Il grande nulla sul lungomare Italo Falcomatà
Sguardi sullo Stretto, sedie vuote e convegni estivi: quando la lotta alla ’ndrangheta si riduce a una passerella di ovvietà e parole buone per tutti.
Tra platee compiacenti, il rumore del mare e i ricordi di un vecchio operaio dell’Aspromonte, la cronaca amara di un dibattito annunciato come storico e risoltosi nel più innocuo dei riti da salotto.
Il racconto di Luigi Palamara
La sera era scesa sullo Stretto senza fretta, come fanno le sere d’agosto quando il caldo rimane attaccato alle pietre e alle ringhiere anche dopo che il sole è scomparso.
Dall’altra parte del mare le luci di Messina parevano ferme, quasi fossero state piantate nell’acqua. Reggio respirava piano. Il lungomare aveva quell’aria elegante e stanca delle città che sanno di essere belle e per questo finiscono qualche volta col perdonarsi troppo.
C’erano sedie disposte davanti a un tavolo.
Sul tavolo, bicchieri d’acqua, microfoni, qualche libro.
La gente arrivava lentamente, salutandosi con quella familiarità che nelle città del Sud è insieme consolazione e condanna. Tutti conoscono qualcuno. Qualcuno conosce tutti. E quando tutti si conoscono diventa difficile capire dove finisca l’amicizia e dove cominci il favore.
Si doveva parlare della ’ndrangheta.
Era stato annunciato come un incontro importante.
Qualcuno aveva perfino usato la parola “storico”.
Nelle città come Reggio le parole grandi non costano molto. Storia, rivoluzione, rinascita, legalità, futuro. Sono parole che vengono pronunciate da anni e hanno imparato a vivere anche senza gli uomini.
Quella sera tornarono ancora una volta.
Seduti al tavolo, gli uomini parlavano.
Dicevano che la ’ndrangheta non era soltanto un fatto di delinquenti.
Dicevano che era un problema della società.
Che la politica doveva essere più forte.
Che gli imprenditori dovevano unirsi.
Che i giornalisti dovevano essere coraggiosi.
Che i cittadini dovevano essere liberi.
Che bisognava abbandonare il favore e scegliere il diritto.
La gente ascoltava.
Qualcuno annuiva.
Qualcuno applaudiva.
Un vecchio, seduto nelle ultime file, guardava il mare.
Aveva lavorato quarant’anni tra officine, piccoli cantieri e magazzini. Di rivoluzioni culturali ne aveva sentite annunciare parecchie. Una ogni pochi anni. A volte anche due nella stessa estate.
Non ricordava di averne mai vista una.
Le parole arrivavano fino a lui attraverso l’altoparlante.
«La società deve reagire.»
Il vecchio abbassò gli occhi.
Era una frase giusta.
Forse era proprio questo il suo difetto.
Era troppo giusta.
Non chiamava nessuno per nome.
Non chiedeva conto a nessuno.
Non faceva arrossire nessuno.
Poteva pronunciarla il coraggioso e il vigliacco, l’onesto e il furbo, il potente e quello che dal potente aveva ottenuto un favore.
Tutti potevano essere d’accordo.
E quando tutti sono d’accordo, pensò il vecchio, probabilmente non sta succedendo niente.
Sul tavolo c’era un libro.
In fondo, era anche per quello che si erano riuniti.
Un romanzo.
Non c’era nulla di male.
I libri devono essere presentati. Gli scrittori devono raccontarli. Qualcuno deve comprarli, qualcuno leggerli, qualcuno dimenticarli sul comodino.
Ma al vecchio pareva che quella sera il libro fosse diventato qualcosa di più.
Quasi un lasciapassare.
Come se bastasse scrivere della città per acquisire il diritto di giudicarla.
Come se raccontarne le ferite significasse automaticamente averle toccate.
E invece lui sapeva che le ferite bisogna vederle da vicino.
Aveva conosciuto giornalisti vecchio stampo.
Gente che bussava alle porte.
Che saliva nelle contrade.
Che entrava nei bar dove nessuno voleva entrare.
Che aspettava ore davanti a un ufficio.
Che parlava con il muratore, con la vedova, con il commerciante che abbassava la voce appena qualcuno si avvicinava.
Gente che consumava le scarpe.
Quella era un’espressione che al vecchio piaceva.
Consumare le scarpe.
Perché significava che una notizia non ti era stata consegnata.
Eri andato tu a prenderla.
Adesso invece c’erano le carte.
Ordinanze.
Intercettazioni.
Comunicati.
Atti giudiziari.
Conferenze stampa.
Migliaia di pagine capaci di raccontare tutto ciò che la Procura aveva scoperto.
Ma il vecchio si domandava se raccontare bene ciò che avevano scoperto gli altri fosse davvero la stessa cosa che scoprire.
Non aveva studiato giornalismo.
Non conosceva le regole del mestiere.
Ma sapeva distinguere un uomo che torna a casa con le scarpe impolverate da uno che torna con le dita sporche d’inchiostro.
Entrambi avevano lavorato.
Ma non avevano fatto lo stesso viaggio.
