CartaStraccia.News

“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

Editors Choice

7/recent/post-list

La prova delle urne di Vannacci in Calabria con Mimmo Giannetta, ex capogruppo di Forza Italia regionale sino a qualche giorno fa.

La prova delle urne di Vannacci in Calabria con Mimmo Giannetta, ex capogruppo di Forza Italia regionale sino a qualche giorno fa.

Oggi sono volati gli stracci tra Giannetta e Cannizzaro.

Il partito di Roberto Vannacci si scontra per la prima volta con il voto reale nelle suppletive di Reggio Calabria, schierando l'ex capogruppo di Forza Italia Mimmo Giannetta e aprendo ufficialmente le ostilità con la coalizione.

Tra metafore belliche, accuse di tradimento, rotture nei comuni e la triade "Dio, Patria e Famiglia", il nuovo movimento testa il proprio peso elettorale fuori dai sondaggi.

Il generale, il medico e il vaso di Pandora

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Un particolare, nella conferenza stampa di Reggio Calabria, che forse racconta più cose della politica di cento sondaggi. Prima ancora che si cominci a parlare di destra, di tradimenti, di carri armati, di parenti, di Roma, di Milano e naturalmente del destino della patria, qualcuno prega i presenti di non passare davanti alla telecamera.

È una raccomandazione sensata. Ma è anche una bella metafora involontaria.

Perché davanti alla telecamera, questa volta, vogliono passarci tutti.

Futuro Nazionale, che per mesi è stato soprattutto un nome, un generale, un simbolo e una promessa, ha deciso di sottoporsi finalmente alla più antipatica delle verifiche: quella delle urne. Non un sondaggio, non una piazza, non un talk show. Voti veri. Le suppletive del collegio 05 di Reggio Calabria, convocate per il 27 e 28 settembre, saranno infatti il primo banco elettorale nazionale del partito di Roberto Vannacci. E il candidato scelto non è un giovanotto pescato da un gazebo, ma Domenico, detto Mimmo, Giannetta: medico, quattro volte consigliere regionale, già deputato e, fino a pochi giorni fa, capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale.

Non è un dettaglio. È il dettaglio.

Perché i partiti nuovi, quando vogliono dimostrare di esistere, possono fare due cose. Inventare uomini nuovi oppure sottrarre uomini vecchi agli altri. Futuro Nazionale, per ora, ha scelto la seconda strada. E sarebbe ingenuo scandalizzarsene: la politica italiana è stata costruita per buona parte così. Le conversioni, purché compiute dai nostri, si chiamano “scelte di coscienza”. Quelle degli altri, naturalmente, “tradimenti”.

Giannetta assicura che non ha tradito nessuno. Dice invece di essere stato tradito lui da una Forza Italia che non riconoscerebbe più la meritocrazia, che premierebbe persone provenienti da altri mondi politici e dimenticherebbe chi per anni ha consumato scarpe, mani e pazienza sui territori. Ventiquattro anni nel partito, ricorda. Consigliere comunale, sindaco, consigliere provinciale, assessore, consigliere regionale, deputato: una carriera che, a sentirlo, somiglia alla gavetta di un alpino e che ai suoi critici potrebbe invece sembrare la prova che proprio tanto emarginato, finora, non fosse.
Ed è qui che la faccenda diventa interessante.

Giannetta può avere ragione quando denuncia un sistema chiuso. Ma chi osserva da fuori ha il diritto di domandarsi quando, esattamente, quel sistema sia diventato insopportabile. Quando non premiava più il merito? Quando accoglieva avversari? Quando decideva candidature dall’alto? O quando la candidatura desiderata non è arrivata?

È una domanda sgradevole. Proprio per questo è una domanda giornalistica.

Furgiuele la liquida con una storia che ha il pregio della concretezza. Racconta di aver conosciuto Giannetta quando lui lavorava nei cantieri e Giannetta era sindaco di Oppido Mamertina: uno difendeva gli interessi dell’impresa, l’altro quelli del Comune. Sudore, stivali, asfalto, ulivi. Il numero sul telefonino sarebbe ancora memorizzato come “Mimmo Giannetta sindaco”.

