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La politica del “ahahah”“Ahahahhaha. Da chi viene sto giudizio. Oggi di qua domani di là.”

La politica del “ahahah”

Ahahahhaha. Da chi viene sto giudizio. Oggi di qua domani di là.
L'Editoriale di Luigi Palamara 

Ci sono dichiarazioni politiche che passano alla storia. Altre che passano direttamente alla chat di condominio. Quella attribuita a Valeria Bonforte, segretaria cittadina del PD di Reggio Calabria, appartiene con ogni probabilità alla seconda categoria.

Non siamo davanti a un pensiero politico. Non siamo davanti a una replica. Non siamo nemmeno davanti a un tentativo, per quanto maldestro, di confutazione. Siamo davanti a un “ahahah”, che nella gerarchia del dibattito pubblico sta più o meno tra la linguetta tirata alle elementari e il commento lasciato di fretta sotto un video visto a metà.

Eppure anche l’“ahahah”, nel suo piccolo, racconta. Racconta un modo di intendere la politica: non come confronto, non come responsabilità, non come esercizio di idee, ma come risatina nervosa quando mancano gli argomenti.

Valeria Bonforte, evidentemente, ha scelto la via breve. Perché rispondere nel merito richiede fatica. Bisogna leggere, capire, distinguere. Bisogna perfino rischiare di formulare un pensiero compiuto. Meglio allora affidarsi alla risata scritta, quel surrogato digitale dello sberleffo che non dimostra nulla, salvo una certa difficoltà a reggere il dissenso.

Oggi di qua domani di là”, scrive. Formula comoda, quasi prêt-à-porter. Si indossa su chiunque non appartenga alla propria curva. Peccato che, prima di distribuire patenti di coerenza, bisognerebbe almeno conoscere la strada percorsa da chi si vuole giudicare. Ma questo, va detto, complicherebbe molto il lavoro. E la politica dell’“ahahah” ama le scorciatoie.

Io non sono mai stato “di qua” per poi svegliarmi “di là”. Ho semplicemente conservato una libertà che a certi ambienti appare esotica: quella di dire ciò che penso senza chiedere il permesso alla segreteria di turno. Una libertà fastidiosa, certo. Soprattutto per chi confonde la coerenza con l’allineamento e il giornalismo con il tifo organizzato.

Il punto, però, non è solo personale. È più interessante. Perché quando una rappresentante politica liquida una critica con una risata, ci offre involontariamente una piccola lezione. Ci dice che, in assenza di argomenti, si può sempre ridere. È una tecnica antica: quando non sai rispondere, fai rumore. Se poi il rumore somiglia a una risata, tanto meglio.

Il problema è che la politica non è un salotto di pettegolezzo, né una comitiva in gita, né un gruppo WhatsApp dove si commenta chi è simpatico e chi no. La politica, almeno in teoria, dovrebbe essere una cosa seria. Dico “in teoria” perché poi arrivano certi esempi e uno è costretto a rivedere le proprie aspettative al ribasso.

Quanto al seguito dei leoni da tastiera, quelli che si accodano appena sentono odore di branco, il copione è sempre lo stesso. Prima lo sberleffo, poi il coro, infine la convinzione eroica di aver combattuto una battaglia civile digitando due righe con il pollice. Una rivoluzione da divano, con pausa caffè inclusa.

Mi auguro che il Partito Democratico rifletta su questo episodio. Non per me, sia chiaro. Sopravvivrò alla risata politica della Bonforte, come si sopravvive a un temporale estivo o a una riunione particolarmente inutile. Ma per se stesso. Perché un partito che ambisce a rappresentare cittadini, territori e idee dovrebbe pretendere dai propri dirigenti qualcosa di più di un “ahahah”.

Magari un argomento. Uno solo. Non esageriamo.

Nel frattempo resta la scena: una critica pubblica, una risposta sguaiata, una dirigente che ride invece di discutere. È poco? È molto? Dipende dai punti di vista. Io lo trovo rivelatore.

Perché alla fine le urne servono anche a questo: a separare chi ha qualcosa da dire da chi ride perché non sa che cosa rispondere.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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