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Oltre il dovere: quella divisa dei Carabinieri che diventa speranza prima delle parole

Oltre il dovere: quella divisa dei Carabinieri che diventa speranza prima delle parole

Quella divisa che arriva prima delle parole

Sull’Autostrada del Mediterraneo un grave incidente coinvolge un bambino di sette anni: la tempestività dei soccorsi evita il peggio


A Reggio Calabria, dopo il drammatico ribaltamento di un’auto, i militari e un soccorritore di passaggio tengono sveglio il piccolo e lo trasportano d’urgenza in ospedale sulla pattuglia. Un gesto di profonda umanità che ricorda il valore autentico di chi vive le istituzioni come punto di riferimento quotidiano al servizio della comunità.

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Certi momenti una divisa non rappresenta lo Stato, la legge, l’autorità. Rappresenta semplicemente una speranza.

È accaduto sull’Autostrada del Mediterraneo, nel territorio di Reggio Calabria. Un’automobile perde il controllo, si schianta contro il new jersey, si ribalta più volte e termina la propria corsa ridotta a un ammasso di lamiere. Dentro viaggiano una madre e suo figlio. Il bambino ha sette anni. Durante i capovolgimenti viene sbalzato fuori dall’abitacolo e precipita sull’asfalto.

Sette anni.

A quell’età si dovrebbe cadere soltanto correndo dietro a un pallone, sbucciarsi un ginocchio, piangere per pochi minuti e poi tornare a giocare. Non si dovrebbe conoscere la violenza cieca di un incidente, né restare immobili sul cemento bollente di un’autostrada mentre degli adulti cercano disperatamente di capire se si è ancora vivi.

Ma il bambino respirava.

E in quei minuti sospesi, nei quali ogni secondo pesa quanto una sentenza, sono arrivati i Carabinieri. O, più precisamente, erano già lì. Una pattuglia transitava casualmente in quel tratto subito dopo l’incidente. Casualità, certo. Ma la casualità serve a poco quando non incontra persone preparate, lucide e capaci di decidere.

I militari hanno raggiunto il piccolo insieme a un automobilista di passaggio, un operatore del primo soccorso proveniente dalla provincia di Latina. Hanno assistito la madre, hanno verificato che il bambino respirasse, gli hanno parlato. Non hanno smesso di parlargli neppure per un istante. Lo hanno tenuto cosciente, lo hanno rassicurato, gli hanno fatto sentire che non era solo.

Può sembrare poco, parlare a un bambino ferito.

Non lo è.

In certe circostanze la voce di uno sconosciuto diventa un’ancora. Una frase ripetuta con calma può tenere una persona aggrappata alla realtà. Una mano posata vicino al viso può sostituire, per qualche terribile minuto, l’abbraccio di un’intera famiglia.

Quando il personale del 118 è riuscito a raggiungere il luogo dell’incidente dalla carreggiata opposta, è apparso chiaro che non c’era tempo da perdere. L’ambulanza non avrebbe garantito un trasferimento abbastanza rapido. Il medico e l’infermiere sono quindi saliti sull’auto di servizio dei Carabinieri portando con sé il bambino.

E i militari sono partiti.

Non hanno consultato il manuale della prudenza burocratica. Non hanno cercato un alibi preventivo. Non hanno pronunciato quella frase che tante volte paralizza questo Paese: “Non è di nostra competenza”.

Hanno aperto la strada verso il Pronto Soccorso.

Sirena accesa, lampeggianti, decisione. Davanti a loro l’asfalto; dietro, un medico e un infermiere impegnati a proteggere una vita di sette anni. In quel momento l’automobile dei Carabinieri non era più un mezzo di servizio. Era un’ambulanza improvvisata, un corridoio d’emergenza, forse l’unica possibilità rimasta.

Il bambino è stato affidato ai medici ed è ricoverato in prognosi riservata. Le sue condizioni vengono costantemente monitorate, ma fortunatamente non risulta in pericolo di vita. Anche la madre è stata soccorsa e affidata alle cure sanitarie.

Non sappiamo ancora come finirà completamente questa storia. La prudenza è doverosa, soprattutto quando si parla della salute di un bambino. Sappiamo però che il peggio è stato evitato. E sappiamo che ciò è avvenuto grazie all’azione coordinata dei Carabinieri, del soccorritore di passaggio e del personale sanitario.

È facile chiamarlo eroismo.

Forse è persino troppo facile.

