo.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno


@luigi.palamara

Roccaforte del Greco torna al voto. https://www.cartastraccia.news/2026/04/roccaforte-del-greco-torna-al-voto.html

♬ audio originale - Luigi Palamara

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