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Caso Ranucci-Forleo. Quando una querela diventa una domanda politica

Caso Ranucci-Forleo. Quando una querela diventa una domanda politica

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Qualcosa di curiosamente italiano caratterizza la vicenda che oppone Sigfrido Ranucci a Clementina Forleo. Un giornalista querela una magistrata perché la magistrata, invece di tacere, fa delle domande. Domande sgradevoli, certamente. Forse imprudenti. Forse persino ingiuste. Ma domande.

E in Italia, si sa, non c’è nulla di più pericoloso di una domanda pronunciata nel momento sbagliato.

Forleo, consigliera della Corte d’appello di Roma, si è chiesta pubblicamente chi stia ricattando Ranucci, perché il conduttore voglia restare a tutti i costi alla guida di Report e chi sarebbero quei “tutti” evocati nelle indiscrezioni sulle chat che il giornalista potrebbe rendere pubbliche. Non ha formulato una sentenza. Non ne avrebbe potuto formulare una. Ha costruito, però, un’accusa nella forma più insidiosa che esista: quella interrogativa.

Ranucci non l’ha presa bene. E ha scelto la via giudiziaria.

È suo diritto.

Come è diritto di Forleo replicare che quelle riflessioni nascevano da notizie già pubblicate, a suo dire mai smentite dall’interessato. Anche questo è un punto che merita attenzione, perché nel teatro nazionale della comunicazione accade ormai sempre più spesso che una notizia non venga né confermata né smentita, ma semplicemente lasciata fermentare. Finché qualcuno la raccoglie. E allora comincia il processo al raccoglitore.

Ma il problema vero non è stabilire chi, tra Ranucci e Forleo, abbia usato il tono più appropriato. Il problema è un altro: possiamo ancora distinguere una domanda da una prova, un sospetto da un fatto, una critica da una calunnia?

Perché la temperatura di questa vicenda sta salendo proprio mentre la Rai deve decidere del futuro del conduttore di Report. E qui il terreno diventa scivoloso.

L’avvocato Roberto De Vita sostiene che qualunque decisione dell’azienda nei confronti di Ranucci sarebbe oggi “inquinata” dalle polemiche e dalle falsità circolate intorno al suo assistito. È una tesi comprensibile, ma enorme nelle sue conseguenze. Significa affermare che la Rai non possa più decidere liberamente su Ranucci perché ogni decisione sfavorevole apparirebbe inevitabilmente come una punizione politica.

Può darsi.

Ma allora bisognerebbe avere il coraggio di portare il ragionamento fino in fondo.

Un giornalista del servizio pubblico, soprattutto se conduce una trasmissione d’inchiesta potente come Report, deve essere protetto dalle pressioni politiche. Sempre. Soprattutto quando dà fastidio. Ma proprio perché gode - o dovrebbe godere - di questa protezione, non può neppure diventare intoccabile. Altrimenti la libertà di stampa smette di essere una garanzia e diventa un’immunità.

Ed è qui che il caso Ranucci si fa interessante ben oltre Ranucci.

Da una parte abbiamo chi vede nel conduttore il simbolo di un giornalismo sotto assedio, bersaglio di ambienti politici e mediatici che non gli hanno mai perdonato certe inchieste. Dall’altra abbiamo chi pretende che anche un giornalista d’inchiesta risponda alle domande che lo riguardano, esattamente come Report pretende risposte dai protagonisti delle proprie trasmissioni.

Entrambe le pretese sono legittime.

La contraddizione comincia quando ciascuno rivendica per sé il diritto che nega all’altro.

Se Forleo ha attribuito a Ranucci comportamenti penalmente rilevanti senza elementi sufficienti, sarà la magistratura a valutarlo. Se le indiscrezioni sulle presunte “chat con tutti” sono false, sarebbe utile che fossero smentite con la stessa nettezza con cui vengono denunciate le conseguenze di quelle indiscrezioni. Se invece esistono fatti ancora da chiarire, nessuna querela potrà trasformarli magicamente in fatti inesistenti.

E soprattutto nessuno dovrebbe utilizzare l’attentato subito da Ranucci come una clava dialettica.

Essere vittima di un attentato è una condizione tragica che esige solidarietà e verità. Non rende automaticamente vere tutte le tesi della vittima, né false tutte le domande rivolte alla vittima. Confondere i due piani sarebbe un errore grave. E sarebbe anche un pessimo servizio a Ranucci stesso.

Una democrazia seria dovrebbe essere capace di fare contemporaneamente tre cose: proteggere un giornalista minacciato, impedire che il potere politico approfitti della sua vulnerabilità e consentire che sul suo comportamento professionale vengano poste domande senza trasformare ogni interrogativo in una dichiarazione di guerra.

Noi, invece, preferiamo le tifoserie.

O Ranucci è un martire intoccabile oppure è un ricattatore. O Forleo è una magistrata coraggiosa oppure è una calunniatrice. O Report è il santuario della libertà d’informazione oppure è una macchina di potere.

La realtà, purtroppo per gli ultras, ha il pessimo vizio di essere più complicata.

E forse la domanda più interessante non è quella formulata da Clementina Forleo.

È un’altra.

Perché in Italia, ogni volta che qualcuno chiede “chi?”, “come?” o “perché?”, invece di rispondere cominciamo a cercare un tribunale?

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

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