La lista nera e l’arancione della paura: la minaccia dell'Iran non è solo propaganda
La provocazione del regime di Teheran e il fotomontaggio contro la premier italiana e i leader occidentali
Il quotidiano Hamshahri mette nel mirino Giorgia Meloni in divisa da detenuta. Tra la solidarietà istituzionale e l'escalation verbale tra Washington e Teheran, l'Occidente deve rispondere con la fermezza del diritto, senza cadere nella trappola della teatralità dei regimi.
L'Editoriale di Luigi Palamara Giornalista
C’è qualcosa di grottesco, e insieme di sinistro, nell’immagine di Giorgia Meloni vestita da detenuta su un giornale di Teheran. Grottesco, perché le dittature hanno sempre avuto una passione infantile per i fotomontaggi: mettono una divisa al nemico, gli disegnano un bersaglio in fronte e credono così di averlo già processato, condannato e magari fucilato. Sinistro, perché dietro quella goffa scenografia non c’è soltanto la propaganda. C’è una minaccia.
Il quotidiano Hamshahri, che appartiene al Comune di Teheran e dunque non può fingere di essere il volantino clandestino di qualche fanatico isolato, ha pubblicato tredici volti. Tutti in uniforme arancione da carcerati. Donald Trump e Benjamin Netanyahu, privilegiati nella macabra graduatoria, hanno anche un mirino sulla fronte. Poi vengono gli altri: Marco Rubio, Pete Hegseth, Emmanuel Macron, Keir Starmer, Friedrich Merz. E Giorgia Meloni.
La presidente del Consiglio italiana entra così, senza averlo chiesto, nel teatrino vendicativo della Repubblica islamica. Non perché abbia comandato eserciti o premuto pulsanti, ma perché rappresenta un Paese occidentale e ha scelto, nel bene o nel male, da che parte stare. È sufficiente. Nei regimi assediati dalla propria rabbia, la responsabilità individuale è un dettaglio; conta l’appartenenza. Si colpisce un volto per intimidire una nazione.
Mojtaba Khamenei ha giurato vendetta per la morte del padre, Ali Khamenei. Non ha pronunciato nomi. Non ne aveva bisogno. A farlo ha provveduto il giornale, trasformando il lutto politico in una galleria di bersagli. È la vecchia tecnica del potere che minaccia senza firmare la minaccia: la guida suprema parla del desiderio della nazione, il giornale prepara le fotografie, e ciascuno può poi sostenere di non aver ordinato nulla.
In Italia è partita la processione della solidarietà. Tajani ha assicurato che Meloni non si farà intimidire. La Russa ha invocato l’unità nazionale. Salvini ha dichiarato che chi attacca lei attacca tutti noi. Giuli ha ricordato che colpire il presidente del Consiglio significa colpire le istituzioni della Repubblica.
Hanno ragione. E tuttavia le formule ufficiali, quando vengono ripetute troppo, rischiano di diventare carta da parati. La solidarietà è necessaria, ma non basta. Occorre comprendere che quell’immagine non riguarda soltanto Giorgia Meloni, e nemmeno soltanto il governo. Riguarda il principio, ormai sempre più fragile, secondo cui i contrasti fra Stati si affrontano con la diplomazia, con le sanzioni, perfino con la forza regolata dal diritto internazionale, ma non con i manifesti da caccia all’uomo.
Naturalmente, dall’altra parte dell’oceano, Donald Trump non ha scelto la sobrietà. Ha risposto alla minaccia con un’altra minaccia: mille missili pronti a partire contro l’Iran nel caso in cui venisse ucciso. Mille. Non novecentonovantanove. Le iperboli, nel suo linguaggio, sono spesso più importanti dei fatti. Ha parlato di decimare e distruggere completamente intere aree iraniane, come se una guerra fosse una frase da scrivere in maiuscolo su Truth Social.
Ed eccoci al punto. Teheran pubblica i bersagli. Washington conta i missili. Ciascuno accusa l’altro di essere irresponsabile, e ciascuno si adopera per dimostrarlo.
Nel frattempo, dietro le quinte, gli stessi uomini che si minacciano cercano ancora di negoziare. La lista nera risparmia il vicepresidente JD Vance e soprattutto Steve Witkoff e Jared Kushner, impegnati nei contatti con gli iraniani. È una curiosa forma di coerenza: si promette vendetta contro alcuni membri dell’amministrazione americana, ma si lasciano fuori quelli con cui bisogna continuare a parlare.
La diplomazia, del resto, è l’arte di stringere la mano a chi si sta accusando di volerla tagliare.
Il vero nodo non è però un fotomontaggio. È lo Stretto di Hormuz, la gola attraverso la quale passa una parte essenziale del traffico energetico mondiale. Gli attacchi contro le navi hanno quasi bloccato quel passaggio. Qatar e Oman tentano di riaprire il dialogo. Gli Stati Uniti pretendono da Teheran una dichiarazione pubblica: lo Stretto è aperto, le imbarcazioni non saranno più colpite.
Sembra una richiesta elementare. Ma in Medio Oriente anche una frase può pesare quanto una portaerei, perché dichiarare pubblicamente di aver ceduto significa offrire al nemico una vittoria politica. Per questo si discute della “corsia centrale”, delle acque internazionali, del transito completo e libero. Parole tecniche sotto le quali si nasconde una domanda brutale: chi comanda davvero in quel tratto di mare?
Un funzionario americano sostiene che l’Iran abbia ammesso il proprio errore. Teheran sarebbe tornata al tavolo dicendo: abbiamo sbagliato, continuiamo a parlare. Ma sul nucleare il pessimismo cresce. Washington pretende la consegna del materiale sensibile. L’Iran accusa gli Stati Uniti di non mantenere la parola. Trump, dopo aver venduto al Congresso il memorandum d’intesa come una vittoria, sembra essere tornato al vecchio pugno sul tavolo.
Il guaio è che il pugno sul tavolo, se battuto troppo forte, finisce per rovesciare il tavolo stesso.
Gli alleati del Golfo lo sanno e hanno paura. Non per simpatia verso Teheran, ma perché nelle guerre moderne chi accende l’incendio spesso abita lontano, mentre chi ne respira il fumo vive accanto al deposito di benzina.
In questa storia l’immagine di Giorgia Meloni in divisa arancione è dunque più di una provocazione. È il simbolo di una politica internazionale ridotta a manifesto: da una parte i prigionieri immaginari, dall’altra i missili annunciati; da una parte i mirini, dall’altra le promesse di annientamento.
La minaccia iraniana va condannata senza esitazioni e senza distinguo. Nessun governo può tollerare che il proprio presidente del Consiglio venga esposto come un bersaglio. Ma sarebbe un errore rispondere alla propaganda con altra propaganda, alla teatralità con una teatralità ancora più grande.
I regimi amano dipingere i nemici in uniforme da carcerati perché temono di mostrare i propri cittadini in libertà. L’Occidente dovrebbe ricordarsi che la sua forza non consiste nel gridare più forte. Consiste nel non diventare ciò che combatte.
Altrimenti, tra una lista nera e mille missili, resterà soltanto da stabilire chi avrà avuto l’ultima parola.
Sempre che, dopo, sia rimasto qualcuno ad ascoltarla.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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