È un buon racconto politico, perché trasforma una candidatura in un fatto umano. E Furgiuele insiste proprio su questa parola: “umanizzare” la politica. Secondo lui il vecchio centrodestra avrebbe mortificato militanti e classi dirigenti, usandoli per attaccare manifesti e dimenticandoli al momento delle scelte. Futuro Nazionale promette il contrario: selezione, territorio, merito, fedeltà agli uomini prima ancora che agli apparati.

Promessa seducente.

Anche qui, però, converrebbe conservare in tasca una monetina di scetticismo.

Tutti i partiti nascono puri. Poi devono fare le liste.

Furgiuele dice che Futuro Nazionale non vuole essere contro il centrodestra ma costruire “un centrodestra diverso”: identitario, sovranista, tradizionalista, meritocratico, territoriale. Chiama direttamente gli elettori di Fratelli d’Italia, Forza Italia e Lega e propone loro una specie di insurrezione silenziosa nell’urna. Il nemico non sarebbe dunque il centrodestra, ma il centrodestra com’è oggi. Non la casa, insomma, ma gli amministratori del condominio.

È una distinzione sottile e politicamente astuta.

Consente a Vannacci e ai suoi di combattere la coalizione senza dichiararsi estranei al suo popolo. Di colpire Forza Italia chiedendo contemporaneamente i voti degli elettori di Forza Italia. Di presentarsi come opposizione e, insieme, come possibile futuro alleato.

Non a caso, Giannetta lo dice quasi apertamente: Futuro Nazionale resta un’anima del centrodestra e immagina che, crescendo, arriverà il giorno in cui saranno gli altri ad avere bisogno di lui.

Prima, però, bisogna crescere.

E qui arriviamo al vero motivo per cui Reggio conta molto più del deputato che eleggerà.

Queste suppletive sono un esperimento.

Se Giannetta farà bene, Futuro Nazionale potrà dire che Vannacci non è soltanto un fenomeno mediatico e che esiste un elettorato disponibile a seguirlo fuori dagli equilibri tradizionali. Se farà male, i partiti maggiori potranno archiviare la ribellione come una rumorosa parentesi. È per questo che la candidatura ha provocato una reazione così rapida: Occhiuto ha dichiarato Giannetta fuori dalla maggioranza regionale immediatamente dopo l’annuncio. La politica sarà pure diventata liquida, ma quando arriva il momento delle espulsioni ritrova improvvisamente una sorprendente consistenza.

Furgiuele interpreta questa durezza come paura.

Può darsi.

Oppure può essere semplicemente politica.

Da quando esistono le coalizioni, chi si candida contro la coalizione non conserva facilmente il posto nella coalizione. Presentarlo come una ritorsione è efficace. Presentarlo come una conseguenza è altrettanto plausibile.

Il caso di Lamezia Terme lo dimostra meglio di qualsiasi comizio.

Massimo Cristiano apre la conferenza denunciando un “attacco vile” contro Futuro Nazionale. Pochi giorni dopo la candidatura di Giannetta, il sindaco Mario Murone ha revocato le deleghe all’assessora Donatella Amicarelli, espressione del gruppo vannacciano. Futuro Nazionale parla di rappresaglia e “ordini di scuderia”; il sindaco ha motivato invece la scelta con l’incompatibilità politica fra il programma del nuovo movimento e quello della maggioranza. I gruppi di Forza Italia, Fratelli d’Italia, Lega e Noi Moderati hanno sostenuto Murone.
Chi ha ragione?

Probabilmente ciascuno possiede un pezzo della ragione e, come spesso succede in politica, ne usa due.

Futuro Nazionale ha interesse a descrivere ogni esclusione come la prova che il sistema trema. Gli avversari hanno interesse a descriverla come una normale questione di coerenza politica.

La cronologia, almeno, merita attenzione: pochi giorni prima della rottura, a Lamezia, gli esponenti di Futuro Nazionale avevano incontrato Murone descrivendo il confronto come franco e costruttivo. Poi è arrivata la candidatura di Giannetta e il clima è precipitato. Questo non dimostra l’esistenza di un ordine calato dall’alto. Dimostra però che la candidatura reggina ha avuto conseguenze immediate ben oltre Reggio.

Ed è forse questa la prima vittoria di Vannacci: non elettorale, ancora, ma meccanica. Ha infilato un cacciavite negli ingranaggi del centrodestra calabrese e ha cominciato a girarlo.

