La mano di un Carabiniere
Reggio Calabria inaugurato sul lungomare il monumento “Per la gente, tra la gente” dedicato ai Caduti di Nassiriya
Quella mano tesa del Carabiniere che accorcia le distanze dello Stato
L’opera raffigura un militare che cammina accanto a un bambino, senza piedistallo. Un simbolo di memoria e vicinanza quotidiana in una terra dove la legalità non è una parola da convegno, ma una necessità di ogni giorno.
L'Editoriale di Luigi Palamara
A Reggio Calabria, il 3 giugno, faceva caldo. Quel caldo del Sud che non concede molte distrazioni: costringe a cercare l’ombra, a parlare meno, a guardare di più.
Sul waterfront, in Largo Caduti di Nassiriya, c’era un monumento coperto da un telo. Intorno, uniformi, autorità, cittadini, qualche ragazzo, le vedove dei Caduti. C’erano i discorsi che accompagnano le cerimonie ufficiali e c’era, soprattutto, l’attesa. Perché, quando si scopre un monumento, si finge di guardare un’opera. In realtà si guarda ciò che siamo stati e ciò che vorremmo ancora essere.
Il monumento si chiama “Per la gente, tra la gente”. Raffigura un Carabiniere che tende la mano a un bambino. Non è su un piedistallo. Non osserva la città dall’alto. Sta a terra, dove camminano le persone, dove i bambini corrono, dove gli anziani si fermano, dove qualcuno, prima o poi, avrà bisogno di aiuto.
È un particolare importante. Forse il più importante.
Perché l’autorità, quando è degna di questo nome, non ha bisogno di stare sopra gli altri. Le basta stare accanto. Una mano tesa vale più di molte parole solenni. Dice protezione, ma anche rispetto. Dice forza, ma senza prepotenza. Dice che lo Stato non è soltanto un palazzo, un timbro, una sirena che passa: può essere anche una presenza rassicurante, una porta alla quale bussare, qualcuno che ascolta.
Nella scultura, il mantello del Carabiniere diventa un’ala. È un’immagine che potrebbe sembrare retorica, se non avesse alle spalle nomi, famiglie, fotografie rimaste sui mobili di casa, sedie vuote a tavola. Gli angeli, quando esistono nella vita reale, spesso non hanno le ali. Indossano una divisa e rientrano tardi. Qualche volta non rientrano.
Per questo il luogo porta il nome dei Caduti di Nassiriya.
Il 12 novembre 2003 non morirono soltanto militari e Carabinieri. Morì, per un giorno, una parte dell’illusione che bastasse chiamare “pace” una missione perché la guerra smettesse di fare il suo mestiere. L’Italia vide quelle bare e capì che il dolore non ha gradi, non distingue fra una divisa e un abito civile, fra chi parte e chi resta ad aspettare.
Ricordare Nassiriya non significa coltivare una cerimonia. Significa impedire che il sacrificio venga consumato dall’abitudine. Abbiamo una grande capacità di commuoverci e una ancora maggiore di dimenticare. I monumenti servono proprio a questo: a fermarci un momento quando la fretta ci suggerirebbe di passare oltre.
Durante la cerimonia, il generale Riccardo Sciuto ha detto una cosa semplice: l’Arma esiste perché esiste il cittadino, non viceversa.
È una frase che meriterebbe di stare scritta in molti uffici pubblici. Le istituzioni non sono nate per celebrare se stesse, ma per servire. Non chiedono fiducia per diritto divino: devono meritarsela, ogni giorno, con la presenza, la correttezza, il coraggio e, qualche volta, anche con l’umiltà.
Un Carabiniere, in tanti paesi italiani, non è soltanto chi interviene quando accade qualcosa di grave. È quello che conosce le strade, le famiglie, le paure. È quello davanti al quale si presenta una madre preoccupata, un anziano truffato, una ragazza spaventata, un cittadino che non sa più a chi rivolgersi. La caserma, prima ancora che luogo di denuncia, può essere un luogo di consolazione civile.
Reggio Calabria sa bene quanto conti la presenza dello Stato. È una città bella e ferita, luminosa e difficile. Ha il mare davanti e ombre antiche alle spalle. Qui la legalità non è una parola buona per i convegni: è una necessità quotidiana, un gesto che si misura nei quartieri, nelle scuole, nel lavoro, nella possibilità di crescere senza dover chiedere permesso alla paura.
Per questo non è secondario che il monumento sia nato anche dal coinvolgimento degli studenti e dell’Accademia di Belle Arti. I giovani non devono essere convocati soltanto quando si parla del futuro. Devono essere chiamati a costruirlo. Anche scegliendo un’opera, anche modellando il bronzo, anche imparando che la memoria non è una materia scolastica, ma una responsabilità.
Fra le parole pronunciate, i saluti ufficiali e gli onori militari, resterà soprattutto quell’immagine: un uomo in uniforme che dà la mano a un bambino.
Il bambino non ha paura. Non viene trascinato. Cammina.
Forse l’Italia che vorremmo è tutta lì: uno Stato che non comanda da lontano, ma accompagna; cittadini che non sono lasciati soli; una memoria che non diventa rancore, ma impegno.
Il monumento resterà sul lungomare, sotto il sole e sotto la pioggia. Passeranno turisti, famiglie, ragazzi distratti con il telefonino in mano. Qualcuno lo guarderà, qualcuno no. È normale: anche i simboli devono avere pazienza.
Ma basterà che, ogni tanto, un padre indichi quella mano a suo figlio e gli spieghi perché è stata scolpita.
Allora il monumento avrà compiuto il suo dovere.
Come un Carabiniere.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara Grazie per l'apprezzamento e per tutti i Regali. Siete davvero importanti per me. #tiktoklive #livehighlights ♬ Sweet Sunset - Tollan Kim
@luigi.palamara Evento. Reggio Calabria 3 giugno 2026 Monumento dedicato al Carabiniere. #carabinieri #reggiocalabria ♬ audio originale - Luigi Palamara
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