Il silenzio che pesa più delle parole
Roccaforte del Greco, il Sindaco marca visita: quando il dolore della comunità resta senza fascia
L’assenza di D.P. alla commemorazione per le vittime di tumore è un verdetto morale: chi non onora i morti non è in grado di guidare i vivi.
L'Editoriale di Luigi Palamara
C’erano tutti.
C’erano i Carabinieri, i volontari della Misericordia, i sanitari intervenuti, coloro che si sono presi cura degli ammalati fino alla fine. C’erano i parenti, gli amici, le famiglie. C’erano i volti segnati dal dolore, le mani strette, gli sguardi bassi, il silenzio composto di chi sa che certe ferite non si rimarginano con le parole.
Ogni nome letto è stato un colpo al cuore. Ogni nome ha riportato davanti agli occhi una famiglia, un affetto, una storia, una casa rimasta più vuota. Annetta, Agostino, Rocco, Sebastiano, Francesco: nomi che non sono semplici nomi, ma vite. Vite di persone che hanno lasciato Roccaforte del Greco attraversando il dolore della malattia con quella dignità antica, fiera, quasi silenziosa, tipica di chi sa quanto possano essere importanti il coraggio, la compostezza e l’onore anche nell’ora più difficile.
L’emozione ha spesso preso il sopravvento. Le lacrime non sono state un segno di debolezza, ma di verità. Le lacrime di Sebastiano, quelle di Francesco, quelle trattenute e quelle lasciate scendere senza vergogna, hanno detto più di qualunque discorso ufficiale. Hanno raccontato una comunità che non dimentica. Una comunità che, davanti alla morte, prova ancora a restare umana.
E proprio per questo, in mezzo a tanta presenza, una assenza ha fatto più rumore di tutto.
Ci sono assenze che parlano. E parlano più forte di qualunque discorso, di qualunque fascia tricolore, di qualunque promessa pronunciata in piazza nei giorni facili della campagna elettorale.
L’assenza di un sindaco nel momento in cui una comunità ricorda i propri morti per tumore non è una dimenticanza qualunque. Non è un dettaglio di protocollo. Non è una svista da agenda piena. È un gesto politico, morale, umano. O, peggio ancora, la mancanza di tutti e tre.
Roccaforte del Greco non chiedeva cerimonie solenni, né parole memorabili. Chiedeva presenza. Chiedeva rispetto. Chiedeva che chi rappresenta i cittadini sapesse inchinarsi davanti al dolore di quei cittadini. Perché quando una comunità piange i suoi morti, il primo cittadino non ha il diritto di essere altrove con l’anima, prima ancora che con il corpo.
La fascia tricolore non è un ornamento da indossare nelle occasioni comode. Non è un simbolo da esibire quando ci sono applausi, fotografie, inaugurazioni o passerelle istituzionali. La fascia pesa soprattutto nei momenti in cui non porta consenso, ma responsabilità. Pesa quando bisogna stare accanto a chi soffre, quando bisogna condividere il lutto, quando la politica deve farsi presenza e non calcolo.
Non si tratta di recriminare. Non si tratta di vendicarsi. La vendetta appartiene ai piccoli, e il dolore non ha bisogno di vendetta. Si tratta, invece, di prendere atto di una verità amara: certi incarichi non elevano le persone, le rivelano.
E allora sì, questa assenza deve far riflettere. Deve far riflettere chi amministra, ma anche chi ha scelto da chi farsi amministrare. Perché la democrazia non finisce nell’urna: comincia lì. E ogni voto porta con sé una responsabilità, un giudizio, talvolta anche un rimorso.
In una comunità piccola, il dolore non è mai privato fino in fondo. Diventa memoria collettiva, appartenenza, identità. Ogni malato accompagnato fino all’ultimo respiro non appartiene soltanto alla propria famiglia, ma anche al paese che lo ha visto vivere, lavorare, lottare, sperare. Per questo una commemorazione non è un atto formale: è un abbraccio pubblico. È il modo con cui un paese dice ai suoi morti: non siete stati dimenticati. Ed è il modo con cui dice ai vivi: non siete soli.
Ma se proprio in quel momento chi dovrebbe rappresentare tutti sceglie di non esserci, allora il vuoto diventa giudizio. Un giudizio severo, certo, ma inevitabile. Perché la misura di un amministratore non si coglie soltanto nei bilanci, negli atti, nelle delibere o nei comunicati. Si coglie anche nella capacità di stare dove una comunità soffre.
