Scirubetta, il gelato e il dovere di guardarsi negli occhi
L'Editoriale di Luigi Palamara
Ci sono giornate che sembrano leggere e invece lasciano un peso buono, di quelli che non opprimono ma obbligano a pensare. Succede quando una piazza si riempie di famiglie, di bambini, di sorrisi, di coni e coppette, e tuttavia, sotto quella superficie lieta, passa qualcosa di più serio: il senso di una comunità che, almeno per qualche ora, si ricorda di essere tale.
È accaduto a Reggio Calabria, il 18 aprile 2026, a Piazza Italia, con l’edizione speciale di Scirubetta. Una manifestazione nata attorno al gelato artigianale, alla fantasia dei maestri gelatieri, ai quindici gusti originali offerti in degustazione gratuita. Ma fermarsi a questo sarebbe ingiusto. Perché Scirubetta non è stata soltanto una festa del gusto: è stata anche una piccola, concreta lezione di civiltà.
Da una parte il lavoro, l’artigianato, la promozione del territorio. Dall’altra la solidarietà, quella vera, senza retorica, che si presenta con discrezione ma chiede ascolto. In mezzo, una città che prova a raccontare il meglio di sé.
Antonio Fragomeni ha messo a fuoco un punto essenziale: Scirubetta non è solo un evento gastronomico, ma un racconto collettivo della città.
Nei suoi passaggi più significativi ha toccato alcuni temi chiari:
la forza della collaborazione tra operatori del settore;
la valorizzazione del gelato reggino come espressione del territorio;
il superamento delle rivalità a favore del bene comune;
la ricerca e l’innovazione, con attenzione alle nuove esigenze alimentari, dal senza lattosio al senza glutine;
la promozione di Reggio Calabria attraverso le sue eccellenze.
Il suo ragionamento, in fondo, è semplice: una città cresce quando smette di dividersi sulle piccole cose e comincia a investire sulle proprie qualità. E il gelato, qui, non è un dettaglio folcloristico. È identità, materia prima, lavoro, reputazione.
Angelo Musolino ha insistito su un’altra idea altrettanto importante: fare sistema non è uno slogan, è una scelta di maturità.
Nei suoi interventi emergono con chiarezza:
il confronto come occasione di crescita tra artigiani;
la costruzione di sinergie fra pasticceri e gelatieri;
il valore del territorio nei gusti proposti, a partire dalla tradizione;
il ruolo della comunicazione, oggi decisiva per raccontare il prodotto e la città;
l’idea che non esista un solo “migliore”, ma tante eccellenze che insieme fanno grande un comparto.
È una lezione che andrebbe ascoltata anche altrove: nel commercio, nelle professioni, nella politica. In Italia si parla spesso di squadra, ma la si pratica poco. Questi artigiani, invece, la praticano davvero.
Nel dialogo con Davide De Stefano e con chi rappresenta il marchio più riconoscibile del gelato reggino emerge un altro aspetto: la forza dell’immagine, quando dietro l’immagine c’è sostanza.
I punti toccati sono stati:
la comunicazione autentica, semplice, diretta, capace di coinvolgere;
la costruzione di un brand che però non cancella il valore degli altri;
la funzione trainante delle realtà più iconiche, che aiutano tutto il comparto;
l’idea di Reggio Calabria come città del buon gelato, non di una sola insegna ma di una filiera diffusa;
l’orgoglio territoriale, espresso non come vanteria, ma come consapevolezza.
Il successo, in questi casi, non è mai soltanto la fila davanti alla gelateria. È il risultato di una reputazione costruita nel tempo. E la reputazione, quando è meritata, diventa un bene collettivo.
Ma il punto più importante non era nel gelato
E tuttavia, a voler essere onesti, la parte più importante della manifestazione non era nei gusti nuovi, nella Crema Reggina, nelle code davanti ai banconi, nell’allegria del pomeriggio.
La parte più importante stava poco più in là, nello stand de Il Sorriso di Natale e Chiara ODV. Stava in quell’angolo in cui la festa chiedeva di fermarsi un momento e di ricordare che esiste anche un’altra vita: quella di chi convive con una malattia rara, con una disabilità, con la fatica quotidiana di ottenere diritti che agli altri sembrano naturali.
