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IL CAVALIERE E L’ARCIERE

IL CAVALIERE E L’ARCIERE

Sono sempre stato un passo avanti. Non per presunzione, ma per natura. E tuttavia, mentre avanzavo, non ho mai smesso di voltarmi indietro. L’ho fatto per vedere chi era rimasto lungo la strada, chi aveva bisogno di una mano, chi non riusciva più a rialzarsi.

Quel gesto mi è costato tempo. Mi ha rallentato, certo. In un mondo nel quale si misura il valore di un uomo dalla velocità con cui supera gli altri, fermarsi è quasi una colpa. Eppure proprio quelle soste mi hanno impedito di perdere il contatto con la terra. Mi hanno ricordato che si può salire molto in alto e diventare, nello stesso tempo, terribilmente piccoli.

Avrei potuto essere ricco. Forse milionario, forse miliardario. Ma la ricchezza non è soltanto ciò che si accumula: è anche ciò che si decide di non diventare.

Io ho scelto di essere quello che sono.

So di dare fastidio. Non tanto per ciò che faccio, quanto per il modo in cui lo faccio. Perché, diciamolo, la mediocrità perdona quasi tutto, tranne il talento. Tollera l’errore, accoglie l’incompetenza, abbraccia perfino il fallimento. Ma non sopporta chi riesce, chi insiste, chi dimostra che certe cose possono essere fatte meglio.

Nessuno mi ha regalato nulla. Mai.

Devo tutto ai sacrifici dei miei genitori, alla loro fiducia ostinata, alla loro capacità di credere in me anche quando sarebbe stato più comodo arrendersi. Essi hanno seminato senza sapere se avrebbero visto il raccolto. E oggi quel raccolto esiste.

Ha preso la forma di un uomo.

Un uomo del quale, spero, possano sentirsi orgogliosi dal cielo. Il figlio al quale hanno dato tutto tenta ora di restituire qualcosa, offrendo il meglio di sé agli altri.

A tutti.

Anche agli sciacalli dall’anima smarrita, a quelli che vivono gettando fango perché non sanno costruire altro. A coloro che tentano di colpire la mia persona, il mio lavoro, perfino la mia coscienza, come se l’insulto potesse diventare una prova e il rancore una verità.

Non mi stupiscono.

Ogni uomo paga un prezzo per essere se stesso. Questo è il mio. Ad ognuno il suo, fino al giudizio finale, quello vero, nel quale non conteranno le chiacchiere, le insinuazioni o le piccole congiure di paese. Conterà soltanto ciò che siamo stati capaci di fare e ciò che abbiamo deliberatamente scelto di non fare.

Il mio tempo è troppo prezioso per spenderlo sputando il peggio contro gli altri. Preferisco usarlo per dare il meglio di me.

È questa la differenza.

La differenza tra chi costruisce e chi sporca. Tra chi crea e chi commenta. Tra chi si espone e chi, nascosto nell’ombra, lancia pietre sperando di non essere visto.

Cambia tutto: il modo in cui si vive, la percezione che si ha di sé, lo sguardo con cui il mondo finisce per riconoscerci.

Nella mia solitudine passano milioni di persone. Incrociano i miei scritti, i miei dipinti, la mia figura, ciò che sono e ciò che cerco di diventare. Sarebbe ridicolo pensare che, in una folla tanto vasta, non si nascondano detrattori, invidiosi e rancorosi.

Sarebbe perfino innaturale.

L’invidia è il tributo che la piccolezza paga a chi osa non esserlo.

Per questo continuo ad andare avanti, a testa alta. Non perché mi senta invulnerabile, ma perché conosco le mie ferite e non me ne vergogno. Procedo con il cuore gonfio di emozione e di gioia, con lo sguardo rivolto verso la luce, le orecchie attente alla musica e le mani aperte ad accarezzare l’aria che mi avvolge come un mantello.

Qualcuno potrà chiamarla vanità. Altri follia.

Io la chiamo fedeltà a me stesso.

È questo che fa di me un moderno cavaliere.

Anzi, qualcosa di diverso: un Arciere.

Il cavaliere combatte da vicino, protetto dall’armatura. L’arciere, invece, resta esposto, tende la corda, prende la mira e affida la propria freccia al vento. Sa che potrebbe fallire. Sa che qualcuno tenterà di colpirlo prima che scocchi il tiro.

Eppure non abbassa l’arco.

Mira lontano.

