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“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

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Giuseppe, “Giuseppi” e la legge della strada

Giuseppe, “Giuseppi” e la legge della strada


Il video è uno di quelli che non si lasciano guardare distrattamente. Non perché racconti qualcosa di nuovo, ma perché mostra qualcosa che da tempo cresce sotto la pelle del Paese: la rabbia.

Un uomo, descritto come cittadino iracheno, occupa le strisce pedonali. È agitato, forse ubriaco. Parla, gesticola, alza la voce. Due uomini gli si avvicinano e gli chiedono di spostarsi, di lasciare libero il passaggio.

Uno dei due si chiama Giuseppe.

L’uomo ripete quel nome storpiandolo: «Giuseppi». Lo pronuncia più volte, quasi fosse una provocazione, un ritornello molesto, una sfida.

Giuseppe, intanto, mangia con calma la parte finale di un cono gelato. Sembra tranquillo. Persino indifferente. È l’immagine di una pazienza che sta per finire, anche se nessuno, in quel momento, può sapere come.

Poi accade qualcosa.

L’uomo urla più forte. Forse si avvicina troppo. Forse tocca Giuseppe. Il video non consente di stabilire con certezza ogni dettaglio, e sarà eventualmente un giudice a ricostruire i fatti.

Ma ciò che segue si vede.

Giuseppe reagisce.

Lo afferra, lo atterra con una mossa che ricorda la lotta greco-romana e lo colpisce alla testa. Poi lo prende per la cintura, lo solleva e lo scaraventa a terra, tra due sbarre di ferro.

Non è una discussione.

Non è più nemmeno una lite.

È un regolamento di conti consumato sulla strada, davanti a una telecamera.

A rendere pubblico il filmato sarebbe stato lo stesso Giuseppe. E il video, naturalmente, diventa virale. Perché oggi la violenza non basta commetterla: bisogna anche mostrarla, offrirla al pubblico, consegnarla alla folla digitale affinché scelga un colpevole e un eroe.

Le reazioni si dividono subito.

Da una parte c’è chi applaude Giuseppe. Lo considera l’uomo che ha fatto ciò che lo Stato non sa più fare. Quello che ha rimesso ordine dove regnavano confusione e arroganza. Quello che ha insegnato a uno straniero molesto che le strade italiane non sono terra di nessuno.

Dall’altra parte c’è chi vede soltanto un pestaggio. Una violenza sproporzionata. Un uomo già atterrato e colpito ancora. Il rischio che la rabbia contro il singolo diventi rabbia contro un’intera categoria, contro chiunque abbia un’altra lingua, un’altra pelle, un altro passaporto.

Entrambe le letture raccontano qualcosa dell’Italia di oggi.

Un’Italia stanca.

Stanca del disordine, delle provocazioni, dell’impunità percepita. Stanca di sentirsi dire che tutto deve essere compreso, giustificato, sopportato. Ma anche un’Italia pericolosamente pronta a trasformare ogni cittadino in poliziotto, giudice e boia.

Non spetta a noi stabilire se Giuseppe abbia agito per legittima difesa, per rabbia o per volontà punitiva.

Lo stabiliranno i magistrati, se saranno chiamati a farlo.

Ma sarebbe troppo comodo nascondersi dietro la formula: «Deciderà un giudice».

Perché il problema non è soltanto giudiziario.

È politico, sociale, morale.

Quando i cittadini pensano di doversi difendere da soli, significa che non si fidano più delle istituzioni. Quando la violenza viene applaudita perché restituisce un’apparenza di ordine, significa che lo Stato ha già perso una parte della propria autorità.

E quando uno straniero molesto viene “messo a cuccia”, come scrivono alcuni commentatori, il confine tra sicurezza e vendetta diventa sottile.

Troppo sottile.

È facile applaudire davanti a uno schermo.

È facile dire: «Ha fatto bene». È altrettanto facile indignarsi da una stanza tranquilla, dove nessuno urla, provoca o minaccia.

Più difficile è ammettere che in quel video ci sono due sconfitte.

C’è la sconfitta di una convivenza che non funziona, fatta di regole ignorate e tensioni accumulate.

E c’è la sconfitta della legge, sostituita dalla forza fisica di chi, in quel momento, è più forte.

Oggi applaudiamo perché l’uomo atterrato ci appare antipatico, molesto, straniero.

Domani chi deciderà chi merita di essere punito per strada?

Chi stabilirà quando una spinta giustifica un pugno, quando un insulto autorizza un atterramento, quando la paura diventa licenza di colpire?

La giustizia fai da te seduce perché è rapida.

Non fa processi. Non ascolta testimoni. Non conosce attenuanti. Non perde tempo.

Colpisce.

Ma proprio per questo non è giustizia.

È forza.

E la forza, quando diventa legge, non resta mai nelle mani di chi crediamo abbia ragione.

Il video pone una domanda scomoda. Non soltanto: «Da che parte stai?».