È qui che il racconto cambia tono. E diventa più vero.
Rocco Alvaro: la maturità di chi ha conosciuto il dolore.
L’associazione come risposta alla solitudine
L’intervista a Rocco Alvaro è il centro morale di questa giornata.
Perché Rocco non parla come chi cerca pietà. Non alza la voce, non esibisce il dolore, non pretende applausi. Dice cose più difficili: racconta la sofferenza senza farne uno spettacolo; racconta la solitudine senza usare il risentimento; racconta la disabilità senza chiedere eccezioni, ma diritti.
Ed è forse proprio questo che colpisce di più.
Rocco parte da una storia personale che diventa subito collettiva. Parla dei suoi fratelli, Natale e Chiara, parla della nascita dell’associazione nel giugno del 2022, quando erano in dieci e oggi sono più di settanta. Ma soprattutto spiega da dove nasce davvero quell’esperienza: dal dolore, dalla sofferenza, dalla solitudine, e insieme dai sorrisi, dagli insegnamenti, dalla capacità che Natale e Chiara hanno di ricordare ogni giorno a chi sta loro vicino che cosa conta davvero.
È una frase semplice, ma contiene tutto. Ci sono persone che credono di insegnare la vita perché hanno studiato, viaggiato, comandato. E poi ci sono persone che la insegnano senza volerlo, soltanto esistendo e affrontando il proprio destino. Rocco questo lo ha capito bene. E lo dice senza enfasi: i suoi fratelli gli hanno insegnato i valori importanti.
Quando Rocco racconta la nascita de Il Sorriso di Natale e Chiara, non sta descrivendo soltanto una struttura di volontariato. Sta spiegando un modo di reagire.
Il senso è netto: arrivare nelle case della gente, far conoscere una malattia rara di cui quasi nessuno sa nulla, rompere quell’isolamento che spesso accompagna le famiglie colpite da patologie poco conosciute.
Qui sta uno dei passaggi più forti del suo discorso: l’idea che, di fronte a una malattia rarissima, si rischi di diventare invisibili. “Siamo una goccia nell’oceano”, dice in sostanza. È una definizione dura, ma esatta. Le malattie rare hanno anche questo paradosso: fanno soffrire pochi, e proprio per questo rischiano di interessare a pochi.
L’associazione allora diventa presidio, voce, testimonianza, ma anche prevenzione. Rocco parla infatti di una campagna di screening in collaborazione con il GOM di Reggio Calabria, con un obiettivo preciso: far emergere i portatori sani, diffondere conoscenza, impedire che altre famiglie si trovino a vivere la stessa esperienza senza strumenti, senza informazioni, senza consapevolezza.
Questa è solidarietà nel senso più serio del termine: non solo raccogliere fondi, ma trasformare il proprio dolore in utilità per gli altri.
C’è poi un punto dell’intervista che merita di essere riletto lentamente. Quando gli viene chiesto se abbia accettato il dolore, Rocco risponde: “L’ho abbracciato”.
Non è una frase da social. Non è una formula. È una frase che pesa.
Perché accettare il dolore è già difficile. Ma abbracciarlo significa qualcosa di più: significa smettere di considerarlo soltanto come un nemico e provare a trasformarlo in una forza, o almeno in una disciplina interiore.
Rocco spiega che continuare a chiedersi “perché a noi?” non serve, perché rischia di far perdere di vista l’obiettivo. E l’obiettivo, per lui, ha due nomi: Natale e Chiara.
Qui si coglie una maturità rara. Non la maturità dell’età, ma quella delle prove attraversate. C’è una differenza enorme fra chi subisce il dolore e chi, senza negarlo, riesce a dargli una direzione. Rocco appartiene a questa seconda categoria.
Ma forse il passaggio più importante, anche sul piano pubblico, arriva quando Rocco parla di ciò che più gli dà dispiacere. E non parla della malattia. Parla dello sguardo degli altri.
