CartaStraccia.News

“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

Editors Choice

7/recent/post-list

L’Italia che lavora soltanto per pagare

L’Italia che lavora soltanto per pagare

IL PESO DELLA VITA QUOTIDIANA

Stipendi fermi, rincari record e tasse alle stelle: il ceto medio e le famiglie ridotti a sopravvivere. Quando il lavoro non basta più a costruire un futuro.

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Arriva un momento in cui anche i numeri smettono di essere numeri e diventano una condanna.

Due euro per un litro di benzina. Quasi quattromila delle vecchie lire. Cento euro per cinquanta litri. Quasi duecentomila lire per un pieno.

Un pieno, non una vacanza alle Maldive. Non un capriccio. Non un lusso. Un pieno per andare al lavoro, accompagnare i figli, raggiungere un ospedale, aprire un negozio, consegnare una merce, tenere in piedi una famiglia e magari anche un pezzo di Paese.

Perché l’Italia reale non vive nei comunicati ministeriali, nelle percentuali declamate in televisione o nelle rassicurazioni degli esperti. L’Italia reale si alza presto, prende l’automobile e comincia a pagare.

Paga il carburante.
Paga la luce.
Paga il gas.
Paga il mutuo o l’affitto.
Paga la spesa.
Paga le tasse.

E alla fine del mese si pone una domanda tanto semplice quanto oscena: che cosa resta per vivere?

Gli stipendi sono rimasti fermi, mentre tutto il resto ha imparato a correre. Corrono i prezzi, corrono le bollette, corrono le rate, corrono le imposte. Soltanto il reddito di chi lavora resta immobile, piantato a terra come un palo al quale sono state legate milioni di persone.

Ci hanno spiegato che bisognava fare sacrifici. Poi che la crisi era temporanea. Poi che la ripresa era vicina. Poi che i dati erano incoraggianti. Intanto le famiglie hanno rinunciato prima al superfluo, poi alle vacanze, poi alle cure, poi alla qualità del cibo. Adesso cominciano a rinunciare perfino alla tranquillità.

Non si lavora più per costruire un futuro. Si lavora per impedire al presente di crollare.

Il vero scandalo non è soltanto il costo della benzina. È il prezzo complessivo imposto a una società nella quale chi produce, lavora e paga viene trattato come una risorsa inesauribile. Una mucca da mungere fino all’ultima goccia, salvo poi stupirsi quando non ha più latte.

Le fasce più deboli sono ormai alla canna del gas. Il ceto medio, quello che per decenni ha tenuto in piedi i consumi, il risparmio e la stabilità sociale, si sta sgretolando in silenzio. Piccoli imprenditori, commercianti, artigiani, pensionati, lavoratori dipendenti: tutti impegnati nella stessa umiliante contabilità quotidiana. Questo lo posso comprare. Questo no. Questa bolletta la pago. Questa la rimando. Dal dentista andrò il mese prossimo. Forse.

Eppure quasi nessuno protesta.

Forse perché siamo stanchi. Forse perché siamo divisi. Forse perché ci hanno convinti che ogni difficoltà individuale sia una colpa individuale. Se non arrivi a fine mese, hai speso troppo. Se non riesci a risparmiare, non sai organizzarti. Se il tuo lavoro non basta più a vivere, devi lavorare di più.

È una comoda menzogna.

Quando milioni di persone condividono lo stesso problema, non siamo più davanti a milioni di fallimenti personali. Siamo davanti a un fallimento politico e collettivo.

La povertà non arriva sempre con le scarpe rotte e il piatto vuoto. A volte indossa una giacca decorosa, paga ancora le rate e sorride per non far preoccupare i figli. È la povertà di chi possiede ancora qualcosa, ma vive nel terrore di perderla. Di chi ha uno stipendio, ma non ha più sicurezza. Di chi lavora, ma non può permettersi un sogno.

Ed è forse questa la sconfitta più grave: un Paese senza sogni nel cassetto, perché persino il cassetto è pieno di bollette.

Ci stiamo abituando a tutto. Ai prezzi impossibili, agli stipendi insufficienti, ai servizi che non funzionano, alle attese interminabili, alle promesse riciclate. Ci indigniamo per qualche ora, poi torniamo a fare la fila alla pompa di benzina e paghiamo.

Ma una società non può vivere soltanto di rassegnazione. E uno Stato non può chiedere continuamente sacrifici senza offrire in cambio dignità, efficienza e prospettive.

Quasi quattromila lire per un litro di benzina. Quasi duecentomila lire per un pieno.

Le vecchie lire non torneranno, ed è inutile rimpiangerle. Ma quel confronto ci restituisce la misura di ciò che abbiamo smesso di misurare: il valore del denaro, la fatica necessaria per guadagnarlo e la velocità con cui viene portato via.

Non si lavora più per vivere.

Si lavora per pagare.

E un Paese che costringe i propri cittadini a sopravvivere senza permettere loro di sperare non è un Paese in salute. È un Paese che sta consumando il suo futuro, un pieno alla volta.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 

Posta un commento

0 Commenti