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Domenico Mantegna, l’umiltà di chi non ha bisogno di alzare la voce

Domenico Mantegna, l’umiltà di chi non ha bisogno di alzare la voce

Riconfermato primo degli eletti nel Consiglio metropolitano, il sindaco di Benestare si conferma figura chiave del territorio

Dal consenso diffuso all'attenzione per le aree interne: come la politica del fare, lontana da ogni arroganza, trasforma la stabilità amministrativa in una solida prospettiva per il futuro della Locride.

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Ci sono uomini politici che, davanti a un risultato importante, si affrettano a trasformarlo in una consacrazione. Altri, più prudenti, lo trattano per ciò che è: una responsabilità in più.

Domenico Mantegna appartiene alla seconda categoria.

Primo degli eletti nel nuovo Consiglio metropolitano, riconfermato dopo cinque anni di lavoro, avrebbe potuto concedersi il lusso dell’enfasi. Avrebbe potuto parlare di trionfo, di investitura, di leadership. Non lo ha fatto. Ha scelto parole più semplici: soddisfazione, gratitudine, fiducia.

È in questa misura che si riconosce la sua cifra politica.

Mantegna non ha raccontato il consenso ricevuto come una vittoria personale contro qualcuno. Lo ha interpretato come il giudizio di tanti amministratori sul lavoro svolto. Ha detto, in sostanza, che una riconferma significa una cosa molto concreta: qualcosa di buono, nei cinque anni precedenti, deve essere stato fatto.

Non è falsa modestia. È consapevolezza del mestiere.

La politica locale, quella vera, non si costruisce soltanto nei palazzi né nelle fotografie ufficiali. Si costruisce nei comuni piccoli, nelle telefonate ricevute a ogni ora, nelle strade dissestate, nei progetti da inseguire, nei bilanci da tenere insieme e nelle promesse che i cittadini ricordano molto meglio degli eletti.

Mantegna viene da Benestare e porta con sé questa scuola. Una scuola senza cattedre, ma con molti esami quotidiani.

Il dato politico più significativo non è soltanto che sia stato riconfermato. È che il suo consenso si sia distribuito in maniera omogenea nei diversi collegi metropolitani. Non un voto chiuso dentro un recinto, non un’investitura confinata alla propria area, ma una fiducia più larga, raccolta in territori diversi.

Anche Roccaforte del Greco, come ha ricordato nell’intervista, gli ha dato un segnale di vicinanza.

Questo significa che Mantegna non viene percepito soltanto come il sindaco di Benestare. Comincia a essere considerato un amministratore capace di parlare a un territorio più vasto.

È qui che il risultato assume una prospettiva politica futura.

Essere il primo degli eletti non garantisce una carriera. La politica non è un concorso nel quale il punteggio più alto consegna automaticamente la promozione successiva. Ma un consenso diffuso, costruito tra amministratori e territori differenti, rappresenta un capitale politico importante.

Un capitale che può crescere, se amministrato con la stessa prudenza con cui è stato commentato.

Mantegna non si è presentato come il padrone di quel consenso. Lo ha riconosciuto come un prestito ricevuto. E ogni prestito politico deve essere restituito con gli interessi: presenza, risultati, capacità di ascolto e coerenza.

Il suo punto di forza è proprio l’assenza di arroganza.

In un tempo nel quale molti scambiano la visibilità per autorevolezza, egli sembra aver compreso che l’autorevolezza non si proclama. Si accumula lentamente. Un voto dopo l’altro, un rapporto dopo l’altro, una promessa mantenuta dopo l’altra.

La sua umiltà non è debolezza. Al contrario, può diventare una forma di forza politica.

L’umile, quando è autentico, non rinuncia all’ambizione. Semplicemente non la esibisce. Lavora perché siano gli altri a riconoscerla.

Mantegna ha detto di essersi dedicato al territorio con determinazione, passione e impegno. Lo ha fatto senza trasformare quelle parole in un monumento a se stesso. Ha collegato il risultato al lavoro, e il lavoro alla fiducia ricevuta.

È un passaggio che merita attenzione.

Il consenso più solido non è quello ottenuto con una fiammata elettorale. È quello che nasce dalla continuità. Dalla percezione che un amministratore ci sia stato prima del voto e continuerà a esserci dopo.

Anche il riferimento a I Catoi in festa racconta qualcosa del suo modo di intendere la politica.

Mantegna non ha descritto l’evento come una semplice manifestazione folkloristica. Lo ha presentato come un mezzo per custodire e mostrare l’identità di Benestare: il centro storico, il borgo, la cultura contadina, le abitazioni in gesso, i prodotti tipici.

C’è una visione precisa dietro queste parole. Il piccolo comune non deve chiedere scusa per essere piccolo. Deve trasformare la propria specificità in una risorsa.

I catoi, che qualcuno potrebbe considerare un residuo del passato, diventano così strumenti di promozione, turismo e memoria collettiva. Non una nostalgia sterile, ma una politica culturale legata al territorio.

Anche questo spiega il consenso ottenuto.

Gli amministratori locali riconoscono chi sa difendere la propria comunità senza chiudersi dentro di essa. Mantegna ha mostrato radicamento e, nello stesso tempo, capacità di allargare il proprio raggio d’azione.

Il nuovo Consiglio metropolitano, più rappresentativo dei territori rispetto al passato, può offrirgli uno spazio politico importante. Ma sarà anche una prova.