Dice, in sostanza, che la disabilità viene ancora vista come qualcosa di strano. E qui il discorso si fa più ampio e più scomodo. Perché non riguarda solo la sua famiglia: riguarda tutti noi. Riguarda il modo in cui una società civile misura la propria decenza quotidiana.
Non servono grandi trattati. Basta l’esempio che lui porta: il parcheggio per disabili occupato “per cinque minuti”, il marciapiede ostruito, l’accesso a scuola reso difficile da chi pensa sempre che il proprio comodo valga più del diritto altrui.
Sono episodi minimi, apparentemente banali. In realtà sono il termometro di un Paese. Perché la civiltà non si vede nei discorsi ufficiali, ma nei comportamenti minuti: nel posto lasciato libero, nella rampa non occupata, nella fila rispettata, nell’attenzione concreta verso chi è più fragile.
Rocco non chiede privilegi. Chiede normalità.
Ed è impressionante che, nel 2026, la normalità debba ancora essere rivendicata.
Quando gli chiedono se abbia più coraggio o più paura, risponde con una sincerità che colpisce: paura per il futuro, coraggio per il presente.
Non è una posa eroica. È la verità di chi sa che il domani fa paura, soprattutto quando la malattia è poco conosciuta e le prospettive sono incerte. Ma sa anche che il presente impone di stare in piedi. E che il coraggio, spesso, non è assenza di paura: è la decisione di non lasciarsi governare da essa.
Poi arriva la frase che forse riassume tutto il suo modo di stare al mondo: “Io sono le gambe, le braccia e gli occhi di Natale e Chiara.”
Qui non c’è solo l’amore di un fratello. C’è un’assunzione di responsabilità. C’è l’idea di una missione personale che non viene vissuta come sacrificio esibito, ma come naturale conseguenza dell’amore.
In un tempo che celebra l’io, l’autorealizzazione, il successo individuale, sentire un ragazzo dire che la propria vita è anche prolungamento della vita dei fratelli costringe a rivedere molte gerarchie.
Forse il punto è proprio questo: ci sono testimonianze che non hanno bisogno di essere abbellite. Bastano così come sono, perché possiedono già una loro nudità morale.
Alla fine Rocco consegna un messaggio che dovrebbe uscire dalle interviste e diventare un promemoria pubblico:
“Tendi la tua mano e ti assicuro che ne varrà la pena.”
È una frase importante perché ribalta la logica della beneficenza intesa come gesto a senso unico. Qui non si dice soltanto: aiuta chi soffre. Si dice qualcosa di più vero: se tendi la mano, cambierai anche tu. Non sarà un favore che fai a qualcuno dall’alto, ma un incontro che ti riguarda.
E forse la solidarietà comincia proprio qui: nel capire che l’altro non è un peso da sopportare, ma una parte della nostra umanità che ci manca quando scegliamo di non vedere.
Alla fine, di questa giornata, restano i gelati, certo. Restano i gusti, la bravura degli artigiani, la qualità di un settore che a Reggio Calabria sa raccontarsi bene e sa farsi rispettare. Restano i nomi di Antonio Fragomeni, Angelo Musolino, dei maestri gelatieri e pasticceri che hanno scelto di fare squadra invece di coltivare rivalità.
Ma soprattutto resta una domanda: a che cosa serve davvero una manifestazione pubblica?
Serve a questo, probabilmente: a unire ciò che troppo spesso teniamo separato. Il piacere e la responsabilità. La festa e la coscienza. La leggerezza e il dovere di guardare in faccia chi soffre.
Quando ci riesce, un evento non è più soltanto un evento. Diventa il ritratto, piccolo ma sincero, di una città.
E quel pomeriggio a Piazza Italia, tra il profumo del gelato e la compostezza di un dolore raccontato senza chiedere sconti, Reggio Calabria ha mostrato il suo volto migliore.
Non quello che fa più rumore.