Sul palco intanto si parlava della società malata.
Dei poteri deboli.
Della necessità di una comunità forte.
Un uomo citò un sociologo.
Un altro parlò della politica.
Il discorso saliva, diventava largo, quasi solenne.
Più diventava largo, meno si capiva chi dovesse rispondere di cosa.
Era colpa della società.
Della politica.
Dell’economia.
Della cultura.
Dell’informazione.
Delle istituzioni.
Di tutti.
Il vecchio sorrise appena.
Aveva imparato da ragazzo una cosa semplice: quando una colpa appartiene a tutti, nessuno viene mai a reclamarla.
A Reggio si parlava da decenni del sistema.
Il sistema era una parola straordinaria.
Non aveva volto.
Non aveva casa.
Non aveva numero di telefono.
Non sedeva a tavola.
Non chiedeva voti.
Non dava incarichi.
Non firmava permessi.
Non faceva telefonate.
Eppure decideva tutto.
Il sistema era dappertutto proprio perché non era mai da nessuna parte.
Quella sera lo denunciarono ancora.
Con grande fermezza.
Senza disturbare nessuno.
Il vecchio guardò le prime file.
C’erano uomini ben vestiti, professionisti, curiosi, qualche persona sinceramente interessata.
Mancavano, si diceva, le istituzioni.
Qualcuno lo fece notare.
Sedie vuote.
Anche quelle, per un attimo, parvero parlare.
Ma nessuno insistette troppo.
Chi era stato invitato?
Chi aveva rifiutato?
Perché?
Chi avrebbe dovuto esserci?
Qualcuno aveva telefonato?
Qualcuno aveva chiesto spiegazioni?
Il discorso passò oltre.
Era più comodo parlare dell’assenza che interrogare gli assenti.
Poi venne fuori la rivoluzione culturale.
Il vecchio alzò finalmente la testa.
Quella parola gli piaceva.
Rivoluzione.
Da giovane aveva creduto che le rivoluzioni fossero cose rumorose.
Porte spalancate.
Piazze.
Conflitti.
Uomini che perdevano qualcosa.
Altri che conquistavano qualcosa.
Scelte che lasciavano cicatrici.
Quella sera, invece, la rivoluzione ricevette molti applausi.
Nessuno sembrò preoccuparsi.
E il vecchio capì che probabilmente non era una rivoluzione.
Era una frase.
Una bella frase, ben pronunciata in una sera d’agosto.
Una frase capace di tornare a casa senza essersi fatta un nemico.
Il mare continuava a muoversi piano.
Da sempre vedeva partire e tornare gli uomini.
Aveva visto emigrare contadini, artigiani, studenti.
Aveva visto famiglie aspettare figli dall’America, dal Nord, dalla Germania.
Aveva visto la città crescere, promettere, dimenticare.
Aveva visto uomini parlare di riscatto e poi cercare una raccomandazione il mattino dopo.
Il favore.
Quello sì che il vecchio lo conosceva.
Il favore era antico.
Non aveva bisogno di proclami.
Entrava nelle case con discrezione.
Un posto per il figlio.
Una pratica sistemata.
Una telefonata.
Una visita.
Una parola detta alla persona giusta.
Il favore non si presentava mai come una violenza.
Arrivava sorridendo.
Ed era forse per questo che aveva resistito più delle rivoluzioni.
Dal palco dissero che bisognava passare dal favore al diritto.
Il vecchio abbassò lo sguardo.
Finalmente una cosa importante.
Ma subito gli venne una domanda.
Chi avrebbe dovuto rinunciare al favore?
Non chi lo chiedeva soltanto.
Anche chi lo concedeva.
E soprattutto chi sul favore aveva costruito una carriera, un consenso, un piccolo regno.
Di quelli però non si parlò.
Si parlò ancora della città.
Reggio doveva cambiare.
Reggio doveva crescere.
Reggio doveva diventare forte.
Reggio doveva liberarsi.
La città, ascoltando, sembrava quasi una donna malata circondata da medici che discutevano della malattia senza toccarle il polso.
Il vecchio pensò che fosse facile rimproverare una città.
Una città non risponde.
Non protesta.
Non querela.
Non si alza dalla sedia.
È più difficile rivolgersi a un uomo.
Dirgli: tu.
Tu hai scelto.
Tu hai taciuto.
Tu hai accettato.
Tu hai chiesto.
Tu hai favorito.
Tu hai avuto paura.
Tu hai avuto convenienza.
La responsabilità individuale ha sempre un nome.
Ed è proprio per questo che fa paura.
Il dibattito continuava.
Gli interlocutori che avrebbero dovuto confrontarsi sembravano spesso trovarsi d’accordo.
Il duello annunciato non arrivò.
Il buono e il cattivo si riconobbero in molte diagnosi.
Forse era inevitabile.
Forse non esistevano davvero né il buono né il cattivo.
Esistevano uomini seduti allo stesso tavolo, ciascuno con la propria storia, mentre davanti a loro una città diventava argomento.
La città reale, però, era qualche metro più in là.
Dietro le sedie.
Oltre il lungomare.