Poi c’è il linguaggio.

Ed è impossibile ignorarlo.

Furgiuele evoca la Decima Flottiglia MAS, l’incursione di Alessandria del 1941, il sommergibile Scirè, gli incursori, la Queen Elizabeth. Dice, con tutte le cautele del caso, che Futuro Nazionale sarebbe entrato a Reggio come quegli uomini entrarono nel porto egiziano: pochi, silenziosi, capaci di mettere in difficoltà una flotta enorme. Parla del “vaso di Pandora”, dei moti di Reggio, delle barricate e dei carri armati. Poi aggiunge che questa volta i carri armati “siamo noi” e che l’arma sarà la scheda elettorale.

Roberto Vannacci, nel videomessaggio, rincara.

Gli avversari avrebbero portaerei, incrociatori, sommergibili. I suoi, invece, pinne, muta e autorespiratore. Pochi uomini contro la flotta.

Giannetta completa il trittico spiegando di andare “in guerra a mani nude” contro chi dispone addirittura della “bomba atomica”.

Per essere una conferenza dedicata alla sburocratizzazione, bisogna riconoscere che l’arsenale era notevole.

Si potrebbe liquidare tutto come folklore vannacciano. Sarebbe un errore.

Quel vocabolario serve a costruire una cosa molto precisa: la sproporzione.

Noi piccoli, loro enormi. Noi coraggiosi, loro potenti. Noi territorio, loro apparati. Noi uomini, loro sistema. Noi pinne, loro portaerei.

È una delle narrazioni politiche più antiche e più efficaci del mondo.

Il punto da verificare è se i “pochi uomini” siano davvero così privi di mezzi come si raccontano. Giannetta è stato capogruppo del principale partito della coalizione in Regione. Furgiuele è un parlamentare. Futuro Nazionale ha già gruppi e rappresentanti locali. Non sono propriamente tre naufraghi su una zattera.

Sono politici esperti che hanno scelto di presentarsi come insurgenti.

E anche questo è interessante.

Vannacci aggiunge un altro tema: il familismo. Nel testo della conferenza sostiene che una certa politica calabrese favorisca amici, parenti e amici degli amici e contrappone a questa logica una politica aperta a chi “vale”. Giannetta riprende l’accusa e sostiene che una parte di Forza Italia avrebbe premiato persone esterne e penalizzato i militanti. Sono accuse politiche serie che, senza documentazione specifica, devono restare ciò che sono: accuse degli interessati, non sentenze.
Ma il tema esiste e probabilmente toccherà un nervo scoperto.

Perché in Calabria, come altrove, “meritocrazia” è una parola che piace a tutti fino al momento in cui bisogna stabilire chi sia il meritevole.

Ed ecco il secondo asse della campagna: il territorio.

“Reggio ai reggini e la Calabria ai calabresi”, dice Giannetta. Respinge le candidature calate dall’alto, rivendica la conoscenza diretta del tessuto economico e sociale e ironizza sull’avversario che verrebbe da fuori. Ricorda il precedente Minicuci, che fu bollato come “straniero”, e chiede perché la stessa severità territoriale non debba valere oggi.
Qui la polemica tocca un punto reale della competizione: la candidatura di Giannetta è stata costruita proprio in opposizione alla scelta del centrodestra di puntare sull’avvocato romano Francesco Roscioli, mentre anche il campo progressista ha accusato la coalizione di aver scelto una figura estranea al territorio.

Il localismo, tuttavia, è un animale strano.

Quando il candidato locale è il nostro, diventa radicamento. Quando quello forestiero è bravo, diventa apertura. Quando il forestiero è degli altri, diventa colonizzazione.

Sarebbe utile sapere, fra un mese, se agli elettori interesserà davvero il certificato di nascita o qualcosa di molto più prosaico: chi pensano possa essere più utile a Reggio una volta seduto a Montecitorio.

Giannetta porta in dote un argomento personale non trascurabile: i suoi consensi. Sostiene che i circa 10.500 voti ottenuti non fossero proprietà di Forza Italia ma un patrimonio politico personale. E sfida il vecchio partito a dimostrare di poterli sostituire facilmente.

Il 27 e 28 settembre sapremo qualcosa di più.