Quello che fa più onore.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara Intervista a Davide Destefano Scirubetta, il gelato e il dovere di guardarsi negli occhi L'Editoriale di Luigi Palamara Ci sono giornate che sembrano leggere e invece lasciano un peso buono, di quelli che non opprimono ma obbligano a pensare. Succede quando una piazza si riempie di famiglie, di bambini, di sorrisi, di coni e coppette, e tuttavia, sotto quella superficie lieta, passa qualcosa di più serio: il senso di una comunità che, almeno per qualche ora, si ricorda di essere tale. È accaduto a Reggio Calabria, il 18 aprile 2026, a Piazza Italia, con l’edizione speciale di Scirubetta. Una manifestazione nata attorno al gelato artigianale, alla fantasia dei maestri gelatieri, ai quindici gusti originali offerti in degustazione gratuita. Ma fermarsi a questo sarebbe ingiusto. Perché Scirubetta non è stata soltanto una festa del gusto: è stata anche una piccola, concreta lezione di civiltà. Da una parte il lavoro, l’artigianato, la promozione del territorio. Dall’altra la solidarietà, quella vera, senza retorica, che si presenta con discrezione ma chiede ascolto. In mezzo, una città che prova a raccontare il meglio di sé. Articolo completo su CartaStraccia.News https://www.cartastraccia.news/2026/04/scirubetta-il-gelato-e-il-dovere-di.html Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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@luigi.palamara Intervista ad Angelo Musolino. Scirubetta, il gelato e il dovere di guardarsi negli occhi L'Editoriale di Luigi Palamara Ci sono giornate che sembrano leggere e invece lasciano un peso buono, di quelli che non opprimono ma obbligano a pensare. Succede quando una piazza si riempie di famiglie, di bambini, di sorrisi, di coni e coppette, e tuttavia, sotto quella superficie lieta, passa qualcosa di più serio: il senso di una comunità che, almeno per qualche ora, si ricorda di essere tale. È accaduto a Reggio Calabria, il 18 aprile 2026, a Piazza Italia, con l’edizione speciale di Scirubetta. Una manifestazione nata attorno al gelato artigianale, alla fantasia dei maestri gelatieri, ai quindici gusti originali offerti in degustazione gratuita. Ma fermarsi a questo sarebbe ingiusto. Perché Scirubetta non è stata soltanto una festa del gusto: è stata anche una piccola, concreta lezione di civiltà. Da una parte il lavoro, l’artigianato, la promozione del territorio. Dall’altra la solidarietà, quella vera, senza retorica, che si presenta con discrezione ma chiede ascolto. In mezzo, una città che prova a raccontare il meglio di sé. Articolo completo su CartaStraccia.News https://www.cartastraccia.news/2026/04/scirubetta-il-gelato-e-il-dovere-di.html Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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@luigi.palamara Intervista ad Antonio Fragomeni. Scirubetta, il gelato e il dovere di guardarsi negli occhi L'Editoriale di Luigi Palamara Ci sono giornate che sembrano leggere e invece lasciano un peso buono, di quelli che non opprimono ma obbligano a pensare. Succede quando una piazza si riempie di famiglie, di bambini, di sorrisi, di coni e coppette, e tuttavia, sotto quella superficie lieta, passa qualcosa di più serio: il senso di una comunità che, almeno per qualche ora, si ricorda di essere tale. È accaduto a Reggio Calabria, il 18 aprile 2026, a Piazza Italia, con l’edizione speciale di Scirubetta. Una manifestazione nata attorno al gelato artigianale, alla fantasia dei maestri gelatieri, ai quindici gusti originali offerti in degustazione gratuita. Ma fermarsi a questo sarebbe ingiusto. Perché Scirubetta non è stata soltanto una festa del gusto: è stata anche una piccola, concreta lezione di civiltà. Da una parte il lavoro, l’artigianato, la promozione del territorio. Dall’altra la solidarietà, quella vera, senza retorica, che si presenta con discrezione ma chiede ascolto. In mezzo, una città che prova a raccontare il meglio di sé. Articolo completo su CartaStraccia.News