Il generale, la premier e il campo largo: la politica italiana ridotta a un decimale
Gli ultimi sondaggi tra equilibri precari, veti incrociati e l'illusione delle cifre
La politica italiana ridotta allo zero virgola: tutti gridano vittoria ma nessuno vince davvero
FdI resta in testa mentre la Lega affonda e Vannacci spaventa gli alleati. A sinistra il "campo largo" supera il centrodestra solo sulla carta, prigioniero delle proprie storiche divisioni.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Si percepisce qualcosa di profondamente italiano in questo sondaggio: nessuno stravince, nessuno scompare, tutti gridano vittoria. Anche quando arretrano. Anche quando galleggiano. Anche quando la loro grande impresa consiste nel rosicchiare uno zero virgola uno all’avversario di cortile.
Fratelli d’Italia è ancora lassù, al 28,1 per cento. Non sfonda il tetto del 30, ma vi si avvicina abbastanza da guardare gli altri dall’alto in basso. Giorgia Meloni può continuare a sorridere con quella disciplina da soldato che non festeggia mai troppo presto: sa che, in politica, la caduta comincia spesso quando ci si convince di essere arrivati. Ma per ora resta lei il centro di gravità della destra, il perno, la padrona di casa. Gli alleati, più che sedere a tavola, sembrano contendersi le briciole sotto la tovaglia.
Il Partito democratico, al 22 per cento, perde due decimi. Una miseria, diranno i professionisti della minimizzazione. Certo: due decimi non fanno una tragedia. Ma sei punti e un decimo di distanza da Fratelli d’Italia fanno una domanda. E la domanda è semplice: il Pd vuole davvero contendere il governo alla destra, oppure intende accontentarsi del ruolo eterno di principale partito di un’opposizione che ama discutere molto e vincere poco?
È il vecchio vizio della sinistra italiana: credere che basti avere ragione per ottenere voti. Ma l’elettore, quella creatura ingrata e spesso assai più concreta dei suoi interpreti, non vota le buone intenzioni. Vota chi gli dà l’impressione di sapere dove andare. Anche quando la direzione è sbagliata.
Il Movimento 5 Stelle risale al 12,7 per cento, nonostante alle amministrative continui a mostrare la vitalità di una pianta tenuta in salotto senza acqua. Cresce nei sondaggi, inciampa nei territori, resiste nell’aria rarefatta della protesta nazionale. È un partito che vive meglio dove non deve amministrare troppo, scegliere troppo, sporcarsi troppo le mani. Eppure resta indispensabile a qualunque fantasioso progetto di alternativa alla Meloni. Senza i Cinque Stelle, il cosiddetto campo largo non è un campo: è un’aiuola.
Poi c’è la piccola guerra dentro la grande guerra. Forza Italia sale al 7,9 per cento e distanzia la Lega, inchiodata al 6,8. Per il partito fondato da Berlusconi, dato più volte per moribondo, è quasi una resurrezione per testamento. Per la Lega, invece, è un’umiliazione che non si misura soltanto nei voti, ma nell’orgoglio. Il partito che pretendeva di comandare l’intero centrodestra oggi deve guardarsi non solo da Forza Italia, ma persino da Alleanza Verdi-Sinistra, ferma al 6 per cento e ormai abbastanza vicina da respirargli sul collo.
Matteo Salvini aveva costruito la propria fortuna sull’idea di essere l’uomo che avanzava mentre gli altri arretravano. Ora accade il contrario. E la politica, che non conosce gratitudine, si prepara sempre a festeggiare il prossimo sostituto.
In questo teatrino compare Roberto Vannacci, con il suo Futuro Nazionale al 4 per cento. Perde un decimo, ma resta sopra quella soglia che trasforma una provocazione in un problema politico. Quattro per cento non bastano per governare, naturalmente. Ma possono bastare per ricattare, condizionare, sottrarre voti, avvelenare i rapporti. Soprattutto in una coalizione dove ognuno finge fedeltà mentre conta i possibili tradimenti dell’altro.
Vannacci non è soltanto un uomo o un simbolo: è il sintomo di una destra che, dopo aver conquistato il potere, scopre di non avere pace. Perché alla sua destra può sempre nascere qualcuno più duro, più urlante, più insofferente, più pronto a dire ciò che gli altri pensano ma non osano pronunciare davanti alle telecamere buone.
E mentre la maggioranza litiga sui centimetri della coperta, l’opposizione prova a cucirne una con brandelli di stoffa diversi: Pd, Movimento 5 Stelle, Verdi-Sinistra, +Europa, Italia Viva. Tutti insieme arriverebbero, secondo questo sondaggio, al 45 per cento. Più del centrodestra, fermo al 43,9.
Magnifico. Sulla carta.
Perché la carta, in politica, è sempre generosa. Tiene insieme chi nella realtà si sopporta appena. Somma le percentuali, ma non le antipatie. Unisce i simboli, ma non i programmi. Fa sedere allo stesso tavolo chi sull’Ucraina, sul lavoro, sulle alleanze, sui diritti, sull’Europa e perfino sul modo di allacciarsi le scarpe troverebbe il modo di dividersi.
Il campo largo esiste nei calcoli come certe famiglie esistono nelle fotografie di Natale: tutti vicini, tutti sorridenti, tutti pronti a non rivolgersi la parola appena spento il flash.
E tuttavia sarebbe sciocco liquidarlo con una battuta. Perché il dato politico è reale: la destra è forte, ma non invulnerabile. Meloni domina i suoi, ma non basta da sola a mettere al sicuro la coalizione. Salvini si indebolisce, Forza Italia cresce, Vannacci insidia. Dall’altra parte, l’opposizione è confusa, litigiosa, spesso irritante perfino per chi vorrebbe votarla. Ma, sommata, c’è. E può diventare pericolosa il giorno in cui smettesse di considerare le proprie divisioni un tratto identitario.
Questo sondaggio, dunque, non racconta un vincitore. Racconta una precarietà. La precarietà di un governo che ha una leader forte e alleati fragili. La precarietà di un’opposizione che avrebbe i numeri ma non ancora una voce. La precarietà di una politica in cui un generale al 4 per cento può fare paura a ministri, segretari e capipartito.
Gli italiani, nel frattempo, osservano. Non con entusiasmo: quello lo hanno perduto da anni. Osservano con la pazienza amara di chi ha già visto troppi salvatori presentarsi al balcone e troppi vincitori uscire dalla porta di servizio.
E forse è proprio questo il giudizio più severo del sondaggio: non che un partito salga o l’altro scenda, non che la destra preceda la sinistra o viceversa. Ma che, anche davanti a numeri tanto incerti, la politica continui a comportarsi come se il Paese fosse una preda da spartire e non una responsabilità da meritare.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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