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“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

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La persona che non rivedremo mai più

La persona che non rivedremo mai più 

Il peso delle scelte mancate, i rimpianti e l'illusione del destino nelle storie interrotte che ci accompagnano per sempre

La crudeltà dell’assenza e il romanzo delle vite mai vissute

La vita non avverte quando chiude una porta: ci restano solo i fantasmi di chi abbiamo perso per un secondo di esitazione, ferite eleganti custodite nel silenzio della notte.

L'Editoriale di Luigi Palamara 


C’è una menzogna che ci raccontiamo per tutta la vita: che ogni cosa, prima o poi, possa essere riparata. Che basti una telefonata, una lettera, un ritorno, una coincidenza benigna. Non è vero. La vita non è una segretaria paziente che conserva gli appuntamenti mancati. La vita, più spesso, è un usciere brusco: chiude la porta e non dà spiegazioni.

Se la vita non vuole che tu riveda una persona, non la rivedrai. Puoi chiamarlo destino, caso, fatalità, disegno di Dio o cattiva amministrazione dell’universo. Cambia poco. Il risultato resta identico: quella persona sparisce. Non dalla memoria, naturalmente. Sarebbe troppo semplice. Sparisce dal mondo visibile, dalla strada, dalla piazza, dalla possibilità. Ma rimane dentro di noi come una spina che non fa sangue e non guarisce.

Ecco il punto. Certe persone non le perdiamo davvero quando se ne vanno. Le perdiamo quando capiamo che non c’è più nessuna strada per raggiungerle. Non una stazione, non un indirizzo, non una svolta. Nulla. Eppure basta niente per farle tornare: una canzone sentita per caso, una foglia che cade sul marciapiede, un cane che abbaia nella notte, il rumore di passi dietro le spalle. Allora eccola. Presente. Vicinissima. Quasi offensiva nella sua vicinanza. Basterebbe voltarsi, pare. Basterebbe allungare la mano. Ma non c’è nessuno.

Questa è la crudeltà del ricordo: ci restituisce ciò che la vita ci ha tolto, ma ce lo restituisce senza corpo. Una persona amata, o forse soltanto desiderata, diventa più reale nella sua assenza di quanto non fosse nella sua presenza. La cerchiamo e non la troviamo. La invochiamo e non risponde. La custodiamo e non sappiamo nemmeno perché.

C’è una violenza in tutto questo, ma anche una dolcezza. La violenza è nel fatto che nessuno ci ha chiesto il permesso. Nessuno ci ha avvertiti: guarda bene, questa è l’ultima volta. Quest’ultimo saluto non ritornerà. Questo volto, questa voce, questa occasione sono già sull’orlo della scomparsa. Se lo sapessimo, forse saremmo meno sciocchi, meno orgogliosi, meno distratti. Forse correremmo. Forse diremmo quella parola che abbiamo ingoiato. Forse ci gireremmo dalla parte giusta.

Ma la vita non mette cartelli. Non dice: attenzione, qui finisce una storia. Qui comincia il rimpianto.

La dolcezza, invece, sta nel fatto che certe assenze ci accompagnano fino alla fine. Strano privilegio: non avere avuto una storia e portarla dentro come se fosse stata la più grande. Perché sì, bisogna dirlo senza vergogna: spesso le più belle storie d’amore sono quelle non vissute. Quelle che non hanno avuto il tempo di diventare abitudine, rancore, bollette, stanchezza. Quelle rimaste sospese nell’aria, intatte e impossibili. Amori senza cucina, senza letto disfatto, senza parole mediocri. Amori purissimi perché mai messi alla prova.

Ma non illudiamoci: anche questo è un inganno. Un inganno meraviglioso, forse. Però sempre inganno. Perché una storia non vissuta non è una storia: è una ferita elegante. È il romanzo che ci scriviamo da soli per dare un senso alla nostra vigliaccheria, alla nostra distrazione, alla nostra incapacità di scegliere.

Già, scegliere. È lì che si decide tutto. Non nei grandi proclami, non nelle frasi solenni, non nei giuramenti. Si decide in un secondo minimo e volgare. Girarsi o non girarsi. Prendere una strada o un’altra. Salire su un treno o restare sul binario. Bussare a una porta o passare oltre fingendo indifferenza. E poi, anni dopo, pretendiamo di chiamarlo destino.

Forse il destino esiste. Ma spesso ha il volto della nostra esitazione.

Si nasce soli e si muore soli, dice la vecchia saggezza. È vero, ma incompleto. Tra la nascita e la morte camminiamo pieni di fantasmi. Alcuni li abbiamo amati, altri avremmo potuto amarli. Alcuni ci hanno feriti, altri ci hanno soltanto sfiorati. E sono questi ultimi, talvolta, a pesarci di più: quelli che non abbiamo avuto il coraggio di incontrare davvero.

