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​Roccaforte del Greco bandisce la parola «ormai»

Roccaforte del Greco, il paese che ha deciso di non dire più “ormai”

Il primo Consiglio comunale dopo le elezioni diventa il manifesto del riscatto contro lo spopolamento

Il neo sindaco Nucera, la minoranza e la società civile uniti per invertire il destino del borgo grecanico: «Non amministreremo un funerale. Siamo liberi di ricominciare da tre parole: rientrare, tornare, restare».

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Certe parole, in un paese piccolo, fanno più danni di una frana. Una di queste è “ormai”.

Ormai
non c’è più niente da fare. Ormai i giovani sono partiti. Ormai la scuola è chiusa. Ormai la piazza è vuota. Ormai restano soltanto gli anziani, qualche porta socchiusa e i ricordi di quando il paese era vivo.

A Roccaforte del Greco, nel primo Consiglio comunale del 3 giugno 2026, quella parola è stata messa sotto accusa. Non con un ordine del giorno, non con una delibera, ma con qualcosa che forse viene prima della politica: la volontà di non considerare inevitabile la fine di una comunità.

Ercole Nucera, appena eletto sindaco, si è trovato davanti non soltanto un Consiglio comunale, ma un paese che gli consegnava le proprie ferite. Strade difficili, servizi impoveriti, scuole chiuse, distanze che non si misurano più in chilometri ma in rinunce. Perché da Roccaforte a Reggio Calabria la distanza geografica non è infinita; infinita può diventare, invece, la distanza da un medico, da un ufficio, da un’opportunità di lavoro, da una ragione per restare.

Nucera non ha promesso la moltiplicazione dei pani e neppure la resurrezione amministrativa per decreto. Ha fatto una cosa più seria: ha riconosciuto la gravità della situazione. Ha detto che un paese non vive soltanto di strade asfaltate e di carte in ordine. Vive se la gente torna a incontrarsi, se una famiglia decide di aprire una casa, se un ragazzo può immaginare il proprio futuro senza essere costretto a partire.

C’è una politica, quasi sempre silenziosa, che riguarda molti borghi dell’entroterra: non salvarli, ma accompagnarli educatamente alla scomparsa. Si chiude un servizio, se ne riduce un altro, si lascia che una strada peggiori, si accetta che un diritto diventi un favore. Alla fine, quando il paese si svuota, si dice che era il destino.

Il sindaco ha fatto capire che questo destino non lo accetta. Non vuole amministrare un funerale. Vuole provare a impedire che venga celebrato.

Ha indicato anche qualche strada concreta. Ha parlato delle risorse naturali del territorio, delle cascate, della possibilità di produrre energia a costi contenuti per attirare attività e imprese. Può essere un progetto difficile. I progetti seri lo sono quasi sempre. Ma chi governa un paese a rischio di scomparsa ha il dovere di avere idee più grandi della rassegnazione.

Poi Nucera ha pronunciato tre parole semplici: rientrare, tornare, restare.

Dentro queste parole c’è il programma più importante. Rientrare significa convincere chi è andato via che Roccaforte non deve essere soltanto il luogo delle vacanze d’agosto o dei funerali. Tornare significa riaprire una casa, ripulire un cortile, mettere dei fiori su un balcone, restituire una luce a una strada. Restare significa garantire servizi, lavoro, dignità. Perché l’amore per il proprio paese è una cosa nobile, ma non può diventare una condanna alla solitudine.

Nel suo discorso, il nuovo sindaco ha ringraziato anche chi non lo ha votato. Ha riconosciuto il ruolo della minoranza. Ha detto: «Io sono uno come voi». È una frase che molti pronunciano e pochi ricordano una volta entrati nel palazzo comunale. Saranno i fatti a dire se Nucera riuscirà a restarle fedele. Per ora, resta il valore di averla detta nel momento in cui avrebbe potuto limitarsi a festeggiare una vittoria.

Ma quel Consiglio comunale non è stato soltanto il giorno del sindaco. È stato il giorno di un paese che, attraverso voci diverse, ha provato a riconoscersi.

Suor Daniela Maesano è nata a cento metri da lì. Lo ha ricordato con orgoglio, definendosi roccafortese DOC. La vita religiosa e l’insegnamento l’hanno portata altrove, ma non le hanno tolto il senso delle radici. Ha ricordato la propria famiglia, il fratello Antonio, già sindaco negli anni Ottanta, e quel legame con la comunità grecanica fatto di dignità, memoria e appartenenza.

