Il giornalismo che ha smesso di fare il giornalista
L'Editoriale di Luigi Palamara
C’era una volta il giornalista. Non il passacarte del comunicato stampa, non il cacciatore di click, non il venditore ambulante di pubblicità mascherata da notizia. Il giornalista. Quello che usciva, cercava, verificava, disturbava. Quello che faceva domande scomode non per posa, ma per mestiere. Quello che sapeva che una notizia, prima di essere pubblicata, deve essere controllata. E che la fretta, nel giornalismo, è spesso la madre della menzogna.
Carlo Parisi lo dice con chiarezza: negli ultimi trent’anni il giornalismo non si è soltanto evoluto. Si è anche involuto. La tecnologia ci ha dato strumenti formidabili, certo. La rete ha accorciato le distanze, l’intelligenza artificiale promette velocità, sintesi, supporto. Ma dietro questa modernità luccicante si nasconde una domanda brutale: chi controlla ciò che viene pubblicato? Chi verifica? Chi si assume la responsabilità di dire: questa è una notizia, questa no; questo è un fatto, questa è propaganda; questo è giornalismo, questo è commercio?
Il problema non è la tecnologia. Il problema è l’uso che se ne fa. La rete non ha ucciso il giornalismo: ha semplicemente tolto il velo a molte sue debolezze. Ha premiato la velocità al posto della precisione, il titolo gridato al posto del contenuto, l’indignazione al posto dell’approfondimento. E così, un po’ alla volta, la notizia è diventata merce da banco. Si pesa in click, si misura in visualizzazioni, si vende agli inserzionisti. Ma una notizia che nasce per inseguire il click è già una notizia malata.
Parisi pone una questione decisiva: l’informazione professionale di qualità non può vivere di scorciatoie. Non può limitarsi a rincorrere la rete, a copiare, incollare, rilanciare. Deve verificare. Deve scegliere. Deve avere il coraggio di arrivare dopo, se arrivare dopo significa arrivare meglio. Perché nel giornalismo non conta soltanto essere i primi. Conta, soprattutto, non essere falsi.
Poi c’è il grande equivoco della pubblicità. Qui bisogna essere franchi. I giornali hanno bisogno di risorse, gli editori hanno bisogno di entrate, le redazioni hanno bisogno di stipendi. Nessuno vive d’aria, neppure i giornalisti. Ma il punto è un altro: la pubblicità deve essere riconoscibile. Chi legge deve sapere quando sta leggendo una notizia e quando sta leggendo un contenuto pagato. Non c’è scandalo nella pubblicità dichiarata. Lo scandalo comincia quando la pubblicità si traveste da informazione.
È lì che il patto con il lettore si spezza. Perché il lettore può accettare tutto, anche un’opinione forte, anche una posizione netta, persino un errore corretto con onestà. Ma non può accettare l’inganno. Non può accettare che gli venga servita propaganda con l’etichetta della cronaca. Non può accettare che il giornalista diventi procacciatore d’affari, venditore di spazi, intermediario di favori. Quando questo accade, la professione perde dignità. E quando perde dignità il giornalismo, perde ossigeno la democrazia.
C’è poi il tema dei contributi pubblici e della pubblicità istituzionale. Anche qui, meno ipocrisia farebbe bene a tutti. Non tutte le testate ricevono fondi pubblici, e i contributi seguono criteri precisi. Ma il principio indicato da Parisi è sacrosanto: se il pubblico deve sostenere l’informazione, lo faccia premiando chi assume giornalisti, chi crea lavoro regolare, chi investe nella qualità. Non chi improvvisa, non chi sfrutta, non chi vive di rendita o di amicizie.
Perché il punto vero è questo: senza giornalisti non c’è giornalismo. Sembra una banalità, e invece oggi è quasi una provocazione. Abbiamo piattaforme, pagine, blog, siti, canali, profili social. Abbiamo una quantità smisurata di parole. Ma quante di queste parole sono informazione? Quante sono verificate? Quante nascono da un lavoro professionale e quante, invece, da un riflesso condizionato, da una convenienza, da una telefonata, da un ordine di scuderia?
Oggi tutti si sentono giornalisti. Anche chi non lo è. Anche chi confonde la libertà di parola con la libertà di disinformare. Anche chi usa la visibilità come clava politica, come strumento personale, come moneta di scambio. Persino certi politici, ormai, si mettono a fare i giornalisti, dimenticando che informare il cittadino non significa portare acqua al proprio mulino.
Ed è qui che diventa fondamentale distinguere informazione e comunicazione. Il portavoce porta la voce di qualcuno. Il giornalista, invece, dovrebbe portare domande. Il portavoce difende un interesse. Il giornalista dovrebbe difendere il diritto del cittadino a capire. Il portavoce traduce il potere. Il giornalista dovrebbe controllarlo.
Questa differenza, che un tempo era elementare, oggi sembra quasi rivoluzionaria. Perché viviamo in un’epoca in cui tutto si mescola: notizia e pubblicità, cronaca e propaganda, giornalismo e comunicazione, opinione e fatto. E in questa confusione prosperano i furbi. Quelli che usano la professione per fare altro. Quelli che producono fake news. Quelli che sporcano il mestiere e poi si nascondono dietro la parola “libertà”.