Essere primo degli eletti significa essere più osservato degli altri. Le aspettative crescono. Gli errori pesano di più. Le assenze si notano. Le parole vengono confrontate con gli atti.

Mantegna dovrà dimostrare che quel consenso non è stato soltanto il riconoscimento del passato, ma l’anticipo di una capacità futura.

Dovrà portare nel Consiglio metropolitano la voce dei piccoli comuni senza cadere nel municipalismo. Dovrà difendere la Locride e le aree interne senza perdere di vista l’unità dell’intero territorio. Dovrà trasformare la fiducia personale in un progetto collettivo.

Se saprà farlo, il risultato ottenuto potrà rappresentare molto più di una riconferma.

Potrà diventare l’inizio di un percorso politico più ampio.

Non perché sia arrivato primo, ma perché sembra sapere che essere primi non autorizza a sentirsi superiori. Obbliga, semmai, a essere più responsabili.

In politica l’umiltà viene spesso considerata un difetto di comunicazione. Si preferiscono i toni alti, le frasi definitive, le ambizioni annunciate prima ancora di averne costruito le fondamenta.

Domenico Mantegna sembra percorrere la strada opposta.

Parla piano, ringrazia, riconosce il valore della fiducia ricevuta e lascia che il risultato parli per lui.

E talvolta, in politica, chi non sente il bisogno di gridare è proprio colui che può arrivare più lontano.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 

@luigi.palamara

Domenico Mantegna, l’umiltà di chi non ha bisogno di alzare la voce Riconfermato primo degli eletti nel Consiglio metropolitano, il sindaco di Benestare si conferma figura chiave del territorio ​Dal consenso diffuso all'attenzione per le aree interne: come la politica del fare, lontana da ogni arroganza, trasforma la stabilità amministrativa in una solida prospettiva per il futuro della Locride. L'Editoriale di Luigi Palamara  Ci sono uomini politici che, davanti a un risultato importante, si affrettano a trasformarlo in una consacrazione. Altri, più prudenti, lo trattano per ciò che è: una responsabilità in più. Domenico Mantegna appartiene alla seconda categoria. Primo degli eletti nel nuovo Consiglio metropolitano, riconfermato dopo cinque anni di lavoro, avrebbe potuto concedersi il lusso dell’enfasi. Avrebbe potuto parlare di trionfo, di investitura, di leadership. Non lo ha fatto. Ha scelto parole più semplici: soddisfazione, gratitudine, fiducia. È in questa misura che si riconosce la sua cifra politica. Mantegna non ha raccontato il consenso ricevuto come una vittoria personale contro qualcuno. Lo ha interpretato come il giudizio di tanti amministratori sul lavoro svolto. Ha detto, in sostanza, che una riconferma significa una cosa molto concreta: qualcosa di buono, nei cinque anni precedenti, deve essere stato fatto. Non è falsa modestia. È consapevolezza del mestiere. La politica locale, quella vera, non si costruisce soltanto nei palazzi né nelle fotografie ufficiali. Si costruisce nei comuni piccoli, nelle telefonate ricevute a ogni ora, nelle strade dissestate, nei progetti da inseguire, nei bilanci da tenere insieme e nelle promesse che i cittadini ricordano molto meglio degli eletti. Mantegna viene da Benestare e porta con sé questa scuola. Una scuola senza cattedre, ma con molti esami quotidiani. Il dato politico più significativo non è soltanto che sia stato riconfermato. È che il suo consenso si sia distribuito in maniera omogenea nei diversi collegi metropolitani. Non un voto chiuso dentro un recinto, non un’investitura confinata alla propria area, ma una fiducia più larga, raccolta in territori diversi. Anche Roccaforte del Greco, come ha ricordato nell’intervista, gli ha dato un segnale di vicinanza. Questo significa che Mantegna non viene percepito soltanto come il sindaco di Benestare. Comincia a essere considerato un amministratore capace di parlare a un territorio più vasto. È qui che il risultato assume una prospettiva politica futura. Essere il primo degli eletti non garantisce una carriera. La politica non è un concorso nel quale il punteggio più alto consegna automaticamente la promozione successiva. Ma un consenso diffuso, costruito tra amministratori e territori differenti, rappresenta un capitale politico importante. Un capitale che può crescere, se amministrato con la stessa prudenza con cui è stato commentato. Mantegna non si è presentato come il padrone di quel consenso. Lo ha riconosciuto come un prestito ricevuto. E ogni prestito politico deve essere restituito con gli interessi: presenza, risultati, capacità di ascolto e coerenza. Il suo punto di forza è proprio l’assenza di arroganza. In un tempo nel quale molti scambiano la visibilità per autorevolezza, egli sembra aver compreso che l’autorevolezza non si proclama. Si accumula lentamente. Un voto dopo l’altro, un rapporto dopo l’altro, una promessa mantenuta dopo l’altra. La sua umiltà non è debolezza. Al contrario, può diventare una forma di forza politica. L’umile, quando è autentico, non rinuncia all’ambizione. Semplicemente non la esibisce. Lavora perché siano gli altri a riconoscerla. Mantegna ha detto di essersi dedicato al territorio con determinazione, passione e impegno. Lo ha fatto senza trasformare quelle parole in un monumento a se stesso. Ha collegato il risultato al lavoro, e il lavoro alla fiducia ricevuta. È un passaggio che merita attenzione. Editoriale completo su CartaStraccia.News

♬ audio originale - Luigi Palamara

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