La domanda vera è un’altra:

In quale Italia vuoi vivere?

In quella dove chi disturba può fare ciò che vuole perché nessuno interviene?

Oppure in quella dove chiunque si senta provocato può picchiare, filmare e pubblicare?

Tra l’impotenza dello Stato e la legge della strada esiste una terza possibilità.

Si chiama autorità.

Si chiama sicurezza.

Si chiama giustizia.

Ma deve arrivare prima dei pugni. Altrimenti, quando arriva dopo, serve soltanto a contare i danni.

Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno 

@luigi.palamara

Giuseppe, “Giuseppi” e la legge della strada  Il video è uno di quelli che non si lasciano guardare distrattamente. Non perché racconti qualcosa di nuovo, ma perché mostra qualcosa che da tempo cresce sotto la pelle del Paese: la rabbia. Un uomo, descritto come cittadino iracheno, occupa le strisce pedonali. È agitato, forse ubriaco. Parla, gesticola, alza la voce. Due uomini gli si avvicinano e gli chiedono di spostarsi, di lasciare libero il passaggio. Uno dei due si chiama Giuseppe. L’uomo ripete quel nome storpiandolo: «Giuseppi». Lo pronuncia più volte, quasi fosse una provocazione, un ritornello molesto, una sfida. Giuseppe, intanto, mangia con calma la parte finale di un cono gelato. Sembra tranquillo. Persino indifferente. È l’immagine di una pazienza che sta per finire, anche se nessuno, in quel momento, può sapere come. Poi accade qualcosa. L’uomo urla più forte. Forse si avvicina troppo. Forse tocca Giuseppe. Il video non consente di stabilire con certezza ogni dettaglio, e sarà eventualmente un giudice a ricostruire i fatti. Ma ciò che segue si vede. Giuseppe reagisce. Lo afferra, lo atterra con una mossa che ricorda la lotta greco-romana e lo colpisce alla testa. Poi lo prende per la cintura, lo solleva e lo scaraventa a terra, tra due sbarre di ferro. Non è una discussione. Non è più nemmeno una lite. È un regolamento di conti consumato sulla strada, davanti a una telecamera. A rendere pubblico il filmato sarebbe stato lo stesso Giuseppe. E il video, naturalmente, diventa virale. Perché oggi la violenza non basta commetterla: bisogna anche mostrarla, offrirla al pubblico, consegnarla alla folla digitale affinché scelga un colpevole e un eroe. Le reazioni si dividono subito. Da una parte c’è chi applaude Giuseppe. Lo considera l’uomo che ha fatto ciò che lo Stato non sa più fare. Quello che ha rimesso ordine dove regnavano confusione e arroganza. Quello che ha insegnato a uno straniero molesto che le strade italiane non sono terra di nessuno. Dall’altra parte c’è chi vede soltanto un pestaggio. Una violenza sproporzionata. Un uomo già atterrato e colpito ancora. Il rischio che la rabbia contro il singolo diventi rabbia contro un’intera categoria, contro chiunque abbia un’altra lingua, un’altra pelle, un altro passaporto. Entrambe le letture raccontano qualcosa dell’Italia di oggi. Un’Italia stanca. Stanca del disordine, delle provocazioni, dell’impunità percepita. Stanca di sentirsi dire che tutto deve essere compreso, giustificato, sopportato. Ma anche un’Italia pericolosamente pronta a trasformare ogni cittadino in poliziotto, giudice e boia. Non spetta a noi stabilire se Giuseppe abbia agito per legittima difesa, per rabbia o per volontà punitiva. Lo stabiliranno i magistrati, se saranno chiamati a farlo. Ma sarebbe troppo comodo nascondersi dietro la formula: «Deciderà un giudice». Perché il problema non è soltanto giudiziario. È politico, sociale, morale. Quando i cittadini pensano di doversi difendere da soli, significa che non si fidano più delle istituzioni. Quando la violenza viene applaudita perché restituisce un’apparenza di ordine, significa che lo Stato ha già perso una parte della propria autorità. E quando uno straniero molesto viene “messo a cuccia”, come scrivono alcuni commentatori, il confine tra sicurezza e vendetta diventa sottile. Troppo sottile. È facile applaudire davanti a uno schermo. È facile dire: «Ha fatto bene». È altrettanto facile indignarsi da una stanza tranquilla, dove nessuno urla, provoca o minaccia. Più difficile è ammettere che in quel video ci sono due sconfitte. C’è la sconfitta di una convivenza che non funziona, fatta di regole ignorate e tensioni accumulate. E c’è la sconfitta della legge, sostituita dalla forza fisica di chi, in quel momento, è più forte. Oggi applaudiamo perché l’uomo atterrato ci appare antipatico, molesto, straniero. Domani chi deciderà chi merita di essere punito per strada? CartaStraccia.News

♬ audio originale - Luigi Palamara

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