La sua non è stata soltanto una testimonianza affettuosa. È stata una disponibilità. Ha detto di voler mettere al servizio del paese ciò che sa fare nel sociale, nelle politiche giovanili, nella cultura. Ha richiamato il Giubileo e l’invito a essere “pellegrini di speranza”. Espressione che, detta in un paese spopolato, non appartiene soltanto alla predicazione: diventa quasi un programma amministrativo.

Soprattutto, suor Daniela ha contestato quell’avverbio rassegnato che troppe volte si sente ripetere nei paesi abbandonati: “ormai”. Ha detto una cosa molto semplice: quando si sbaglia un bivio, si torna indietro e si riprende la strada giusta.

Non è un ragionamento da ingenui. È il contrario. Gli ingenui sono quelli che credono che il declino sia sempre naturale, che un paese muoia per stanchezza propria e non anche per disattenzione, abbandono, cattiva politica e mancanza di coraggio.

Anche Luigi Palamara, tornato in paese dopo quasi dieci anni, ha parlato della necessità di ricominciare. Ha ricordato che dentro Roccaforte le energie umane sono ormai ridotte, anche perché gran parte della popolazione è anziana. Ma ha aggiunto che fuori dal paese esistono tanti roccafortesi capaci, competenti, disposti a dare una mano.

È forse questa una delle risorse più importanti di tanti piccoli Comuni: non soltanto chi vi abita ancora, ma chi li porta con sé pur vivendo lontano. Professionisti, insegnanti, giornalisti, lavoratori, emigrati che non hanno dimenticato la propria strada, la propria piazza, la propria casa.

Palamara ha offerto gratuitamente la propria disponibilità e ha invitato altri a fare altrettanto. Ha detto una frase dura, ma vera: gli uffici potranno anche essere in ordine, ma se la piazza resta vuota il paese muore.

Un Comune non è soltanto una macchina amministrativa. Può avere registri impeccabili e strade senza bambini; determine perfette e finestre chiuse; bilanci ordinati e nessun futuro. L’efficienza serve, naturalmente. Ma serve a qualcosa soltanto se aiuta una comunità a vivere.

Palamara ha posto anche il tema della trasparenza: il Consiglio comunale deve poter essere raccontato, ripreso, mostrato a chi vive fuori. Non per protagonismo, ma perché una comunità dispersa ha bisogno di vedere ciò che accade nella propria casa comune. Ha chiesto che vengano superati gli ostacoli regolamentari che impediscono ai giornalisti di documentare pienamente la vita consiliare.

Anche questo è un segnale. Nei paesi piccoli la trasparenza non è un lusso da grandi democrazie: è un antidoto alla sfiducia, alle voci, alle divisioni, all’idea che il Comune appartenga a qualcuno e non a tutti.

Paolo Ferrara, intervenendo per la minoranza, ha scelto a sua volta una strada non scontata. Ha ricordato il risultato elettorale della sua lista: 35 voti, pari al 19,23 per cento. Pochi o molti, in un piccolo Comune, non è questo il punto. Il punto è che quei voti rappresentano cittadini e che una minoranza non è un fastidio da sopportare, ma una parte della democrazia da rispettare.

Ferrara ha detto che non intende limitarsi a controllare determine e delibere o a puntare il dito contro la maggioranza. Ha dichiarato di voler contribuire, con competenze e proposte, alla crescita di Roccaforte. Ha indicato il vero problema: non i chilometri che separano il paese dalla città, ma la distanza dai servizi e dalle opportunità.

Durante la campagna elettorale, ha spiegato, lui e i suoi compagni hanno incontrato una popolazione capace di accogliere, offrire, raccontare, mettere in mostra prodotti locali di valore. Anche qui c’è una lezione: un paese non è povero soltanto perché ha pochi abitanti. Può possedere ricchezze che nessuno ha ancora saputo organizzare, promuovere, trasformare in occasione.

Ferrara ha proposto la riattivazione delle commissioni consiliari, previste dallo Statuto, per coinvolgere non soltanto maggioranza e minoranza, ma anche le competenze locali, le persone disponibili, le eccellenze del territorio. Ha citato suor Daniela e Luigi Palamara come esempi di energie da raccogliere, non da lasciare disperse.

La sua conclusione è stata forse la sintesi migliore di quella giornata: «Siamo liberi di ricominciare».