Le elezioni hanno questo difetto magnifico: interrompono le autobiografie.

Dicono quanti dei voti che un politico considera “suoi” siano davvero suoi.

Sullo sfondo c’è poi la figura di Jole Santelli, che Giannetta ricorda come propria madrina politica e alla quale attribuisce una scelta decisiva nella sua carriera. È il modo con cui prova a stabilire una continuità morale: non rinnego Forza Italia, dice in sostanza, rinnego ciò che ritengo sia diventata.

È una distinzione importante, forse persino sincera.

Ma anche qui l’elettore farà bene a esercitare un diritto antico: dubitare.

Perché tutti coloro che lasciano un partito sostengono di non essere cambiati loro. È sempre cambiato il partito.

Qualche volta è vero.

Qualche volta no.

Quasi sempre lo si scopre dopo.

Infine c’è l’entusiasmo.

La sala piena, le circa quattrocento firme raccolte rapidamente, i militanti arrivati da Cosenza e dalla Sicilia, i ragazzi che chiederebbero il braccialetto di Vannacci, la convinzione che qualcosa si stia muovendo. Furgiuele parla di “tsunami”. Giannetta di “sussulto popolare”. Vannacci di speranza contagiosa.
Può essere.

Ma le conferenze stampa hanno un difetto: sono frequentate soprattutto da quelli che ci vogliono andare.

Una sala gremita misura bene la temperatura della sala. Per misurare quella di settantuno comuni bisognerà aspettare le urne.

Ed è proprio per questo che la vicenda merita curiosità.

Non perché Futuro Nazionale abbia già vinto qualcosa. Non ha vinto ancora nulla.

Non perché Forza Italia sia sul punto di crollare. Non c’è alcuna prova che lo sia.

Non perché Vannacci abbia già rifatto la destra italiana.

Ma perché per la prima volta il suo progetto esce dal territorio confortevole delle dichiarazioni e si sottopone alla brutalità di un numero.

Giannetta sostiene che abbiano già “fatto rumore”.

Su questo è difficile dargli torto.

La domanda è se il rumore diventerà consenso.

E se quel consenso sarà abbastanza grande da costringere il centrodestra a cambiare, abbastanza piccolo da permettergli di ignorarlo, oppure abbastanza fastidioso da renderlo dipendente da coloro che oggi considera ribelli.

In fondo, sotto le portaerei, gli autorespiratori, i tradimenti, le famiglie, le gabbie, gli tsunami e i carri armati, la storia è molto più semplice.

C’è un uomo che lascia il partito in cui ha trascorso ventiquattro anni.

C’è un partito nuovo che vuole dimostrare di non essere soltanto il cognome del suo fondatore.

C’è un centrodestra che improvvisamente scopre di avere un concorrente alla propria destra.

E c’è Reggio Calabria, che per un mese si ritroverà trasformata da periferia elettorale a piccolo laboratorio nazionale.

Tutto il resto è campagna.

E il rumore, a dire il vero, non è mancato.

Anzi, Mimmo Giannetta ha approfittato della conferenza stampa anche per far volare gli stracci con Francesco Cannizzaro. E non si è risparmiato. Ha contestato il modo in cui vengono costruite le candidature, ha rivendicato la propria “regginità”, ha ricordato il precedente Minicuci, ha ironizzato su chi diventerebbe reggino per un giorno partecipando alla festa della Madonna e ha accusato il sistema di usare due pesi e due misure: lo straniero è straniero quando conviene, diventa improvvisamente uomo del territorio quando serve.

Non siamo più, dunque, alla cortese dialettica fra ex compagni di coalizione.

Siamo alla resa dei conti.

E quando una campagna elettorale comincia così, a un mese dal voto, è difficile immaginare che finisca a colpi di fioretto.

Le temperature di settembre a Reggio Calabria potranno anche uscire dal bollettino meteorologico, ma politicamente il bollino rosso è già stato assegnato. Sarà una campagna rovente, probabilmente senza esclusione di colpi. E, conoscendo la politica italiana, non è affatto detto che tutti siano sopra la cintura.

Giannetta conosce uomini, meccanismi, debolezze e segreti di quella casa nella quale ha abitato per ventiquattro anni. I suoi avversari, dal canto loro, conoscono lui. È il vantaggio e insieme il pericolo delle guerre civili: nessuno deve studiare la mappa del nemico perché tutti hanno dormito, fino a ieri, nella stessa caserma.