L’eroismo piace perché ci consente di trasformare un gesto concreto in una favola, di applaudire per qualche minuto e poi tornare alle nostre occupazioni. Ma quei militari, probabilmente, direbbero di aver fatto soltanto il proprio dovere.

Ed è proprio qui che dovremmo fermarci a riflettere.

Che cosa significa, oggi, fare il proprio dovere? Significa forse assistere un bambino sull’asfalto, parlargli perché non perda conoscenza, caricarlo sull’auto di servizio e correre verso l’ospedale sapendo che un ritardo potrebbe costargli la vita? Se questo è “soltanto” il dovere, allora dovremmo riscoprire il rispetto per chi continua a compierlo senza proclami, senza telecamere e senza pretendere medaglie.

Perché episodi simili accadono ogni giorno.

Non tutti finiscono sui giornali. Non tutti vengono ripresi da un telefono. Non tutti hanno un titolo capace di commuovere per qualche ora il pubblico distratto dei social network.

Ci sono Carabinieri che aiutano un anziano rimasto solo. Che accompagnano a casa una persona disorientata. Che portano la spesa a una donna incapace di salire le scale. Che intervengono durante una lite familiare e, prima ancora di reprimere, ascoltano. Che entrano nelle scuole per parlare ai ragazzi. Che percorrono strade di montagna, contrade isolate, paesi dimenticati perfino dalle carte geografiche della politica.

Li troviamo nelle grandi città e nei piccoli centri dell’Aspromonte, dove una stazione dei Carabinieri non è soltanto un presidio di legalità. È spesso un punto di riferimento umano. Una porta alla quale bussare quando non si sa più a chi rivolgersi.

Aiutare una signora anziana a portare la spesa non farà ottenere una promozione. Fermarsi cinque minuti a parlare con una persona sola non comparirà in un rapporto operativo. Eppure, in certi paesi, quei cinque minuti possono valere più di cento discorsi sulla vicinanza delle istituzioni.

La divisa, naturalmente, non rende infallibili. Chi la indossa resta un essere umano, con responsabilità ancora maggiori proprio perché rappresenta lo Stato. Gli errori vanno denunciati, gli abusi perseguiti e ogni potere deve essere sottoposto a controllo. Il rispetto autentico non è cieca venerazione.

Ma neppure il pregiudizio permanente è giustizia.

Abbiamo costruito un dibattito pubblico nel quale spesso ci ricordiamo delle forze dell’ordine soltanto quando qualcosa va storto. Pretendiamo che siano impeccabili, onnipresenti, rapidissime, comprensive, inflessibili e pazienti. Chiediamo loro di intervenire, ma talvolta le accusiamo per il solo fatto di essere intervenute. Le invochiamo quando abbiamo paura e le dimentichiamo appena il pericolo è passato.

La gratitudine, invece, arriva raramente. Quasi con imbarazzo, come se riconoscere il valore di un gesto significasse rinunciare al diritto di critica.

Non è così.

Si può pretendere rigore e, nello stesso tempo, dire grazie. Si può vigilare sulle istituzioni senza negare l’umanità delle persone che le servono. Si può distinguere tra la retorica della divisa e il sacrificio quotidiano di chi quella divisa la indossa davvero.

Sull’A2 non c’è stata retorica. C’era un bambino ferito. C’era una madre sconvolta. C’erano dei soccorritori che dovevano scegliere in fretta.

Hanno scelto di agire.

Forse, quando quel bambino starà meglio, non ricorderà le sirene, il rumore dei motori o le parole pronunciate accanto a lui sull’asfalto. Forse non saprà mai con esattezza quanti secondi siano stati guadagnati durante quella corsa verso l’ospedale.

Ma un giorno qualcuno potrà raccontargli che, nel momento più terribile della sua giovane vita, degli uomini e delle donne non si sono voltati dall’altra parte.

Potrà raccontargli che un medico, un infermiere, un soccorritore di passaggio e alcuni Carabinieri hanno formato, per pochi minuti, una catena umana contro la fatalità.

E che quella divisa, prima ancora di rappresentare l’autorità, gli ha indicato la strada verso la vita.

Questi sono i Carabinieri.

Quelli veri. Quelli che arrivano quando la festa è finita, quando la strada è piena di vetri, quando qualcuno piange e non c’è tempo per preparare un discorso.

Quelli che fanno ciò che deve essere fatto.

E poi, quasi sempre, tornano in silenzio al loro posto.

Reggio Calabria, 25 luglio 2026


Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 

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