È vero. Roccaforte è libera di ricominciare. Non significa che ci riuscirà certamente. Sarebbe troppo facile raccontarla così. Ci saranno problemi, bilanci insufficienti, finanziamenti difficili, uffici lontani, ritardi, incomprensioni e polemiche. Ci saranno anche delusioni, perché ogni speranza, quando passa dalle parole ai fatti, incontra la fatica.

Ma un paese comincia davvero a morire quando nessuno ha più il coraggio di parlarne al futuro.

Il 3 giugno, a Roccaforte del Greco, un sindaco ha detto di non voler amministrare l’agonia. Una suora ha chiesto di cancellare la parola “ormai”. Un giornalista ha ricordato che una piazza vuota è il contrario della vita e che la trasparenza serve anche a far tornare vicini quelli che sono lontani. Un consigliere di minoranza ha dichiarato che opposizione non significa guerra, ma contributo.

Non è ancora la rinascita. È soltanto l’inizio.

Ma anche i paesi, come gli uomini, qualche volta si salvano cominciando da una frase semplice: non è finita.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco 
CartaStraccia.News
Roccaforte del Greco, 3 giugno 2026

@luigi.palamara

Intervento di Suor Daniela Maesano. Roccaforte del Greco, il paese che ha deciso di non dire più “ormai” Il primo Consiglio comunale dopo le elezioni diventa il manifesto del riscatto contro lo spopolamento Il neo sindaco Nucera, la minoranza e la società civile uniti per invertire il destino del borgo grecanico: «Non amministreremo un funerale. Siamo liberi di ricominciare da tre parole: rientrare, tornare, restare». L'Editoriale di Luigi Palamara   Certe parole, in un paese piccolo, fanno più danni di una frana. Una di queste è “ormai”. Ormai non c’è più niente da fare. Ormai i giovani sono partiti. Ormai la scuola è chiusa. Ormai la piazza è vuota. Ormai restano soltanto gli anziani, qualche porta socchiusa e i ricordi di quando il paese era vivo. A Roccaforte del Greco, nel primo Consiglio comunale del 3 giugno 2026, quella parola è stata messa sotto accusa. Non con un ordine del giorno, non con una delibera, ma con qualcosa che forse viene prima della politica: la volontà di non considerare inevitabile la fine di una comunità. Ercole Nucera, appena eletto sindaco, si è trovato davanti non soltanto un Consiglio comunale, ma un paese che gli consegnava le proprie ferite. Strade difficili, servizi impoveriti, scuole chiuse, distanze che non si misurano più in chilometri ma in rinunce. Perché da Roccaforte a Reggio Calabria la distanza geografica non è infinita; infinita può diventare, invece, la distanza da un medico, da un ufficio, da un’opportunità di lavoro, da una ragione per restare. Nucera non ha promesso la moltiplicazione dei pani e neppure la resurrezione amministrativa per decreto. Ha fatto una cosa più seria: ha riconosciuto la gravità della situazione. Ha detto che un paese non vive soltanto di strade asfaltate e di carte in ordine. Vive se la gente torna a incontrarsi, se una famiglia decide di aprire una casa, se un ragazzo può immaginare il proprio futuro senza essere costretto a partire. C’è una politica, quasi sempre silenziosa, che riguarda molti borghi dell’entroterra: non salvarli, ma accompagnarli educatamente alla scomparsa. Si chiude un servizio, se ne riduce un altro, si lascia che una strada peggiori, si accetta che un diritto diventi un favore. Alla fine, quando il paese si svuota, si dice che era il destino. Il sindaco ha fatto capire che questo destino non lo accetta. Non vuole amministrare un funerale. Vuole provare a impedire che venga celebrato. Ha indicato anche qualche strada concreta. Ha parlato delle risorse naturali del territorio, delle cascate, della possibilità di produrre energia a costi contenuti per attirare attività e imprese. Può essere un progetto difficile. I progetti seri lo sono quasi sempre. Ma chi governa un paese a rischio di scomparsa ha il dovere di avere idee più grandi della rassegnazione. Poi Nucera ha pronunciato tre parole semplici: rientrare, tornare, restare. Dentro queste parole c’è il programma più importante. Rientrare significa convincere chi è andato via che Roccaforte non deve essere soltanto il luogo delle vacanze d’agosto o dei funerali. Tornare significa riaprire una casa, ripulire un cortile, mettere dei fiori su un balcone, restituire una luce a una strada. Restare significa garantire servizi, lavoro, dignità. Perché l’amore per il proprio paese è una cosa nobile, ma non può diventare una condanna alla solitudine. Nel suo discorso, il nuovo sindaco ha ringraziato anche chi non lo ha votato. Ha riconosciuto il ruolo della minoranza. Ha detto: «Io sono uno come voi». È una frase che molti pronunciano e pochi ricordano una volta entrati nel palazzo comunale. Saranno i fatti a dire se Nucera riuscirà a restarle fedele. Per ora, resta il valore di averla detta nel momento in cui avrebbe potuto limitarsi a festeggiare una vittoria. Ma quel Consiglio comunale non è stato soltanto il giorno del sindaco. È stato il giorno di un paese che, attraverso voci diverse, ha provato a riconoscersi. Suor Daniela Maesano è nata a cento metri da lì. Lo ha

