Il blitz vandalico contro la segreteria di Futuro Nazionale tra nemici reali e sospetti di strategia politica
Uova marce, escrementi e l'arte della vittimizzazione: il regalo perfetto che fa volare il Generale Vannacci
Dai vandali senza idee ai dubbi sul "cui prodest": l'attacco alla sede si trasforma in una campagna pubblicitaria gratuita che compatta i militanti e regala voti al Generale
L'Editoriale di Luigi Palamara
Un modo infallibile per aiutare un avversario politico: trasformarlo in vittima. È una regola tanto elementare che persino gli apprendisti stregoni della protesta dovrebbero conoscerla. E invece no. C’è sempre qualcuno che, armato di uova marce, escrementi, rabbia e poca intelligenza politica, decide di combattere un uomo regalandogli precisamente ciò di cui ha più bisogno: visibilità, solidarietà e nuovi consensi.
L’atto vandalico contro la segreteria di Futuro Nazionale non ha indebolito Roberto Vannacci. Al contrario, lo ha servito su un vassoio d’argento all’opinione pubblica, vestito da perseguitato, da bersaglio di chi non saprebbe rispondergli con le idee e ricorre allo sfregio.
Quelle uova marce e quegli escrementi, invece di portare discredito, potrebbero portare oro e fortuna a Futuro Nazionale. Della serie: chi ben comincia è a metà dell’opera. Peccato che l’opera, in questo caso, l’abbiano cominciata nel modo migliore proprio coloro che avrebbero voluto affossarla.
È così che si perde una battaglia prima ancora di combatterla.
La democrazia è consenso. E il consenso, purtroppo, non è sempre figlio della ragione. La storia, e perfino il Vangelo, ci ricordano quanto facilmente una folla possa essere orientata, esasperata, ingannata. Tra Barabba e Gesù, il popolo scelse Barabba. Il paragone è volutamente sproporzionato, e Vannacci non è certo un martire del Golgota; ma il meccanismo è lo stesso: quando si offre a qualcuno il ruolo della vittima, non bisogna poi stupirsi se la gente comincia a guardarlo con simpatia.
Chi ha vandalizzato quella sede credeva forse di colpire Vannacci. In realtà gli ha fatto propaganda gratuita. Gli ha regalato titoli, interviste, indignazione, fotografie, dichiarazioni di solidarietà. Una campagna pubblicitaria che, acquistata sui giornali e in televisione, sarebbe costata una fortuna.
Bravi davvero. Si fa per dire.
Certo, la prima ipotesi conduce agli avversari politici: qualcuno che ha voluto lasciare il proprio biglietto da visita sotto forma di lordura, dimostrando una volta di più che, quando mancano gli argomenti, c’è sempre chi ripiega sui rifiuti.
Ma in guerra, si sa, non tutte le mosse arrivano necessariamente dal nemico. Esistono provocazioni, diversivi, scintille sapientemente accese per legittimare una risposta, consolidare le proprie file, chiamare a raccolta i propri sostenitori. E Roberto Vannacci, Generale di carriera, di strategie qualcosa dovrebbe intendersene. Ha frequentato la scuola di guerra, non un doposcuola di galateo parlamentare.
Questo non significa attribuirgli fatti senza prove. Significa soltanto ricordare che in politica la domanda non è mai soltanto: “Chi è stato?”. La domanda, molto più interessante, è: “A chi giova?”. E in questo caso la risposta appare fin troppo comoda: giova a Vannacci. Giova alla sua immagine di uomo assediato. Giova alla narrativa del combattente che avanza mentre i suoi detrattori, incapaci di arrestarlo, gli lanciano addosso immondizia.
Non sempre le azioni di guerriglia arrivano dai nemici. Talvolta servono da scintilla per giustificare una controffensiva. Non necessariamente feroce e cruenta, come sui campi di battaglia, ma politica, mediatica, elettorale: post indignati, piazze mobilitate, militanti ricompattati, interviste, appelli, una valanga di pubblicità gratuita.
È la guerra, bellezza.
Anzi, pardon: è la politica, bellezza.
La politica seria, però, non si fa né con il lancio di uova o il gusto infantile dello sfregio. Si fa opponendo argomenti ad argomenti, programmi a programmi, credibilità a credibilità. Chi pensa di fermare un fenomeno politico vandalizzandone una porta non ha capito nulla né della politica né degli italiani, che spesso corrono istintivamente in soccorso di chi appare aggredito.
Vannacci, oggi, non avrà bisogno di inventarsi una narrazione. Gliel’hanno scritta i suoi nemici, autentici o presunti: “Mi attaccano perché hanno paura di me”. È una frase facile, perfino banale. Ma dopo un gesto del genere funziona. E funziona benissimo.
In politica qualunque cosa accada diventa importante. Anche il letame. Anche un uovo marcio. Anche una frase in latino, pronunciata magari con l’aria grave di chi vuole dare profondità a ciò che, senza toga romana, sembrerebbe soltanto propaganda.
Quidquid Latine dictum sit, altum videtur: qualsiasi cosa detta in latino sembra profonda.
Ma qui di profondo c’è ben poco. C’è soltanto un gesto misero che ha ottenuto il risultato opposto a quello dichiarato. La strada si ripulisce. La vittimizzazione rimane. La puzza passa. I voti, invece, possono restare.
Roberto, probabilmente, starà gongolando. E avrebbe anche ragione: raramente un avversario riceve un regalo tanto prezioso da chi pretendeva di danneggiarlo.
La vernice si cancella
Le uova si raccolgono.
Gli escrementi si rimuovono.
La pubblicità gratuita, invece, resta.
E Roberto Vannacci ringrazia.
Anche questo, naturalmente, si fa per dire.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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