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Roccaforte del Greco, dove la memoria cammina ancora nella processione del Corpus Domini

Roccaforte del Greco, dove la memoria cammina ancora nella processione del Corpus Domini

Il racconto di Luigi Palamara 


A Roccaforte del Greco il vento non arriva mai da solo. Porta con sé voci, odori, nomi di morti, passi di gente che se n’è andata e che pure, certe sere, pare ancora seduta davanti alle porte.

Quel giorno il paese odorava di ginestre.

Non era un odore qualunque. Era un odore antico, giallo e forte, che saliva dalle scarpate, dai margini delle strade, dai muri di pietra, e si mescolava all’incenso, alla polvere, al fiato delle donne che avevano preparato gli altarini prima che il sole diventasse alto.

La campana della chiesa dello Spirito Santo suonò lenta. Non chiamava una folla, ma chiamava il paese. E il paese, che da anni sembrava essersi fatto piccolo dentro se stesso, rispose.

«Vidi, vidi, ancora c’è gente» disse mastro Peppino, appoggiato al bastone, sulla soglia di una casa bassa.

Accanto a lui c’era sua nipote, venuta da Reggio Calabria per la domenica. Teneva il telefono in mano, pronta a fotografare tutto.

«Nonno, ma perché vi emozionate tanto? È solo una processione.»

Il vecchio la guardò senza rimprovero. Aveva gli occhi chiari, consumati dal sole e dagli anni.

«Solo una processione?» disse piano. «Figlia mia, nei paesi non c’è mai niente che sia solo quello che pare

La ragazza non rispose. Guardò la strada. Dalla chiesa usciva la processione del Corpus Domini. Davanti, alcuni uomini camminavano con passo grave; dietro, le donne, i bambini, quelli tornati per caso, quelli rimasti per fedeltà o per destino. Don Mimmo procedeva con la sua veste chiara, il volto serio e buono di chi conosce il peso delle anime e delle case vuote.

Non era uno spettacolo. Non c’erano telecamere, non c’era musica registrata, non c’erano parole gonfiate. C’era soltanto una comunità che camminava.

E quando un paese cammina insieme, anche se sono pochi, non è mai povero.

Sul primo altarino avevano steso una coperta ricamata. Sopra c’erano fiori, ceri, un piccolo crocifisso, due vasi di ginestre e una tovaglia bianca che pareva uscita da un cassettone di nozze. Una donna anziana aggiustò un lembo, come se dovesse ricevere un ospite importante.

«Commare Rosa, va bene così» le disse un’altra.

«No, no. La tovaglia deve cadere pari. A Gesù non si prepara una cosa storta.»

«E ai cristiani sì?» scherzò qualcuno.

Le donne risero piano. Anche ridere, in quel momento, era una forma di preghiera.

Quando il Santissimo si fermò, la strada tacque. Non un silenzio vuoto, ma pieno, come quello delle campagne quando il sole cala dietro l’Aspromonte e perfino gli animali sembrano ascoltare.

Don Mimmo alzò la voce:

«Signore, benedici questo paese. Benedici chi è rimasto, chi è partito, chi torna, chi non può più tornare.»

A quelle parole mastro Peppino abbassò la testa.

La nipote se ne accorse.

«Nonno, a chi pensi?»

«A tua nonna. E a tutti quelli che facevano questa strada con noi.»

«Ti manca?»

«Mancare è poco. Ci sono persone che, quando muoiono, non se ne vanno. Cambiano posto. Prima stavano accanto. Poi stanno dentro.»

La processione riprese. Le case guardavano. Certe finestre erano aperte; da una si vedeva una donna seduta, con lo scialle sulle spalle, incapace di scendere. Fece il segno della croce quando il Santissimo passò sotto il balcone. Da un’altra finestra un bambino fissava tutto senza capire. Ma i bambini, nei paesi, imparano prima con gli occhi e poi con la testa.