♬ audio originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara

Intervento di Luigi Palamara. Roccaforte del Greco, il paese che ha deciso di non dire più “ormai” Il primo Consiglio comunale dopo le elezioni diventa il manifesto del riscatto contro lo spopolamento Il neo sindaco Nucera, la minoranza e la società civile uniti per invertire il destino del borgo grecanico: «Non amministreremo un funerale. Siamo liberi di ricominciare da tre parole: rientrare, tornare, restare». L'Editoriale di Luigi Palamara   Certe parole, in un paese piccolo, fanno più danni di una frana. Una di queste è “ormai”. Ormai non c’è più niente da fare. Ormai i giovani sono partiti. Ormai la scuola è chiusa. Ormai la piazza è vuota. Ormai restano soltanto gli anziani, qualche porta socchiusa e i ricordi di quando il paese era vivo. A Roccaforte del Greco, nel primo Consiglio comunale del 3 giugno 2026, quella parola è stata messa sotto accusa. Non con un ordine del giorno, non con una delibera, ma con qualcosa che forse viene prima della politica: la volontà di non considerare inevitabile la fine di una comunità. Ercole Nucera, appena eletto sindaco, si è trovato davanti non soltanto un Consiglio comunale, ma un paese che gli consegnava le proprie ferite. Strade difficili, servizi impoveriti, scuole chiuse, distanze che non si misurano più in chilometri ma in rinunce. Perché da Roccaforte a Reggio Calabria la distanza geografica non è infinita; infinita può diventare, invece, la distanza da un medico, da un ufficio, da un’opportunità di lavoro, da una ragione per restare. Nucera non ha promesso la moltiplicazione dei pani e neppure la resurrezione amministrativa per decreto. Ha fatto una cosa più seria: ha riconosciuto la gravità della situazione. Ha detto che un paese non vive soltanto di strade asfaltate e di carte in ordine. Vive se la gente torna a incontrarsi, se una famiglia decide di aprire una casa, se un ragazzo può immaginare il proprio futuro senza essere costretto a partire. C’è una politica, quasi sempre silenziosa, che riguarda molti borghi dell’entroterra: non salvarli, ma accompagnarli educatamente alla scomparsa. Si chiude un servizio, se ne riduce un altro, si lascia che una strada peggiori, si accetta che un diritto diventi un favore. Alla fine, quando il paese si svuota, si dice che era il destino. Il sindaco ha fatto capire che questo destino non lo accetta. Non vuole amministrare un funerale. Vuole provare a impedire che venga celebrato. Ha indicato anche qualche strada concreta. Ha parlato delle risorse naturali del territorio, delle cascate, della possibilità di produrre energia a costi contenuti per attirare attività e imprese. Può essere un progetto difficile. I progetti seri lo sono quasi sempre. Ma chi governa un paese a rischio di scomparsa ha il dovere di avere idee più grandi della rassegnazione. Poi Nucera ha pronunciato tre parole semplici: rientrare, tornare, restare. Dentro queste parole c’è il programma più importante. Rientrare significa convincere chi è andato via che Roccaforte non deve essere soltanto il luogo delle vacanze d’agosto o dei funerali. Tornare significa riaprire una casa, ripulire un cortile, mettere dei fiori su un balcone, restituire una luce a una strada. Restare significa garantire servizi, lavoro, dignità. Perché l’amore per il proprio paese è una cosa nobile, ma non può diventare una condanna alla solitudine. Nel suo discorso, il nuovo sindaco ha ringraziato anche chi non lo ha votato. Ha riconosciuto il ruolo della minoranza. Ha detto: «Io sono uno come voi». È una frase che molti pronunciano e pochi ricordano una volta entrati nel palazzo comunale. Saranno i fatti a dire se Nucera riuscirà a restarle fedele. Per ora, resta il valore di averla detta nel momento in cui avrebbe potuto limitarsi a festeggiare una vittoria. Ma quel Consiglio comunale non è stato soltanto il giorno del sindaco. È stato il giorno di un paese che, attraverso voci diverse, ha provato a riconoscersi. Suor Daniela Maesano è nata a cento metri da lì. Lo ha ricord

