La politica della sarda
L'Editoriale di Luigi Palamara
Una frase, apparentemente da osteria e invece da trattato politico, che racconta meglio di molte analisi il vizio antico del consenso:
“Mangio la sarda, mi viene sete e bevo. Dopo aver bevuto ho ancora voglia di sarda. E così ad libitum”.
Gaetano Cingari, socialista non di tessera ma di sangue, la usava per descrivere il clientelismo elettorale. E aveva ragione. Perché il clientelismo non è soltanto uno scambio. È una dipendenza. È il meccanismo perfetto di chi promette una sarda per creare sete, e offre un bicchiere d’acqua per generare nuova fame.
Un circuito chiuso. Vizioso. Quasi scientifico.
La politica della sarda funziona così: non nutre, stuzzica. Non risolve, rimanda. Non dà diritti, distribuisce assaggi. E chi vive aspettando l’assaggio finisce per dimenticare il pasto intero. Si accontenta dell’odore, del gesto, della promessa sussurrata all’orecchio, del favore fatto passare per generosità.
Oggi, cambiati i manifesti e invecchiati gli slogan, la storia è sempre la stessa. C’è ancora chi ha voglia di sarda e chi ha sete d’acqua. Ma non tutti berranno. Non tutti mangeranno. Molti sentiranno soltanto il profumo della sarda, mentre l’acqua la vedranno scorrere per le strade: non nei rubinetti, non nelle case, non dove serve, ma sull’asfalto sventrato di città ridotte a una gruviera di perdite rattoppate e mai sanate.
Lo zampillo è diventato paesaggio. La toppa è diventata metodo. L’emergenza, abitudine.
E intanto la sarda resta lì, agitata davanti agli occhi come un’esca. Una promessa minima spacciata per destino. Un miraggio nel deserto dell’animo umano, che paradossalmente è fatto per la maggior parte d’acqua, ma sembra aver dimenticato la sete più importante: quella di dignità.
Perché il punto non è la sarda. Non lo è mai stato.
Il punto è chi la offre, chi la nega, chi la usa per comandare. E soprattutto chi, pur sapendo di essere preso all’amo, continua a chiamare favore ciò che dovrebbe essere diritto.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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