Morgana danzava, e ogni gesto era un respiro trattenuto. Le braccia salivano come preghiere e ricadevano come stanchezze. I piedi toccavano la pietra e subito parevano volerla lasciare. C’era in lei qualcosa di umano e insieme di lontano, come certe apparizioni che i pescatori raccontano nelle notti d’inverno, quando il fuoco è basso e il mare fa paura.
@luigi.palamara #accadeoggi ♬ audio originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara La danza di Morgana La sera scendeva sopra Reggio con quella lentezza che hanno le cose antiche, quando non vogliono morire. Il sole, già stanco, lasciava sulle acque dello Stretto una polvere d’oro, e le case parevano raccolte in ascolto, come vecchie donne sedute sulla soglia. All’Arena dello Stretto c’era poca gente. Qualcuno guardava il mare, qualcuno parlava sottovoce, qualcuno taceva per non disturbare quel grande respiro azzurro che veniva da lontano. Di fronte, la Sicilia pareva vicina come una promessa e lontana come un destino. Scilla e Cariddi stavano là, invisibili e presenti, nomi imparati da bambini e mai dimenticati, come certi dolori di famiglia. Morgana apparve quasi senza farsi annunciare. Non era soltanto una donna che danzava. Era una figura nata dalla luce, dal sale, dal vento. Aveva addosso la leggerezza delle cose che non si possono trattenere: la seta, la nebbia, il ricordo di un sogno fatto all’alba. Si mosse piano, dapprima, come se chiedesse permesso alla pietra, al mare, agli occhi di chi la guardava. Il vento le girava intorno con una confidenza antica. Non la spingeva, non la comandava. La sfiorava appena, come un amante che conosca il pudore delle carezze. Le sollevava un lembo dell’abito, le portava via un gesto, glielo restituiva più dolce. E lei si lasciava prendere, ma non possedere. In ogni suo movimento c’era la libertà delle onde, che vengono e vanno senza dare spiegazioni a nessuno. Il mare, sotto, mormorava. Non era un rumore: era una voce. Diceva parole che nessuno sapeva ripetere, eppure tutti comprendevano. Parlava di partenze, di barche, di madri rimaste sulla riva, di uomini perduti dietro l’orizzonte, di amori promessi e mai compiuti. Parlava dei segreti che il mare custodisce perché la terra non saprebbe sopportarli. Le onde battevano contro la riva con pazienza musicale. Parevano mani invisibili sopra uno strumento nascosto. Ma la musica non nasceva da corde né da fiati. Nasceva dentro chi guardava. Ognuno sentiva qualcosa muoversi nel petto: un ricordo, una mancanza, una pena senza nome. La danza di Morgana non consolava. Faceva di più: dava forma a ciò che era rimasto muto. Un vecchio, seduto in disparte, si tolse il cappello. Non sapeva perché. Forse gli era sembrato di rivedere sua moglie giovane, quando correva scalza sulla spiaggia e rideva del vento. Una bambina smise di parlare e rimase con la bocca socchiusa. Un uomo che passava per caso si fermò, e dimenticò per un momento il peso della giornata, il pane da guadagnare, le parole amare dette in casa. Morgana danzava, e ogni gesto era un respiro trattenuto. Le braccia salivano come preghiere e ricadevano come stanchezze. I piedi toccavano la pietra e subito parevano volerla lasciare. C’era in lei qualcosa di umano e insieme di lontano, come certe apparizioni che i pescatori raccontano nelle notti d’inverno, quando il fuoco è basso e il mare fa paura. Poi la luce cambiò. Lo Stretto si fece più scuro, più profondo. La Sicilia tremò nell’aria, come vista attraverso una lacrima. Per un istante parve che tutto fosse sospeso: il vento, le onde, le voci, perfino il tempo. Morgana girò su sé stessa, lieve e nera contro il cielo, e chi la guardava ebbe l’impressione di cadere in una dolce allucinazione. Non era gioia. Non era tristezza. Era quella cosa più grande che talvolta passa sul volto della gente del Sud, quando guarda il mare e capisce di appartenere a una terra bellissima e difficile, amata e patita, madre e prigione. Quando la danza finì, nessuno applaudì subito. Ci fu un silenzio breve, pieno, quasi religioso. Morgana restò ferma, con il vento ancora tra i capelli e il mare ai suoi piedi. Sembrava ascoltare qualcosa che veniva da lontano, forse da Scilla, forse da Cariddi, forse da un luogo che non sta sulle carte. racconto completo su: CartaStraccia.News
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