https://www.cartastraccia.news/2026/04/scirubetta-il-gelato-e-il-dovere-di.html Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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@luigi.palamara Scirubetta, il gelato e il dovere di guardarsi negli occhi https://www.cartastraccia.news/2026/04/scirubetta-il-gelato-e-il-dovere-di.html Scirubetta, il gelato e il dovere di guardarsi negli occhi L'Editoriale di Luigi Palamara  Ci sono giornate che sembrano leggere e invece lasciano un peso buono, di quelli che non opprimono ma obbligano a pensare. Succede quando una piazza si riempie di famiglie, di bambini, di sorrisi, di coni e coppette, e tuttavia, sotto quella superficie lieta, passa qualcosa di più serio: il senso di una comunità che, almeno per qualche ora, si ricorda di essere tale. È accaduto a Reggio Calabria, il 18 aprile 2026, a Piazza Italia, con l’edizione speciale di Scirubetta. Una manifestazione nata attorno al gelato artigianale, alla fantasia dei maestri gelatieri, ai quindici gusti originali offerti in degustazione gratuita. Ma fermarsi a questo sarebbe ingiusto. Perché Scirubetta non è stata soltanto una festa del gusto: è stata anche una piccola, concreta lezione di civiltà. Da una parte il lavoro, l’artigianato, la promozione del territorio. Dall’altra la solidarietà, quella vera, senza retorica, che si presenta con discrezione ma chiede ascolto. In mezzo, una città che prova a raccontare il meglio di sé. Antonio Fragomeni ha messo a fuoco un punto essenziale: Scirubetta non è solo un evento gastronomico, ma un racconto collettivo della città. Nei suoi passaggi più significativi ha toccato alcuni temi chiari: la forza della collaborazione tra operatori del settore; la valorizzazione del gelato reggino come espressione del territorio; il superamento delle rivalità a favore del bene comune; la ricerca e l’innovazione, con attenzione alle nuove esigenze alimentari, dal senza lattosio al senza glutine; la promozione di Reggio Calabria attraverso le sue eccellenze. Il suo ragionamento, in fondo, è semplice: una città cresce quando smette di dividersi sulle piccole cose e comincia a investire sulle proprie qualità. E il gelato, qui, non è un dettaglio folcloristico. È identità, materia prima, lavoro, reputazione. Angelo Musolino ha insistito su un’altra idea altrettanto importante: fare sistema non è uno slogan, è una scelta di maturità. Nei suoi interventi emergono con chiarezza: il confronto come occasione di crescita tra artigiani; la costruzione di sinergie fra pasticceri e gelatieri; il valore del territorio nei gusti proposti, a partire dalla tradizione; il ruolo della comunicazione, oggi decisiva per raccontare il prodotto e la città; l’idea che non esista un solo “migliore”, ma tante eccellenze che insieme fanno grande un comparto. È una lezione che andrebbe ascoltata anche altrove: nel commercio, nelle professioni, nella politica. In Italia si parla spesso di squadra, ma la si pratica poco. Questi artigiani, invece, la praticano davvero. Nel dialogo con Davide De Stefano e con chi rappresenta il marchio più riconoscibile del gelato reggino emerge un altro aspetto: la forza dell’immagine, quando dietro l’immagine c’è sostanza. I punti toccati sono stati: la comunicazione autentica, semplice, diretta, capace di coinvolgere; la costruzione di un brand che però non cancella il valore degli altri; la funzione trainante delle realtà più iconiche, che aiutano tutto il comparto; l’idea di Reggio Calabria come città del buon gelato, non di una sola insegna ma di una filiera diffusa; l’orgoglio territoriale, espresso non come vanteria, ma come consapevolezza. Il successo, in questi casi, non è mai soltanto la fila davanti alla gelateria. È il risultato di una reputazione costruita nel tempo. E la reputazione, quando è meritata, diventa un bene collettivo. Ma il punto più importante non era nel gelato E tuttavia, a voler essere onesti, la parte più importante della manifestazione non era nei gusti nuovi, nella Crema Reggina, nelle code davanti ai banconi, nell’allegria del pomeriggio. La parte più importante stava poco più in là, nello stand de Il Sorriso di Natale e Chiara ODV