Ma la libertà di stampa non è libertà di mentire. È libertà di cercare la verità con metodo, responsabilità e coraggio. E quando qualcuno tradisce questa libertà, l’Ordine dei giornalisti ha il dovere di intervenire. Non con carezze corporative, non con silenzi imbarazzati, ma con severità. Perché difendere il giornalismo significa anche punire chi lo degrada.
Alla fine, il mercato lo fanno i lettori. È vero. Sono loro a scegliere chi leggere, chi seguire, chi credere. Ma per scegliere devono poter riconoscere. Devono sapere chi informa e chi persuade. Chi racconta e chi vende. Chi sta dalla parte del cittadino e chi sta dalla parte del palazzo.
Il giornalismo non deve essere simpatico. Non deve piacere a tutti. Non deve consolare. Deve chiarire. Deve disturbare quando serve. Deve rendere comprensibile ciò che il potere spesso preferisce lasciare oscuro. Deve stare sulla soglia, non nel salotto buono. Deve avere la schiena abbastanza dritta da non piegarsi davanti al potente di turno e abbastanza umile da correggersi quando sbaglia.
Il resto è rumore. Click, algoritmi, intelligenze artificiali, comunicati travestiti da articoli, marchette con la cravatta. Tutto rumore.
Il giornalismo, quello vero, resta un’altra cosa: un mestiere antico, scomodo, necessario. E forse proprio per questo oggi più moderno che mai.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara Il giornalismo che ha smesso di fare il giornalista L'Editoriale di Luigi Palamara  C’era una volta il giornalista. Non il passacarte del comunicato stampa, non il cacciatore di click, non il venditore ambulante di pubblicità mascherata da notizia. Il giornalista. Quello che usciva, cercava, verificava, disturbava. Quello che faceva domande scomode non per posa, ma per mestiere. Quello che sapeva che una notizia, prima di essere pubblicata, deve essere controllata. E che la fretta, nel giornalismo, è spesso la madre della menzogna. Carlo Parisi lo dice con chiarezza: negli ultimi trent’anni il giornalismo non si è soltanto evoluto. Si è anche involuto. La tecnologia ci ha dato strumenti formidabili, certo. La rete ha accorciato le distanze, l’intelligenza artificiale promette velocità, sintesi, supporto. Ma dietro questa modernità luccicante si nasconde una domanda brutale: chi controlla ciò che viene pubblicato? Chi verifica? Chi si assume la responsabilità di dire: questa è una notizia, questa no; questo è un fatto, questa è propaganda; questo è giornalismo, questo è commercio? Il problema non è la tecnologia. Il problema è l’uso che se ne fa. La rete non ha ucciso il giornalismo: ha semplicemente tolto il velo a molte sue debolezze. Ha premiato la velocità al posto della precisione, il titolo gridato al posto del contenuto, l’indignazione al posto dell’approfondimento. E così, un po’ alla volta, la notizia è diventata merce da banco. Si pesa in click, si misura in visualizzazioni, si vende agli inserzionisti. Ma una notizia che nasce per inseguire il click è già una notizia malata. Parisi pone una questione decisiva: l’informazione professionale di qualità non può vivere di scorciatoie. Non può limitarsi a rincorrere la rete, a copiare, incollare, rilanciare. Deve verificare. Deve scegliere. Deve avere il coraggio di arrivare dopo, se arrivare dopo significa arrivare meglio. Perché nel giornalismo non conta soltanto essere i primi. Conta, soprattutto, non essere falsi. Poi c’è il grande equivoco della pubblicità. Qui bisogna essere franchi. I giornali hanno bisogno di risorse, gli editori hanno bisogno di entrate, le redazioni hanno bisogno di stipendi. Nessuno vive d’aria, neppure i giornalisti. Ma il punto è un altro: la pubblicità deve essere riconoscibile. Chi legge deve sapere quando sta leggendo una notizia e quando sta leggendo un contenuto pagato. Non c’è scandalo nella pubblicità dichiarata. Lo scandalo comincia quando la pubblicità si traveste da informazione. È lì che il patto con il lettore si spezza. Perché il lettore può accettare tutto, anche un’opinione forte, anche una posizione netta, persino un errore corretto con onestà. Ma non può accettare l’inganno. Non può accettare che gli venga servita propaganda con l’etichetta della cronaca. Non può accettare che il giornalista diventi procacciatore d’affari, venditore di spazi, intermediario di favori. Quando questo accade, la professione perde dignità. E quando perde dignità il giornalismo, perde ossigeno la democrazia. C’è poi il tema dei contributi pubblici e della pubblicità istituzionale. Anche qui, meno ipocrisia farebbe bene a tutti. Non tutte le testate ricevono fondi pubblici, e i contributi seguono criteri precisi. Ma il principio indicato da Parisi è sacrosanto: se il pubblico deve sostenere l’informazione, lo faccia premiando chi assume giornalisti, chi crea lavoro regolare, chi investe nella qualità. Non chi improvvisa, non chi sfrutta, non chi vive di rendita o di amicizie. Perché il punto vero è questo: senza giornalisti non c’è giornalismo. Sembra una banalità, e invece oggi è quasi una provocazione. Abbiamo piattaforme, pagine, blog, siti, canali, profili social. Abbiamo una quantità smisurata di parole. Ma quante di queste parole sono informazione? Quante sono verificate? Quante nascono da un lavoro professionale e quante, invece, da un riflesso condizionato, da una convenienza, da una telefonata, da un ordine di scuderia? Oggi tut
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