Nei quartieri dove la sera non arrivavano i convegni.
Negli uffici.
Nei cantieri.
Nei negozi.
Nelle stanze dove qualcuno accettava un compromesso e qualcun altro rifiutava.
Era lì che la ’ndrangheta diventava qualcosa di diverso da una parola.
Sul palco era un concetto.
Nella vita era una presenza.
E tra un concetto e una presenza corre la stessa distanza che c’è fra una carta geografica e una montagna.
Sulla carta la montagna non pesa.
Il vecchio conosceva l’Aspromonte.
Sapeva quanto pesa.
Sapeva che visto da Reggio sembra vicino e lontanissimo nello stesso tempo.
Una massa scura dietro la città.
Un luogo che conserva parole antiche, vendette, partenze, silenzi.
Pensò che anche la verità fosse così.
Da lontano sembra semplice.
Quando cominci a salirci dentro scopri i burroni.
Forse il giornalismo avrebbe dovuto fare proprio questo.
Salire.
Non aspettare che qualcuno portasse a valle la montagna dentro una cartella giudiziaria.
Salire.
Andare a vedere.
Sbagliare strada.
Tornare indietro.
Sentire versioni contraddittorie.
Incontrare uomini che mentono e uomini che hanno paura.
Consumare tempo.
E scarpe.
La serata finì con gli applausi.
Le persone si alzarono.
Qualcuno comprò il libro.
Qualcuno andò a salutare gli ospiti.
Qualcuno scattò fotografie.
Gli uomini del tavolo avevano parlato bene.
Avevano pronunciato parole sensate.
Nessuno poteva accusarli di aver detto cose false.
Ed era forse proprio questo che lasciava al vecchio un’inquietudine.
Non avevano detto cose false.
Avevano detto cose che tutti potevano permettersi di dire.
La differenza gli sembrò enorme.
Camminò verso casa lungo il mare.
Dietro di lui smontavano le sedie.
Tra poco del confronto storico non sarebbe rimasto nulla, salvo qualche fotografia, un articolo, forse alcune copie vendute.
Il mare cancellava persino il rumore delle voci.
Reggio era ancora lì.
Bella.
Fragile.
Superba.
Ferita.
Con le sue luci e i suoi debiti antichi.
Il vecchio pensò che quella città non avesse bisogno di altri uomini che le spiegassero quanto fosse malata.
Lo sapeva.
Lo sapevano tutti.
Aveva bisogno, semmai, di qualcuno disposto a entrare nella malattia senza metafore.
A cercare i fatti prima delle frasi.
Le responsabilità prima dei sistemi.
Gli uomini prima delle categorie.
E le domande prima delle risposte già stampate.
Guardò ancora una volta Messina dall’altra parte.
Poi il lungomare alle sue spalle.
Gli venne in mente che forse il vero dramma di Reggio non era il silenzio.
Era il contrario.
Da troppo tempo tutti parlavano.
E certe parole, quando vengono ripetute abbastanza, finiscono per assomigliare al rumore del mare.
Si sentono.
Riempiono la notte.
Ma al mattino sulla riva non è cambiato niente.
Luigi Palamara
Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno
@luigi.palamara Il grande nulla sul lungomare Italo Falcomatà . Sguardi sullo Stretto, sedie vuote e convegni estivi: quando la lotta alla ’ndrangheta si riduce a una passerella di ovvietà e parole buone per tutti. Tra platee compiacenti, il rumore del mare e i ricordi di un vecchio operaio dell’Aspromonte, la cronaca amara di un dibattito annunciato come storico e risoltosi nel più innocuo dei riti da salotto. Il racconto di Luigi Palamara La sera era scesa sullo Stretto senza fretta, come fanno le sere d’agosto quando il caldo rimane attaccato alle pietre e alle ringhiere anche dopo che il sole è scomparso. Dall’altra parte del mare le luci di Messina parevano ferme, quasi fossero state piantate nell’acqua. Reggio respirava piano. Il lungomare aveva quell’aria elegante e stanca delle città che sanno di essere belle e per questo finiscono qualche volta col perdonarsi troppo. C’erano sedie disposte davanti a un tavolo. Sul tavolo, bicchieri d’acqua, microfoni, qualche libro. La gente arrivava lentamente, salutandosi con quella familiarità che nelle città del Sud è insieme consolazione e condanna. Tutti conoscono qualcuno. Qualcuno conosce tutti. E quando tutti si conoscono diventa difficile capire dove finisca l’amicizia e dove cominci il favore. Si doveva parlare della ’ndrangheta. Era stato annunciato come un incontro importante. Qualcuno aveva perfino usato la parola “storico”. Nelle città come Reggio le parole grandi non costano molto. Storia, rivoluzione, rinascita, legalità, futuro. Sono parole che vengono pronunciate da anni e hanno imparato a vivere anche senza gli uomini. Quella sera tornarono ancora una volta. Seduti al tavolo, gli uomini parlavano. Dicevano ... }Continua ... presto il racconto completo{ #luigipalamara #racconti #aspromonte #reggiocalabria #roccafortedelgreco ♬ sonido original - Daniel
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