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Alex Zanardi, l’uomo che non voleva essere un monumento

Alex Zanardi, l’uomo che non voleva essere un monumento

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Ci sono uomini che, quando se ne vanno, lasciano una biografia. Altri lasciano una domanda. Alex Zanardi lascia entrambe.

La notizia è arrivata con poche parole, come accade spesso alle cose definitive: lo ha annunciato la famiglia. È morto a 59 anni, dopo una vita che sembrava avere fatto più volte i conti con il destino, senza mai accettarne davvero il verdetto. Le principali agenzie e testate internazionali confermano che Zanardi è scomparso il 1° maggio, circondato dall’affetto dei suoi cari.

Era nato a Bologna, terra dove la voce non si alza per retorica ma per passione. Aveva corso in Formula 1, aveva vinto in America, aveva conosciuto la velocità, quella vera, fatta di traiettorie, rumore, rischio e solitudine. Poi, nel 2001, l’incidente. Le gambe perdute, la vita salvata per un soffio. Molti avrebbero considerato quel giorno una fine. Lui lo trasformò in un inizio.

Non fu una favola. Le favole sono comode, perché saltano il dolore. Zanardi invece il dolore lo attraversò. Con fatica, con disciplina, forse anche con rabbia. Ma senza farne una bandiera triste. Passò all’handbike, vinse quattro ori e due argenti paralimpici tra Londra 2012 e Rio 2016, diventando uno degli atleti italiani più amati e riconosciuti.

Eppure ridurlo alle medaglie sarebbe poco. Zanardi non era soltanto il campione che “ce l’ha fatta”. Era qualcosa di più raro: un uomo che non chiedeva compassione e non distribuiva lezioni. Sembrava dire, con il suo sorriso largo e un po’ ostinato, che la vita non si misura da ciò che ti toglie, ma da ciò che riesci ancora a darle.

Nel 2020 un altro incidente, durante una staffetta benefica in handbike sulle strade della Toscana, lo riportò brutalmente dentro la cronaca. Ancora il silenzio degli ospedali, ancora l’attesa, ancora la speranza.

Ora che Alex Zanardi non c’è più, il rischio sarà quello di trasformarlo in una statua. Ma le statue non sudano, non cadono, non hanno paura. Lui invece era umano, e proprio per questo straordinario. Aveva conosciuto il limite e non lo aveva negato. Gli aveva dato un nome, poi lo aveva sfidato.

In un Paese che spesso dimentica in fretta, Zanardi resterà perché non apparteneva solo allo sport. Apparteneva a quella piccola schiera di persone che, senza prediche, ci costringono a guardarci dentro.

Non ci ha insegnato che tutto è possibile. Sarebbe una bugia. Ci ha insegnato qualcosa di più serio: che anche quando non tutto è possibile, molto può ancora cominciare.

E questa, forse, è la forma più alta del coraggio.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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