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@luigi.palamara Rocco Alvaro: la maturità di chi ha conosciuto il dolore. L’associazione come risposta alla solitudine L’intervista a Rocco Alvaro è il centro morale di questa giornata. Perché Rocco non parla come chi cerca pietà. Non alza la voce, non esibisce il dolore, non pretende applausi. Dice cose più difficili: racconta la sofferenza senza farne uno spettacolo; racconta la solitudine senza usare il risentimento; racconta la disabilità senza chiedere eccezioni, ma diritti. Ed è forse proprio questo che colpisce di più. Rocco parte da una storia personale che diventa subito collettiva. Parla dei suoi fratelli, Natale e Chiara, parla della nascita dell’associazione nel giugno del 2022, quando erano in dieci e oggi sono più di settanta. Ma soprattutto spiega da dove nasce davvero quell’esperienza: dal dolore, dalla sofferenza, dalla solitudine, e insieme dai sorrisi, dagli insegnamenti, dalla capacità che Natale e Chiara hanno di ricordare ogni giorno a chi sta loro vicino che cosa conta davvero. È una frase semplice, ma contiene tutto. Ci sono persone che credono di insegnare la vita perché hanno studiato, viaggiato, comandato. E poi ci sono persone che la insegnano senza volerlo, soltanto esistendo e affrontando il proprio destino. Rocco questo lo ha capito bene. E lo dice senza enfasi: i suoi fratelli gli hanno insegnato i valori importanti. Quando Rocco racconta la nascita de Il Sorriso di Natale e Chiara, non sta descrivendo soltanto una struttura di volontariato. Sta spiegando un modo di reagire. Il senso è netto: arrivare nelle case della gente, far conoscere una malattia rara di cui quasi nessuno sa nulla, rompere quell’isolamento che spesso accompagna le famiglie colpite da patologie poco conosciute. Qui sta uno dei passaggi più forti del suo discorso: l’idea che, di fronte a una malattia rarissima, si rischi di diventare invisibili. “Siamo una goccia nell’oceano”, dice in sostanza. È una definizione dura, ma esatta. Le malattie rare hanno anche questo paradosso: fanno soffrire pochi, e proprio per questo rischiano di interessare a pochi. L’associazione allora diventa presidio, voce, testimonianza, ma anche prevenzione. Rocco parla infatti di una campagna di screening in collaborazione con il GOM di Reggio Calabria, con un obiettivo preciso: far emergere i portatori sani, diffondere conoscenza, impedire che altre famiglie si trovino a vivere la stessa esperienza senza strumenti, senza informazioni, senza consapevolezza. Questa è solidarietà nel senso più serio del termine: non solo raccogliere fondi, ma trasformare il proprio dolore in utilità per gli altri. C’è poi un punto dell’intervista che merita di essere riletto lentamente. Quando gli viene chiesto se abbia accettato il dolore, Rocco risponde: “L’ho abbracciato”. Non è una frase da social. Non è una formula. È una frase che pesa. Perché accettare il dolore è già difficile. Ma abbracciarlo significa qualcosa di più: significa smettere di considerarlo soltanto come un nemico e provare a trasformarlo in una forza, o almeno in una disciplina interiore. Rocco spiega che continuare a chiedersi “perché a noi?” non serve, perché rischia di far perdere di vista l’obiettivo. E l’obiettivo, per lui, ha due nomi: Natale e Chiara. Qui si coglie una maturità rara. Non la maturità dell’età, ma quella delle prove attraversate. C’è una differenza enorme fra chi subisce il dolore e chi, senza negarlo, riesce a dargli una direzione. Rocco appartiene a questa seconda categoria. Ma forse il passaggio più importante, anche sul piano pubblico, arriva quando Rocco parla di ciò che più gli dà dispiacere. E non parla della malattia. Parla dello sguardo degli altri. Dice, in sostanza, che la disabilità viene ancora vista come qualcosa di strano. E qui il discorso si fa più ampio e più scomodo. Perché non riguarda solo la sua famiglia: riguarda tutti noi. Riguarda il modo in cui una società civile misura la propria decenza quotidiana. Articolo completo su CartaStraccia.News
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