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Leo, il ragazzo che ha costretto il mondo a credere nei sogni

Leo, il ragazzo che ha costretto il mondo a credere nei sogni

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Alcuni uomini passano dentro il proprio tempo senza disturbarlo troppo. Lo attraversano, lo abitano, lo consumano. Poi ci sono altri che il tempo lo piegano. Lo prendono per il colletto, lo costringono a voltarsi, gli impongono una memoria.

Lionel Messi appartiene a questa seconda razza, che è rarissima e, proprio per questo, spesso viene capita solo quando è già diventata leggenda.

Perché Messi non è stato soltanto un calciatore. Dire così sarebbe comodo, ma anche ingiusto. Sarebbe come dire che Mozart scriveva musica, che Michelangelo scolpiva marmo, che Maradona giocava a pallone. Vero, certo. Ma troppo poco. Alcuni uomini non esercitano semplicemente un mestiere: lo trasformano in un linguaggio. E Messi, per più di vent’anni, ha parlato al mondo con il sinistro.

Un sinistro piccolo, quasi timido, ma capace di dire cose che molti poeti avrebbero voluto scrivere e non hanno saputo. Ha detto leggerezza. Ha detto ostinazione. Ha detto bellezza. Ha detto che la grandezza non ha bisogno di gridare, di fare smorfie, di gonfiarsi il petto davanti alle telecamere. Può anche arrivare bassa, silenziosa, con lo sguardo di chi sembra chiedere permesso e invece sta per cambiare la storia.

Messi ha cambiato il calcio perché non lo ha mai tradito. In un’epoca in cui tutto diventa marchio, posa, slogan, muscolo, algoritmo, egli ha continuato a fare la cosa più antica e più difficile: giocare. Non recitare il gioco. Non venderlo. Non spiegarlo. Giocarlo.

E forse è per questo che milioni di persone, in ogni angolo del pianeta, lo hanno sentito vicino. Non perché fosse uno di loro, perché non lo era. Nessuno è davvero “uno di noi” quando fa con un pallone ciò che gli altri non riescono nemmeno a immaginare. Ma perché, pur essendo diverso da tutti, non ha mai smesso di sembrare umano.

Ha perso. Ha pianto. È caduto. È stato accusato di non essere abbastanza argentino, poi di essere troppo argentino, poi di non vincere abbastanza, poi di vincere troppo. Gli hanno chiesto di essere Maradona, Pelé, leader, profeta, santo, guerriero, capitano, simbolo, industria. Lui, spesso, ha risposto nell’unico modo che conosceva: abbassando la testa e ricominciando a correre.

Questa è stata la sua rivoluzione. Non la finta epica dei superuomini, ma la disciplina fragile dei predestinati che non si sentono mai arrivati. La sua grandezza non è stata soltanto vincere tutto. È stata resistere al peso di doverlo fare.

Poi è arrivata la Coppa del Mondo. E lì, per un attimo, anche i più cinici hanno dovuto deporre le armi. Perché quella coppa non ha chiuso una carriera: ha chiuso una ferita. Non solo sua. Di un popolo, di una generazione, di milioni di bambini cresciuti provando a spostare il pallone nello stesso modo, sapendo benissimo che non ci sarebbero riusciti mai.

Eppure ci hanno provato. Ed è questo il punto.

Messi non ha regalato soltanto vittorie. Ha regalato tentativi. Ha costretto bambini, adulti, tifosi, scettici e innamorati del calcio a credere per qualche secondo che l’impossibile potesse essere soltanto una questione di controllo orientato. Ha fatto sembrare semplice ciò che era irripetibile. Ha trasformato il campo in una promessa: non tutti possono diventare Messi, ma tutti possono avere un sogno abbastanza grande da farli correre.

Nel giorno del suo compleanno, allora, non si celebra soltanto un campione. Si celebra una parte delle nostre vite. Le domeniche, le notti di Champions, le finali, le discussioni infinite, i paragoni inutili, le lacrime argentine, gli abbracci davanti a uno schermo, i padri che indicavano ai figli un dribbling, i figli che spiegavano ai padri perché quel numero dieci era diverso.

La parte migliore, davvero, non è stata guardarlo. È stata esserci mentre accadeva.

Perché le leggende, quando le vivi in diretta, non sembrano leggende. Sembrano partite. Sembrano gol. Sembrano serate qualsiasi. Poi passano gli anni e capisci che non stavi semplicemente assistendo al calcio. Stavi assistendo a un pezzo della tua memoria.

E allora sì, buon compleanno Leo. Non al calciatore soltanto, ma all’uomo che ha ricordato a un mondo stanco che i sogni, qualche volta, non chiedono il permesso della ragione.

“Hai cambiato le nostre vite. Ci hai regalato momenti indimenticabili. Ci hai fatto credere che i sogni siano possibili.

La parte migliore non è stata guardare tutto questo. È stata viverlo insieme a te.

Buon compleanno, Leo.”

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

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