Il confronto a posteriori. Il medico assolto e il capo di Report: a tu per tu sul peso mediatico del sospetto.
Ad Asiago il faccia a faccia tra Roberto Rigoli e Sigfrido Ranucci: la richiesta pubblica di ammettere un errore e la stretta di mano che riapre il tema del dovere del giornalismo dopo un'assoluzione.
L'Editoriale di Luigi Palamara
Ad Asiago, l’altra sera, non è andato in scena soltanto l’ennesimo rito italiano della presentazione di un libro. È andato in scena qualcosa di assai più raro: un conto presentato di persona.
Da una parte Sigfrido Ranucci, direttore di Report, giornalista abituato a fare domande agli altri e, inevitabilmente, meno abituato a riceverle in pubblico. Dall’altra Roberto Rigoli, medico, già capo delle Microbiologie del Veneto, trascinato per anni dentro la vicenda dei tamponi rapidi, raccontato anche da Report, processato e infine assolto.
Rigoli non è arrivato con un avvocato. Non ha esibito carte bollate. Ha fatto una cosa molto più semplice e, proprio per questo, molto più scomoda: si è alzato e ha chiesto a Ranucci di riconoscere un errore.
«Se lei ammette davanti a tutti l’errore, almeno di quella trasmissione lì, io sono felice».
Una frase quasi ingenua, nell’Italia dove tutti pretendono scuse e quasi nessuno le pronuncia.
Ranucci ha risposto da giornalista e da imputato – perché oggi, per quella vicenda, è imputato in un procedimento per diffamazione aggravata – sostenendo che una cosa è ammettere eventuali errori, altra è accettare che la trasmissione abbia detto il falso.
Ed è qui che la storia diventa interessante.
Perché Rigoli non chiedeva soltanto una rettifica. Chiedeva qualcosa che nessuna sentenza può restituire completamente: il riconoscimento pubblico del danno umano.
«È bene dire che è stato colpito un innocente».
Innocente.
Una parola che nei tribunali pesa quintali e nel giornalismo, talvolta, pesa troppo poco.
La magistratura ha assolto Rigoli. Ranucci, incalzato, ha risposto con una formula formalmente ineccepibile: «Se lo dice la magistratura lei per me è innocente».
È una risposta corretta. Ma la correttezza, qualche volta, è il modo più elegante per evitare il centro della questione.
Perché il problema non è stabilire se un giornalista debba credere ciecamente a un imputato assolto. Il problema è un altro: che cosa deve il giornalismo a un uomo quando il sospetto raccontato davanti a milioni di persone non trova poi conferma in tribunale?
Nulla?
Una riga?
Un aggiornamento?
Oppure deve qualcosa di più?
Il giornalismo d’inchiesta gode, giustamente, di una prerogativa preziosa: può disturbare il potere prima che intervenga un giudice. Può sollevare dubbi, mettere insieme fatti, mostrare contraddizioni. Guai se dovesse aspettare una sentenza definitiva prima di raccontare una storia.
Ma proprio per questo porta sulle spalle una responsabilità enorme.
Perché una trasmissione televisiva non è un’aula giudiziaria.
Nell’aula giudiziaria esiste l’assoluzione.
Nell’arena mediatica, molto spesso, no.
Il processo finisce. Google resta.
La sentenza arriva. Il sospetto rimane.
E soprattutto rimangono le famiglie.
È infatti in quel momento che il confronto di Asiago smette di essere una disputa fra un medico e un giornalista e diventa qualcosa di più serio.
Rigoli dice a Ranucci: «Io sono solidale con sua figlia, perché sua figlia ha sofferto quanto mia figlia per tre anni e come ha sofferto la mia famiglia».
Ecco la frase che spazza via tutto il resto.
Ranucci ha conosciuto sulla propria pelle la violenza delle intimidazioni e il peso che esse scaricano sulle persone vicine. Rigoli gli ricorda che anche l’esposizione pubblica, quando investe un uomo e poi inevitabilmente la sua famiglia, lascia ferite che non compaiono nei fascicoli processuali.
Non è un’equivalenza. Sono vicende diverse.
Ma il dolore, quando entra in casa, ha poca dimestichezza con le sottigliezze.
La scena si conclude come raramente si concludono le discussioni italiane: senza urla definitive, senza risse, senza anatemi. Rigoli e Ranucci si stringono la mano.
Ed è forse questa l’immagine più importante.
Non perché quella stretta di mano cancelli il passato. Non lo cancella.
Non perché stabilisca chi abbia ragione su ogni passaggio della vicenda. Non lo stabilisce.
Ma perché dice una cosa che giornalisti, magistrati, politici e spettatori dimenticano troppo facilmente: dietro ogni “caso” ci sono uomini.
Il giornalismo deve avere il coraggio di accusare il potere quando serve.
Deve avere il coraggio di resistere quando viene intimidito.
Deve avere il coraggio di difendere le proprie inchieste quando le ritiene fondate.
Ma dovrebbe possedere anche un quarto coraggio, forse il più difficile: quello di tornare sui propri passi quando i fatti successivi lo impongono.
Non significa abiurare.
Non significa inginocchiarsi.
Significa soltanto riconoscere che la verità giornalistica non è una statua di marmo. È un lavoro in corso.
E quando un uomo che abbiamo raccontato come parte di una storia giudiziaria viene assolto, raccontare anche quell’assoluzione con la stessa evidenza non è una concessione.
È giornalismo.
Ad Asiago, alla fine, resta dunque una stretta di mano.
Poco, forse.
Ma in un Paese dove tutti vogliono avere l’ultima parola, vedere due uomini concedersi almeno l’ultimo gesto non è poco affatto.
Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno
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