La morte, l’errore e gli sciacalli
Dalla tragedia in strada al tribunale dei social: quando la politica e il pregiudizio divorano il dolore
Chiedeva aiuto ed è morto. Mentre le indagini dovranno chiarire i fatti senza difese di parte né processi sommari, la tragedia di un uomo e la vita spezzata di due agenti finiscono inghiottite dall'odio ideologico e dal razzismo. Ma prima dello scontro e dei talk show viene la dignità umana.
L'Editoriale di Luigi Palamara
È morto un uomo giovane. Abderahim Fakir
Era di origine marocchina, ma viveva in Italia da quando aveva sette anni. Qui era cresciuto, aveva imparato la lingua, lavorato, pagato le tasse, costruito relazioni e futuro. La sua vita apparteneva a questo Paese molto più di quanto possa raccontare un passaporto.
È morto mentre chiedeva aiuto.
Ed è questa la frase che resta, quella che non si lascia addomesticare dai comunicati, dalle perizie o dalle versioni contrapposte. Chiedeva aiuto e ha incontrato la morte.
Forse per un errore di valutazione. Forse per una sequenza di decisioni sbagliate prese in pochi istanti. Saranno le indagini, non le tifoserie, a stabilirlo.
I due giovani poliziotti credevano probabilmente di fermare un pericolo. Si sono trovati davanti una situazione confusa, un uomo agitato, una scena che imponeva di decidere subito. Chi lavora per strada non dispone del privilegio della moviola. Deve interpretare gesti, parole e minacce nel tempo di un respiro.
E nel tempo di un respiro si può sbagliare.
Questo non assolve nessuno. Un errore che conduce alla morte deve essere accertato, spiegato, giudicato. La divisa non può diventare uno scudo contro la verità.
Ma nemmeno un errore trasforma automaticamente chi lo ha commesso in un carnefice.
È una distinzione che oggi sembra quasi scandalosa, perché viviamo in un tempo incapace di sopportare la complessità. Vogliamo il santo e il mostro, la vittima perfetta e il colpevole assoluto. Vogliamo una sentenza prima dei fatti, un’esecuzione morale prima dell’inchiesta.
Qui una vittima esiste.
È l’uomo che non tornerà a casa.
Il dolore della sua famiglia è inconsolabile. Nessun comunicato istituzionale, nessun post indignato, nessuna promessa di giustizia potrà colmare il posto vuoto che ha lasciato.
Ma anche chi ha contribuito involontariamente a una morte può vedere la propria vita spezzata. Può svegliarsi ogni notte ripercorrendo quegli istanti. Può domandarsi per sempre che cosa avrebbe potuto capire, vedere o fare diversamente. Può portare una colpa senza essere un assassino.
Le sofferenze non sono uguali. La morte non ammette equivalenze.
Ma il dolore non è una gara.
La sua origine marocchina ha acceso immediatamente il dibattito sui social. Anzi, più che acceso, lo ha incendiato. In poche ore l’uomo è quasi scomparso, inghiottito dalle parole degli altri.
Da una parte gli sciacalli che hanno trasformato il suo cadavere in una bandiera politica, usando la tragedia per dimostrare ciò che sostenevano già il giorno prima. Per loro non servono indagini: la sentenza è pronta, il colpevole è già scelto, la morte diventa materiale per una campagna.
Dall’altra i razzisti senza cuore, quelli che hanno rovistato nella sua origine e nel suo passato come se cercassero un’attenuante alla sua morte. Quelli che, sentendo la parola “marocchino”, hanno smesso di vedere un uomo e hanno cominciato a costruire un sospetto. Quelli per cui uno straniero deve dimostrare persino di meritare il soccorso.
Gli uni lo hanno santificato per usarlo.
Gli altri lo hanno disumanizzato per non piangerlo.
Entrambi gli hanno tolto il nome, la storia, la fatica di vivere in Italia fin dall’infanzia. Lo hanno ridotto a un simbolo: immigrato, vittima, sospetto, pretesto.
Ma un morto non è un argomento.
Era una persona.
Non era “il marocchino”. Era un uomo cresciuto qui. Uno che aveva attraversato scuole, strade, lavori e difficoltà italiane. E anche se fosse arrivato il giorno prima, anche se non avesse mai versato un euro di tasse, anche se avesse avuto un passato difficile, avrebbe avuto comunque diritto a essere soccorso, ascoltato e trattato come un essere umano.
La dignità non è una ricompensa per buona condotta.
E invece il tribunale dei social ha già celebrato il suo processo. C’è chi ha pronunciato la parola “razzismo” prima di conoscere ogni fatto e chi ha reagito negando persino la possibilità che un pregiudizio abbia influito. C’è chi accusa ogni divisa e chi assolve ogni divisa. Chi invoca vendetta e chi sembra preoccuparsi più dell’immagine delle istituzioni che della morte di un uomo.
In mezzo restano una famiglia distrutta e due giovani agenti che dovranno convivere con ciò che è accaduto.
Chi conosce la strada sa che la divisa non rende né santi né belve. La indossano uomini e donne. Persone che intervengono dove gli altri si allontanano, entrano nelle situazioni da cui la gente fugge e prendono decisioni quando nessuna decisione appare sicura.
La maggior parte non esce di casa per fare del male.
Ma la buona intenzione non basta.
Servono preparazione, lucidità, strumenti adeguati, capacità di distinguere un’aggressione da una crisi medica, una minaccia reale da un uomo terrorizzato. Rispettare la polizia significa anche pretendere che sia formata, sostenuta e messa nelle condizioni di non scambiare una richiesta d’aiuto per un pericolo.
Difendere una divisa non significa negare ogni errore.
Chiedere giustizia non significa reclamare vendetta.
La giustizia deve accertare i fatti, le responsabilità e le omissioni. Deve capire se quell’uomo poteva essere salvato. Deve verificare se la forza usata fosse necessaria, proporzionata, inevitabile. Deve farlo senza protezioni corporative e senza processi sommari celebrati da chi ha già deciso tutto davanti a uno schermo.
Tutto il resto è rumore.
Forse, davanti a una tragedia simile, dovremmo ritrovare una parola desueta: pietà.
Pietà per chi è morto chiedendo aiuto.
Pietà per chi ora lo piange.
Pietà anche per chi, se ha sbagliato senza voler uccidere, porterà quell’errore per tutta la vita.
E nessuna pietà per chi usa questa morte per seminare odio.
Né per gli sciacalli che si appropriano del dolore, né per i razzisti che giudicano il valore di una vita dalla provenienza di un uomo.
Pregare, per chi crede, non significa rinunciare alla verità. Significa ricordare che prima delle bandiere, delle accuse e delle assoluzioni esistono gli esseri umani.
Non è facile scriverlo senza cadere nella retorica.
Forse è impossibile.
Ma sarebbe ancora più insopportabile lasciare che un uomo vissuto in Italia dall’età di sette anni venga ucciso una seconda volta dalle parole di chi lo riduce a un’etnia, a uno slogan o a un’arma politica.
Un uomo è morto.
Due giovani poliziotti potrebbero avere la vita travolta da un errore.
Una comunità ha il dovere di capire.
Non di odiare.
Non di assolvere prima del tempo.
Non di divorare.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere
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