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Quella mano stretta fino all’ultimo respiro: mia madre, la mia radice, il mio centro

Quella mano stretta fino all’ultimo respiro: mia madre, la mia radice, il mio centro

Il ricordo a tredici anni dalla scomparsa: la forza di un legame che il tempo non può sciogliere
​Dal dolore del 5 giugno 2013 al vuoto che si fa presenza: la nostalgia per la "mamma bella" e per il cielo di Roccaforte del Greco, dove anche la memoria diventa una carezza che accompagna la vita.
Dedicata alla mia mamma Angelina.

Ci sono addii che non finiscono. Non si consumano nel rito di un funerale, non si spengono nel calendario, non si lasciano seppellire dalla polvere degli anni. Restano lì, in piedi, ostinati. Come una sentinella. Come una ferita che non sanguina più, ma comanda.

Tenersi per mano fino all’ultimo respiro: ecco l’immagine che basta a spiegare una vita intera. Non una frase, non un ricordo, non una fotografia. Un patto. Una madre e un figlio, uniti nel momento in cui le parole diventano inutili e rimane solo la verità nuda delle mani. Quelle mani che avevano accarezzato, rimproverato, cucinato, pregato, protetto. Quelle mani che, nell’ultimo istante, chiedevano ancora di non essere lasciate sole.

Oggi sono tredici anni. Tredici anni da quel 5 giugno 2013 in cui la mia mamma è volata in cielo, come si dice quando il dolore ha bisogno di una parola gentile per non diventare disperazione. Da allora, certo, il mondo ha continuato a girare. I giornali sono usciti, le stagioni sono passate, la gente ha riso, ha litigato, ha dimenticato. Ma per chi perde una madre, il mondo non torna più a essere lo stesso. Funziona, sì. Ma manca il centro.

E mi manca come manca il cielo azzurro di Roccaforte del Greco. Quel cielo che non è soltanto cielo: è casa, è radice, è sangue. È il paese mio e suo, il luogo dove anche le pietre sembrano conoscere i nomi dei morti e custodire i passi dei vivi. Ci sono madri che non appartengono solo alla famiglia: appartengono alla terra, alla memoria, alla lingua con cui siamo stati chiamati da bambini.

“Mamma bella”. E in quelle due parole c’è tutto. C’è la devozione senza retorica, il dolore senza vergogna, l’amore che non si rassegna. Perché una madre non muore davvero finché qualcuno la cerca ancora nel cielo, nel vento, in una strada del paese, in un gesto quotidiano, in una nostalgia improvvisa.

Tredici anni sono tanti per il calendario. Ma per il cuore, certi giorni non passano mai. Restano fermi al 5 giugno 2013. Al momento in cui una mano si è allentata, e l’altra ha dovuto imparare a vivere stringendo il vuoto.

Eppure, forse, proprio lì sta il miracolo. In quel vuoto che non è assenza soltanto, ma presenza diversa. Mia mamma continua ad accompagnarmi. Non come prima, non come vorrei, non come sarebbe giusto. Ma mi accompagna. In silenzio. Con quella severa dolcezza che hanno le madri quando diventano memoria.

Perché chi è stato amato così non è mai davvero solo. E chi ha tenuto la mano di sua madre fino all’ultimo respiro porterà quella mano dentro la propria vita, ogni giorno, fino alla fine.

Tuo figlio Luigi
@luigi.palamara

Quella mano stretta fino all’ultimo respiro: mia madre, la mia radice, il mio centro Il ricordo a tredici anni dalla scomparsa: la forza di un legame che il tempo non può sciogliere ​ ​Dal dolore del 5 giugno 2013 al vuoto che si fa presenza: la nostalgia per la "mamma bella" e per il cielo di Roccaforte del Greco, dove anche la memoria diventa una carezza che accompagna la vita. Dedicata alla mia mamma Angelina. Ci sono addii che non finiscono. Non si consumano nel rito di un funerale, non si spengono nel calendario, non si lasciano seppellire dalla polvere degli anni. Restano lì, in piedi, ostinati. Come una sentinella. Come una ferita che non sanguina più, ma comanda. Tenersi per mano fino all’ultimo respiro: ecco l’immagine che basta a spiegare una vita intera. Non una frase, non un ricordo, non una fotografia. Un patto. Una madre e un figlio, uniti nel momento in cui le parole diventano inutili e rimane solo la verità nuda delle mani. Quelle mani che avevano accarezzato, rimproverato, cucinato, pregato, protetto. Quelle mani che, nell’ultimo istante, chiedevano ancora di non essere lasciate sole. Oggi sono tredici anni. Tredici anni da quel 5 giugno 2013 in cui la mia mamma è volata in cielo, come si dice quando il dolore ha bisogno di una parola gentile per non diventare disperazione. Da allora, certo, il mondo ha continuato a girare. I giornali sono usciti, le stagioni sono passate, la gente ha riso, ha litigato, ha dimenticato. Ma per chi perde una madre, il mondo non torna più a essere lo stesso. Funziona, sì. Ma manca il centro. E mi manca come manca il cielo azzurro di Roccaforte del Greco. Quel cielo che non è soltanto cielo: è casa, è radice, è sangue. È il paese mio e suo, il luogo dove anche le pietre sembrano conoscere i nomi dei morti e custodire i passi dei vivi. Ci sono madri che non appartengono solo alla famiglia: appartengono alla terra, alla memoria, alla lingua con cui siamo stati chiamati da bambini. “Mamma bella”. E in quelle due parole c’è tutto. C’è la devozione senza retorica, il dolore senza vergogna, l’amore che non si rassegna. Perché una madre non muore davvero finché qualcuno la cerca ancora nel cielo, nel vento, in una strada del paese, in un gesto quotidiano, in una nostalgia improvvisa. Tredici anni sono tanti per il calendario. Ma per il cuore, certi giorni non passano mai. Restano fermi al 5 giugno 2013. Al momento in cui una mano si è allentata, e l’altra ha dovuto imparare a vivere stringendo il vuoto. Eppure, forse, proprio lì sta il miracolo. In quel vuoto che non è assenza soltanto, ma presenza diversa. Mia mamma continua ad accompagnarmi. Non come prima, non come vorrei, non come sarebbe giusto. Ma mi accompagna. In silenzio. Con quella severa dolcezza che hanno le madri quando diventano memoria. Perché chi è stato amato così non è mai davvero solo. E chi ha tenuto la mano di sua madre fino all’ultimo respiro porterà quella mano dentro la propria vita, ogni giorno, fino alla fine. Tuo figlio Luigi

♬ audio originale - Luigi Palamara

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