La giustizia che arriva dopo la condanna
Antonio Caridi è stato assolto. Non una volta: due. E già questo dovrebbe imporre silenzio, misura, imbarazzo. Invece non accade nulla. Nessuno bussa alla sua porta per restituirgli i giorni, il nome, la dignità, la moglie sposata da appena sei mesi e lasciata sola mentre lui varcava la soglia di Rebibbia. Nessuno gli restituisce i diciotto mesi trascorsi in una cella di quattro metri, con i topi tra i piedi, il bagno alla turca, la paura di essere davvero diventato l’uomo mostruoso descritto nei titoli e nelle carte dell’accusa.
Perché la gogna, in questo Paese, ha sempre fretta. L’assoluzione, invece, viaggia con passo da vedova.
Quando il Senato votò l’autorizzazione al suo arresto, pare che l’ordinanza fosse composta da seimila pagine. Seimila. In otto giorni. Chi le lesse? Chi studiò, comprese, esitò? Forse nessuno. Si votò. Si votò in fretta, perché la fretta fa bella figura quando l’opinione pubblica reclama sangue; perché in certi momenti non importa conoscere la verità, importa non apparire deboli davanti alla fotografia del giorno dopo.
Caridi racconta di parlamentari intenti a giocare con gli smartphone mentre si decideva la sua libertà. Sarà un’immagine personale, amarissima, ma contiene una verità più larga del suo caso: la superficialità con cui la politica, quando sente odore di applauso, può sacrificare un uomo sull’altare della propria rispettabilità.
Non si tratta di difendere i potenti. I potenti, quando colpevoli, vadano processati e condannati senza riguardi. E tanto più severamente se hanno tradito un mandato pubblico. Ma proprio chi invoca rigore contro il crimine dovrebbe pretendere rigore anche nell’accusa. La giustizia non è una cerimonia espiatoria in cui si porta il sospettato al rogo e poi, se per caso sopravvive, gli si comunica con educazione che può tornare a casa.
Caridi era, secondo l’accusa, al vertice di intrecci mafiosi e massonici nella provincia reggina. Un’accusa enorme, devastante. E quando un’accusa è enorme, enorme dovrebbe essere anche la responsabilità di chi la sostiene, di chi la amplifica, di chi su di essa costruisce carriere, campagne elettorali, editoriali moralistici e facili applausi. Invece, quando l’impianto cade e arriva il proscioglimento per insussistenza del fatto, tutti si dileguano. La folla che gridava «vergogna» improvvisamente ha altro da fare.
Resta l’uomo.
Resta un uomo che dice di aver avuto pensieri suicidi. Un uomo che, uscito dalla politica e dal carcere, oggi fa l’audiometrista. Forse non è una coincidenza involontariamente crudele: ascolta l’udito degli altri, lui che per anni ha gridato nel vuoto senza che nessuno volesse ascoltarlo.
E resta una frase che brucia più dell’accusa: «C’è più umanità a Rebibbia che nell’aula del Senato». Può sembrare uno sfogo, una frase nata dal rancore. Forse lo è. Ma talvolta il rancore è soltanto la memoria di un’ingiustizia che nessuno ha avuto il coraggio di riconoscere.
La politica, quella sera, lo consegnò al carcere. La magistratura, anni dopo, lo ha restituito all’innocenza processuale. Ma chi gli restituirà la vita nel mezzo? Chi restituirà a sua moglie le notti d’attesa, a lui la salute, il nome, la fiducia, il diritto di non tremare davanti a un titolo di giornale?
Nessuno. Perché in Italia sappiamo celebrare gli arresti come vittorie e registrare le assoluzioni come fastidiose note a margine. Sappiamo riempire le piazze di giustizialismo e svuotarle appena compare la parola innocente.
Una democrazia seria non misura la propria forza dal numero delle manette, ma dalla cura con cui evita di stringerle ai polsi sbagliati. Tutto il resto è teatro. E il teatro, quando lo spettacolo finisce sulla pelle di un uomo, non è più nemmeno cattivo gusto.
È barbarie in giacca e cravatta.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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