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Intervento di Paolo Ferrara Roccaforte del Greco, il paese che ha deciso di non dire più “ormai” Il primo Consiglio comunale dopo le elezioni diventa il manifesto del riscatto contro lo spopolamento Il neo sindaco Nucera, la minoranza e la società civile uniti per invertire il destino del borgo grecanico: «Non amministreremo un funerale. Siamo liberi di ricominciare da tre parole: rientrare, tornare, restare». L'Editoriale di Luigi Palamara   Certe parole, in un paese piccolo, fanno più danni di una frana. Una di queste è “ormai”. Ormai non c’è più niente da fare. Ormai i giovani sono partiti. Ormai la scuola è chiusa. Ormai la piazza è vuota. Ormai restano soltanto gli anziani, qualche porta socchiusa e i ricordi di quando il paese era vivo. A Roccaforte del Greco, nel primo Consiglio comunale del 3 giugno 2026, quella parola è stata messa sotto accusa. Non con un ordine del giorno, non con una delibera, ma con qualcosa che forse viene prima della politica: la volontà di non considerare inevitabile la fine di una comunità. Ercole Nucera, appena eletto sindaco, si è trovato davanti non soltanto un Consiglio comunale, ma un paese che gli consegnava le proprie ferite. Strade difficili, servizi impoveriti, scuole chiuse, distanze che non si misurano più in chilometri ma in rinunce. Perché da Roccaforte a Reggio Calabria la distanza geografica non è infinita; infinita può diventare, invece, la distanza da un medico, da un ufficio, da un’opportunità di lavoro, da una ragione per restare. Nucera non ha promesso la moltiplicazione dei pani e neppure la resurrezione amministrativa per decreto. Ha fatto una cosa più seria: ha riconosciuto la gravità della situazione. Ha detto che un paese non vive soltanto di strade asfaltate e di carte in ordine. Vive se la gente torna a incontrarsi, se una famiglia decide di aprire una casa, se un ragazzo può immaginare il proprio futuro senza essere costretto a partire. C’è una politica, quasi sempre silenziosa, che riguarda molti borghi dell’entroterra: non salvarli, ma accompagnarli educatamente alla scomparsa. Si chiude un servizio, se ne riduce un altro, si lascia che una strada peggiori, si accetta che un diritto diventi un favore. Alla fine, quando il paese si svuota, si dice che era il destino. Il sindaco ha fatto capire che questo destino non lo accetta. Non vuole amministrare un funerale. Vuole provare a impedire che venga celebrato. Ha indicato anche qualche strada concreta. Ha parlato delle risorse naturali del territorio, delle cascate, della possibilità di produrre energia a costi contenuti per attirare attività e imprese. Può essere un progetto difficile. I progetti seri lo sono quasi sempre. Ma chi governa un paese a rischio di scomparsa ha il dovere di avere idee più grandi della rassegnazione. Poi Nucera ha pronunciato tre parole semplici: rientrare, tornare, restare. Dentro queste parole c’è il programma più importante. Rientrare significa convincere chi è andato via che Roccaforte non deve essere soltanto il luogo delle vacanze d’agosto o dei funerali. Tornare significa riaprire una casa, ripulire un cortile, mettere dei fiori su un balcone, restituire una luce a una strada. Restare significa garantire servizi, lavoro, dignità. Perché l’amore per il proprio paese è una cosa nobile, ma non può diventare una condanna alla solitudine. Nel suo discorso, il nuovo sindaco ha ringraziato anche chi non lo ha votato. Ha riconosciuto il ruolo della minoranza. Ha detto: «Io sono uno come voi». È una frase che molti pronunciano e pochi ricordano una volta entrati nel palazzo comunale. Saranno i fatti a dire se Nucera riuscirà a restarle fedele. Per ora, resta il valore di averla detta nel momento in cui avrebbe potuto limitarsi a festeggiare una vittoria. Ma quel Consiglio comunale non è stato soltanto il giorno del sindaco. È stato il giorno di un paese che, attraverso voci diverse, ha provato a riconoscersi. Suor Daniela Maesano è nata a cento metri da lì. Lo ha ricordat

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