Così continuiamo il viaggio. Viviamo, lavoriamo, sorridiamo, invecchiamo. Ma ogni tanto, nel buio della notte, quando tace il rumore del mondo, torna quel vuoto preciso: il vuoto della scelta mancata. E allora capiamo che non tutte le perdite fanno rumore. Alcune passano accanto in silenzio. Noi non ci voltiamo. E loro diventano per sempre.

Sarebbe bastato poco.

Girarsi.

Correre in un’altra direzione.

Imboccare un’altra strada.

E forse l’avremmo rivista.

Ma la vita, che non è né giusta né ingiusta, bensì semplicemente sovrana, aveva già deciso.

E invece no.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

@luigi.palamara

La persona che non rivedremo mai più Il peso delle scelte mancate, i rimpianti e l'illusione del destino nelle storie interrotte che ci accompagnano per sempre ​La crudeltà dell’assenza e il romanzo delle vite mai vissute ​La vita non avverte quando chiude una porta: ci restano solo i fantasmi di chi abbiamo perso per un secondo di esitazione, ferite eleganti custodite nel silenzio della notte. L'Editoriale di Luigi Palamara C’è una menzogna che ci raccontiamo per tutta la vita: che ogni cosa, prima o poi, possa essere riparata. Che basti una telefonata, una lettera, un ritorno, una coincidenza benigna. Non è vero. La vita non è una segretaria paziente che conserva gli appuntamenti mancati. La vita, più spesso, è un usciere brusco: chiude la porta e non dà spiegazioni. Se la vita non vuole che tu riveda una persona, non la rivedrai. Puoi chiamarlo destino, caso, fatalità, disegno di Dio o cattiva amministrazione dell’universo. Cambia poco. Il risultato resta identico: quella persona sparisce. Non dalla memoria, naturalmente. Sarebbe troppo semplice. Sparisce dal mondo visibile, dalla strada, dalla piazza, dalla possibilità. Ma rimane dentro di noi come una spina che non fa sangue e non guarisce. Ecco il punto. Certe persone non le perdiamo davvero quando se ne vanno. Le perdiamo quando capiamo che non c’è più nessuna strada per raggiungerle. Non una stazione, non un indirizzo, non una svolta. Nulla. Eppure basta niente per farle tornare: una canzone sentita per caso, una foglia che cade sul marciapiede, un cane che abbaia nella notte, il rumore di passi dietro le spalle. Allora eccola. Presente. Vicinissima. Quasi offensiva nella sua vicinanza. Basterebbe voltarsi, pare. Basterebbe allungare la mano. Ma non c’è nessuno. Questa è la crudeltà del ricordo: ci restituisce ciò che la vita ci ha tolto, ma ce lo restituisce senza corpo. Una persona amata, o forse soltanto desiderata, diventa più reale nella sua assenza di quanto non fosse nella sua presenza. La cerchiamo e non la troviamo. La invochiamo e non risponde. La custodiamo e non sappiamo nemmeno perché. C’è una violenza in tutto questo, ma anche una dolcezza. La violenza è nel fatto che nessuno ci ha chiesto il permesso. Nessuno ci ha avvertiti: guarda bene, questa è l’ultima volta. Quest’ultimo saluto non ritornerà. Questo volto, questa voce, questa occasione sono già sull’orlo della scomparsa. Se lo sapessimo, forse saremmo meno sciocchi, meno orgogliosi, meno distratti. Forse correremmo. Forse diremmo quella parola che abbiamo ingoiato. Forse ci gireremmo dalla parte giusta. Ma la vita non mette cartelli. Non dice: attenzione, qui finisce una storia. Qui comincia il rimpianto. La dolcezza, invece, sta nel fatto che certe assenze ci accompagnano fino alla fine. Strano privilegio: non avere avuto una storia e portarla dentro come se fosse stata la più grande. Perché sì, bisogna dirlo senza vergogna: spesso le più belle storie d’amore sono quelle non vissute. Quelle che non hanno avuto il tempo di diventare abitudine, rancore, bollette, stanchezza. Quelle rimaste sospese nell’aria, intatte e impossibili. Amori senza cucina, senza letto disfatto, senza parole mediocri. Amori purissimi perché mai messi alla prova. Ma non illudiamoci: anche questo è un inganno. Un inganno meraviglioso, forse. Però sempre inganno. Perché una storia non vissuta non è una storia: è una ferita elegante. È il romanzo che ci scriviamo da soli per dare un senso alla nostra vigliaccheria, alla nostra distrazione, alla nostra incapacità di scegliere. Già, scegliere. È lì che si decide tutto. Non nei grandi proclami, non nelle frasi solenni, non nei giuramenti. Si decide in un secondo minimo e volgare. Girarsi o non girarsi. Prendere una strada o un’altra. Salire su un treno o restare sul binario. Bussare a una porta o passare oltre fingendo indifferenza. E poi, anni dopo, pretendiamo di chiamarlo destino. Forse il destino esiste. Ma spesso ha il volto della nostra esitazione. segue su: CartaStraccia.News

♬ audio originale - Luigi Palamara

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