«Perché buttano i fiori?» domandò.

La madre gli rispose sottovoce:

«Per fare bella la strada

«A chi?»

«A Gesù.»

Il bambino ci pensò un poco.

«Allora domani li posso buttare pure io?»

La madre sorrise.

«Domani raccoglieremo quelli nuovi.»

C’erano quattro altarini lungo il cammino, semplici come il pane. Non erano costruiti per piacere a chi guarda da lontano. Erano nati da mani che conoscevano il valore delle cose povere: una rete, una coperta, un lenzuolo buono, un vaso, un ramo, un fiore preso alla terra. In quel modo le strade di Roccaforte non sembravano più soltanto strade, ma stanze di una grande casa.

Alla "Pietra perciata" il corteo si fermò.

Lì il vento cambiò. Arrivò dalla montagna, portando odore di erba calda, di pietra, di fiumara lontana. Sotto, l’Aspromonte si apriva con la sua grandezza severa. Non consolava. L’Aspromonte non consola mai. Ti mette davanti alla verità delle cose: la fatica, l’abbandono, la bellezza, la resistenza.

Don Mimmo benedisse il paese.

«Che il Signore custodisca Roccaforte» disse.

Un uomo, dietro, mormorò:

«E che Roccaforte custodisca se stessa

Luigi, che camminava con gli altri e osservava tutto con occhi da figlio tornato, si voltò verso di lui.

«Hai detto bene, compare.»

«Eh, Luigi, il Signore fa la sua parte. Ma noi? Noi certe volte scappiamo pure dalla memoria.»

Luigi annuì. Guardò gli altarini, le ginestre, la gente raccolta in preghiera. Vide in quel piccolo corteo più cose di quante se ne vedano nei grandi raduni: vide un paese che non voleva ancora arrendersi; vide i morti camminare nei vivi; vide le case vuote riempirsi per un’ora di voci; vide la tradizione non come museo, ma come pane caldo.

Una donna lo riconobbe.

«Luigi, scrivila questa cosa.»

«Che cosa, commare?»

«Che non siamo finiti.»

Lui sorrise amaramente.

«Questo non basta scriverlo. Bisogna crederci.»

«E allora scrivilo lo stesso. Magari qualcuno, leggendo, ci crede.»

La processione continuò verso la chiesa di San Rocco. I canti salivano incerti, ma veri. Qualcuno stonava, qualcuno dimenticava le parole, qualcuno seguiva appena con le labbra. Eppure quel canto povero aveva più forza di tante musiche perfette. Perché non nasceva per essere consumato. Nasceva per tenere insieme.

La ragazza di mastro Peppino mise via il telefono.

«Non filmi più?» le chiese il nonno.

«No.»

«Perché?»

«Mi pare che così la guardo meglio.»

Il vecchio sorrise.

«Ora cominci a capire.»

«Che cosa?»

«Che certe cose, se le vuoi possedere, le perdi. Se invece le accompagni, ti restano.»

Davanti alla chiesa di San Rocco, il corteo si raccolse. La statua, le pietre, il sagrato, le facce: tutto pareva avere una sola memoria. Non c’erano grandi discorsi da fare. Nei paesi, quando le cose sono vere, bastano pochi gesti. Un segno di croce. Una benedizione. Una mano che sistema un fiore caduto. Una vecchia che asciuga gli occhi senza farsi vedere.

Don Mimmo ringraziò.

«Grazie a chi ha preparato gli altarini. Grazie a chi ha pregato. Grazie a chi ha camminato. La tradizione non è nostra per tenerla chiusa. È nostra per consegnarla.»

Quelle parole rimasero nell’aria.

Un uomo disse piano:

«Consegnarla a chi, don Mimmo? I giovani se ne vanno.»

Il prete lo guardò con dolcezza.

«Anche chi se ne va può portare un paese dentro. Ma bisogna darglielo prima. Se non glielo consegniamo, che cosa porteranno?»