Il signor D.P., che amava fregiarsi di titoli e formule di rispetto (si firmava professore e non lo era), ha offerto ancora una volta la misura della propria statura pubblica. Una statura che, davanti al dolore, non si valuta dai titoli esibiti, ma dalla capacità di tacere, esserci, chinare il capo e rappresentare davvero una comunità ferita.
Chi non sa stare accanto ai morti, difficilmente saprà servire i vivi.
E questo, più che un’accusa, è un verdetto morale.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara Il silenzio che pesa più delle parole Roccaforte del Greco, il Sindaco marca visita: quando il dolore della comunità resta senza fascia L’assenza di D.P. alla commemorazione per le vittime di tumore è un verdetto morale: chi non onora i morti non è in grado di guidare i vivi. L'Editoriale di Luigi Palamara C’erano tutti. C’erano i Carabinieri, i volontari della Misericordia, i sanitari intervenuti, coloro che si sono presi cura degli ammalati fino alla fine. C’erano i parenti, gli amici, le famiglie. C’erano i volti segnati dal dolore, le mani strette, gli sguardi bassi, il silenzio composto di chi sa che certe ferite non si rimarginano con le parole. Ogni nome letto è stato un colpo al cuore. Ogni nome ha riportato davanti agli occhi una famiglia, un affetto, una storia, una casa rimasta più vuota. Annetta, Agostino, Rocco, Sebastiano, Francesco: nomi che non sono semplici nomi, ma vite. Vite di persone che hanno lasciato Roccaforte del Greco attraversando il dolore della malattia con quella dignità antica, fiera, quasi silenziosa, tipica di chi sa quanto possano essere importanti il coraggio, la compostezza e l’onore anche nell’ora più difficile. L’emozione ha spesso preso il sopravvento. Le lacrime non sono state un segno di debolezza, ma di verità. Le lacrime di Sebastiano, quelle di Francesco, quelle trattenute e quelle lasciate scendere senza vergogna, hanno detto più di qualunque discorso ufficiale. Hanno raccontato una comunità che non dimentica. Una comunità che, davanti alla morte, prova ancora a restare umana. E proprio per questo, in mezzo a tanta presenza, una assenza ha fatto più rumore di tutto. Ci sono assenze che parlano. E parlano più forte di qualunque discorso, di qualunque fascia tricolore, di qualunque promessa pronunciata in piazza nei giorni facili della campagna elettorale. L’assenza di un sindaco nel momento in cui una comunità ricorda i propri morti per tumore non è una dimenticanza qualunque. Non è un dettaglio di protocollo. Non è una svista da agenda piena. È un gesto politico, morale, umano. O, peggio ancora, la mancanza di tutti e tre. Roccaforte del Greco non chiedeva cerimonie solenni, né parole memorabili. Chiedeva presenza. Chiedeva rispetto. Chiedeva che chi rappresenta i cittadini sapesse inchinarsi davanti al dolore di quei cittadini. Perché quando una comunità piange i suoi morti, il primo cittadino non ha il diritto di essere altrove con l’anima, prima ancora che con il corpo. La fascia tricolore non è un ornamento da indossare nelle occasioni comode. Non è un simbolo da esibire quando ci sono applausi, fotografie, inaugurazioni o passerelle istituzionali. La fascia pesa soprattutto nei momenti in cui non porta consenso, ma responsabilità. Pesa quando bisogna stare accanto a chi soffre, quando bisogna condividere il lutto, quando la politica deve farsi presenza e non calcolo. Non si tratta di recriminare. Non si tratta di vendicarsi. La vendetta appartiene ai piccoli, e il dolore non ha bisogno di vendetta. Si tratta, invece, di prendere atto di una verità amara: certi incarichi non elevano le persone, le rivelano. E allora sì, questa assenza deve far riflettere. Deve far riflettere chi amministra, ma anche chi ha scelto da chi farsi amministrare. Perché la democrazia non finisce nell’urna: comincia lì. E ogni voto porta con sé una responsabilità, un giudizio, talvolta anche un rimorso. In una comunità piccola, il dolore non è mai privato fino in fondo. Diventa memoria collettiva, appartenenza, identità. Ogni malato accompagnato fino all’ultimo respiro non appartiene soltanto alla propria famiglia, ma anche al paese che lo ha visto vivere, lavorare, lottare, sperare. Per questo una commemorazione non è un atto formale: è un abbraccio pubblico. È il modo con cui un paese dice ai suoi morti: non siete stati dimenticati. Ed è il modo con cui dice ai vivi: non siete soli. Ma se proprio in quel momento chi dovrebbe rappresentare tutti sceglie di non esserci, allora il vuoto diventa giudizio. Un giudizio sev
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