E lascia partire la freccia.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 

@luigi.palamara IL CAVALIERE E L’ARCIERE  Sono sempre stato un passo avanti. Non per presunzione, ma per natura. E tuttavia, mentre avanzavo, non ho mai smesso di voltarmi indietro. L’ho fatto per vedere chi era rimasto lungo la strada, chi aveva bisogno di una mano, chi non riusciva più a rialzarsi. Quel gesto mi è costato tempo. Mi ha rallentato, certo. In un mondo nel quale si misura il valore di un uomo dalla velocità con cui supera gli altri, fermarsi è quasi una colpa. Eppure proprio quelle soste mi hanno impedito di perdere il contatto con la terra. Mi hanno ricordato che si può salire molto in alto e diventare, nello stesso tempo, terribilmente piccoli. Avrei potuto essere ricco. Forse milionario, forse miliardario. Ma la ricchezza non è soltanto ciò che si accumula: è anche ciò che si decide di non diventare. Io ho scelto di essere quello che sono. So di dare fastidio. Non tanto per ciò che faccio, quanto per il modo in cui lo faccio. Perché, diciamolo, la mediocrità perdona quasi tutto, tranne il talento. Tollera l’errore, accoglie l’incompetenza, abbraccia perfino il fallimento. Ma non sopporta chi riesce, chi insiste, chi dimostra che certe cose possono essere fatte meglio. Nessuno mi ha regalato nulla. Mai. Devo tutto ai sacrifici dei miei genitori, alla loro fiducia ostinata, alla loro capacità di credere in me anche quando sarebbe stato più comodo arrendersi. Essi hanno seminato senza sapere se avrebbero visto il raccolto. E oggi quel raccolto esiste. Ha preso la forma di un uomo. Un uomo del quale, spero, possano sentirsi orgogliosi dal cielo. Il figlio al quale hanno dato tutto tenta ora di restituire qualcosa, offrendo il meglio di sé agli altri. A tutti. Anche agli sciacalli dall’anima smarrita, a quelli che vivono gettando fango perché non sanno costruire altro. A coloro che tentano di colpire la mia persona, il mio lavoro, perfino la mia coscienza, come se l’insulto potesse diventare una prova e il rancore una verità. Non mi stupiscono. Ogni uomo paga un prezzo per essere se stesso. Questo è il mio. Ad ognuno il suo, fino al giudizio finale, quello vero, nel quale non conteranno le chiacchiere, le insinuazioni o le piccole congiure di paese. Conterà soltanto ciò che siamo stati capaci di fare e ciò che abbiamo deliberatamente scelto di non fare. Il mio tempo è troppo prezioso per spenderlo sputando il peggio contro gli altri. Preferisco usarlo per dare il meglio di me. È questa la differenza. La differenza tra chi costruisce e chi sporca. Tra chi crea e chi commenta. Tra chi si espone e chi, nascosto nell’ombra, lancia pietre sperando di non essere visto. Cambia tutto: il modo in cui si vive, la percezione che si ha di sé, lo sguardo con cui il mondo finisce per riconoscerci. Nella mia solitudine passano milioni di persone. Incrociano i miei scritti, i miei dipinti, la mia figura, ciò che sono e ciò che cerco di diventare. Sarebbe ridicolo pensare che, in una folla tanto vasta, non si nascondano detrattori, invidiosi e rancorosi. Sarebbe perfino innaturale. L’invidia è il tributo che la piccolezza paga a chi osa non esserlo. Per questo continuo ad andare avanti, a testa alta. Non perché mi senta invulnerabile, ma perché conosco le mie ferite e non me ne vergogno. Procedo con il cuore gonfio di emozione e di gioia, con lo sguardo rivolto verso la luce, le orecchie attente alla musica e le mani aperte ad accarezzare l’aria che mi avvolge come un mantello. Qualcuno potrà chiamarla vanità. Altri follia. Io la chiamo fedeltà a me stesso. È questo che fa di me un moderno cavaliere. Anzi, qualcosa di diverso: un arciere. Il cavaliere combatte da vicino, protetto dall’armatura. L’arciere, invece, resta esposto, tende la corda, prende la mira e affida la propria freccia al vento. Sa che potrebbe fallire. Sa che qualcuno tenterà di colpirlo prima che scocchi il tiro. Eppure non abbassa l’arco. Mira lontano. E lascia partire la freccia. Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere  #LArciere #luigipalamara ♬ audio originale - Luigi Palamara

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