Reggio Calabria, una città ferma all’incrocio
Esiste un punto, in questa città, dove il traffico non è soltanto traffico. È una confessione. Una diagnosi. Forse persino una condanna.
È l’incrocio vicino al GOM, là dove la città si aggroviglia su se stessa come fanno certi vecchi fili elettrici: nessuno li sistema, tutti li maledicono, e intanto continuano a fare scintille. Da una parte gli ospedali, dall’altra gli svincoli, più in là gli ingressi dell’autostrada, sotto il flusso continuo di automobili, ambulanze, famiglie, lavoratori, studenti, pazienti. Tutti insieme, tutti fermi. Tutti prigionieri di un semaforo, di una precedenza, di una strada pensata quando forse le macchine erano meno, la fretta era meno, la città era meno.
E allora viene da chiedersi: com’è possibile che un nodo così evidente sia rimasto lì, irrisolto, per vent’anni? Com’è possibile che ci sia bisogno, ancora oggi, di dire che in un punto del genere servono rotatorie? Non ponti d’oro, non cattedrali nel deserto, non faraoniche promesse da campagna elettorale. Rotatorie. La più elementare delle soluzioni moderne a uno dei più antichi vizi italiani: aspettare che il problema marcisca prima di chiamarlo emergenza.
Luigi Catalano ha lanciato un’idea semplice. E proprio per questo quasi rivoluzionaria. Perché in un Paese abituato a complicare l’ovvio, proporre l’ovvio diventa un atto di coraggio. Una rotatoria per snellire il traffico, per dare respiro a una zona su cui gravitano tre ospedali, per consentire alle ambulanze di passare senza restare inchiodate tra due file di macchine. Pare poco? Non lo è. Quando un’ambulanza resta bloccata, non è la viabilità a fallire: è la civiltà.
Il punto è tutto qui. Non si tratta soltanto di fare scorrere meglio le auto. Si tratta di capire che la qualità di una città si misura anche dal modo in cui permette ai suoi cittadini di muoversi, di arrivare, di vivere senza essere ogni mattina triturati dalla stessa identica esasperazione. La viabilità non è un dettaglio tecnico da lasciare agli uffici e alle planimetrie. È una questione morale. Perché il tempo perso nel traffico è vita sottratta. È nervosismo che entra nelle case, nei luoghi di lavoro, nelle scuole. È una città che ogni giorno chiede pazienza ai suoi abitanti senza aver fatto abbastanza per meritarla.
E non si venga a dire che mancano i soldi. Una rotatoria costa, certo. Ma costa molto meno dell’immobilismo. Costa meno delle ore buttate, dei soccorsi rallentati, dell’inquinamento, della rabbia quotidiana. Cinquecentomila euro, in un bilancio pubblico, non sono una follia: sono una scelta. E le città si giudicano proprio dalle scelte. Da ciò che decidono di considerare urgente e da ciò che fingono di non vedere.
Qui, invece, tutto è visibile. Il traffico alle undici del mattino, quando non è ancora ora di punta. Le ambulanze che cercano spazio dove spazio non c’è. Le macchine che scendono verso gli ospedali, verso le cliniche, verso l’autostrada. I cittadini che subiscono. Sempre loro, naturalmente. Perché in Italia il cittadino è spesso l’unico vero ammortizzatore sociale: assorbe disservizi, ritardi, buche, code, inefficienze. E poi gli si chiede pure di non lamentarsi troppo.
Una città moderna non può vivere di rattoppi. Non può continuare a mettere toppe su strade nate per un’altra epoca. Non può considerare la viabilità un fastidio secondario mentre tutto intorno cambia: aumentano le auto, aumentano i flussi, aumentano le esigenze, aumenta la velocità della vita. E quando la città non si adegua, non resta ferma lei: tiene fermi tutti gli altri.
Per questo l’idea delle rotatorie non è soltanto un intervento urbanistico. È un segnale politico, amministrativo, culturale. Dice che il traffico non è destino. Che l’incrocio non è una maledizione. Che anche una città abituata a sopportare può finalmente pretendere di funzionare.
Poi è arrivata la pioggia. Quasi una nota di regia, quasi un’ironia del cielo. Perché in fondo basta poco, in certe città, per mostrare quanto siano fragili: un’ora di punta, un’ambulanza, due gocce d’acqua. E tutto si blocca.
Ma una città seria non aspetta la prossima coda per ricordarsi del problema. Lo affronta prima. Lo risolve. E magari, una volta tanto, dimostra che la modernità non è uno slogan da convegno, ma una rotatoria fatta nel posto giusto.
Luigi Palamara, Giornalista e Artista Aspromontàno

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