Nessuno parlò.

Era quella la ferita. Non soltanto le case chiuse, le nascite rare, le strade silenziose. Il pericolo più grande non era che il paese perdesse abitanti. Era che perdesse il filo. Che un giorno qualcuno non sapesse più perché passava una processione, perché si facevano gli altarini, perché si raccoglievano ginestre, perché le donne si affacciavano e gli uomini abbassavano la voce.

Quando si perde il senso dei gesti, non si perde folklore. Si perde una lingua. E senza lingua anche l’anima diventa muta.

Più tardi, quando la gente cominciò a sciogliersi, mastro Peppino rimase davanti alla chiesa. Sua nipote gli stava accanto.

«Nonno, da piccola anche mamma veniva a raccogliere fiori?»

«Sì. Con la cesta.»

«E tu?»

«Io facevo finta di niente, ma andavo dietro alle ragazze.»

Lei rise.

«Sempre il solito.»

«No. Allora ero peggio.»

Il vecchio guardò la strada da cui erano venuti.

«Vedi, figlia mia, questo paese non deve inventarsi un’anima nuova. Ce l’ha già. Deve solo smettere di dimenticarla.»

La ragazza tacque. Poi disse:

«L’anno prossimo torno.»

«Non dirlo per farmi contento

«Lo dico perché voglio esserci.»

Il vecchio non rispose subito. Aveva paura di mostrarsi troppo felice. Nei paesi antichi la gioia si tiene bassa, per non farla spaventare.

«Allora porterai una cesta» disse infine.

«Di ginestre?»

«Di quello che trovi. L’importante è che sia una cosa donata.»

La sera scese lenta su Roccaforte del Greco. Le ginestre lasciavano ancora il loro profumo sulle gradinate. Gli altarini restavano per poco, come restano le cose umane: abbastanza da dire qualcosa, non abbastanza da diventare eterne. Ma forse l’eternità dei paesi non sta nelle pietre. Sta nei gesti che si ripetono e cambiano mano.

Luigi si fermò un momento alla fine della strada. Guardò la chiesa dello Spirito Santo da una parte e quella di San Rocco dall’altra. Gli parve che tra quelle due chiese non ci fosse soltanto un percorso religioso, ma una cucitura. Un filo tirato attraverso il tempo. Un filo fragile, certo, come tutti i fili che tengono insieme i paesi. Ma ancora intero.

Pensò che un paese non muore quando resta senza gente. Muore quando nessuno lo racconta più.

Allora prese appunti.

Non per fare cronaca. Non per ornamento. Ma per custodire.

Perché quella processione, piccola agli occhi del mondo, aveva detto una cosa grande: Roccaforte del Greco respirava ancora.

E se qualcuno, lungo quelle strade profumate di ginestre, aveva sentito che qualcosa si era rimesso in moto, allora non era stata soltanto una devozione.

Era stata una promessa.

La promessa che la memoria, quando cammina con i vivi, non pesa.

Illumina.

A Roccaforte del Greco, durante quella processione, c’erano anche quelli che non c’erano più. C’erano nei canti, nei gesti, nelle strade, nei fiori di ginestra, nelle infiorate spontanee, nei ricordi di chi da bambino andava con la cesta in mano a raccogliere fiori per l’altarino o per il Sepolcro. C’erano nei profumi. Perché i paesi, quando li si è amati davvero, non si ricordano soltanto con gli occhi. Si ricordano con l’odore delle ginestre, con la polvere delle strade, con il suono delle campane, con le voci che non ci sono più ma che continuano a parlare dentro.

È stato detto bene da Suor Daniela Maesano citando Ungaretti: i ricordi non sono un inutile infinito. I ricordi sono spaccati di vita, immagini, mondo affettivo. Sono fotografie dell’anima. Non servono per piangere sul passato, se li si sa usare bene. Servono per non diventare estranei a se stessi.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 

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