E infatti in questa conferenza abbiamo già ascoltato accuse di tradimento, familismo, ritorsioni, candidature calate dall’alto, ordini di scuderia, apparati di potere. Abbiamo sentito evocare sommergibili, incursori, portaerei, carri armati e perfino bombe atomiche.

Manca poco altro.

In amore, si dice, tutto è permesso. In guerra, quasi tutto. In politica, a giudicare da quello che abbiamo visto e ascoltato, le regole sembrano diventare elastiche con sorprendente facilità. Le amicizie durano finché durano gli equilibri, i compagni diventano traditori, i traditori diventano uomini liberi, le espulsioni diventano coerenza oppure vendetta a seconda del lato dal quale le si osserva.

Non è una novità.

È la politica.

Ma la scena che forse meglio riassume l’intera giornata arriva alla fine.

Furgiuele è lì, abbracciato a Mimmo Giannetta e Massimo Cristiano. Sorride e con la mano indica tre.

Tre.

Dio, Patria e Famiglia”.

La vecchia triade, tornata a essere manifesto politico, identità, parola d’ordine e promessa. Tre parole semplici, potenti, antiche abbastanza da sembrare nuove ogni volta che qualcuno le rispolvera.

Futuro Nazionale vuole ripartire da lì.

Dal territorio contro gli apparati. Dal militante contro il funzionario. Dalla meritocrazia contro le famiglie politiche. Da Reggio contro le decisioni prese altrove. Da una destra che vuole tornare a chiamarsi destra senza chiedere scusa.

Il messaggio è chiarissimo.

Molto meno chiara è la risposta degli elettori.

Basteranno “questi tre” } Dio, Patria e Famiglia { a convincere i reggini a mettere una croce sul nome di Mimmo Giannetta e sul simbolo di Futuro Nazionale?

Basteranno ventiquattro anni di esperienza politica trasformati improvvisamente in testimonianza contro il sistema?

Basterà il radicamento territoriale?

Basterà Vannacci?

Basteranno la rabbia degli esclusi, il malcontento degli amministratori, i militanti delusi di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega che Furgiuele invita apertamente alla disobbedienza nell’urna?

Oppure, quando arriverà il momento di votare, prevarrà quella vecchia forza di gravità che in politica si chiama appartenenza?

È questo il punto.

Non le portaerei.

Non gli incursori.

Non i carri armati.

Non la bomba atomica.

I voti.

Le elezioni hanno infatti un pregio crudele: trasformano le metafore in numeri.

Il 27 e 28 settembre sapremo quanti reggini hanno davvero voglia di liberarsi dal centrodestra attuale senza abbandonare il centrodestra. Sapremo quanti voti Giannetta possiede davvero e quanti erano del partito che ha lasciato. Sapremo se Futuro Nazionale è già un soggetto politico oppure è ancora soprattutto una suggestione. Sapremo se Vannacci dispone di un esercito o, per restare nella metafora cara ai protagonisti, di pochi incursori molto rumorosi.

Una cosa, però, la sappiamo già.

Questa non sarà una campagna tranquilla.

Il primo colpo non è stato ancora sparato nelle urne e già si contano gli stracci volati, le porte sbattute, gli assessori revocati, le accuse, le allusioni, gli ex amici trasformati in avversari.

Da qui al voto ne sentiremo altre.

Probabilmente di peggiori.

Perché quando la politica diventa guerra, ciascuno sostiene di combattere per i principi e sospetta che l’altro combatta per la poltrona.

E forse la curiosità maggiore di queste suppletive sta proprio qui.

Capire chi, alla fine, convincerà gli elettori di avere davvero i principi.

E chi soltanto bisogno della poltrona.

Furgiuele, Giannetta e Cristiano chiudono la giornata abbracciati.

Tre uomini.

Tre dita.

Tre parole.

Dio, Patria e Famiglia.

Il resto, finalmente, non lo deciderà una conferenza stampa.

Lo decideranno gli elettori.

Per sapere se siamo davanti a una rivoluzione, a una scissione o semplicemente a un trasloco, conviene fare ciò che in politica si fa troppo poco.

Aspettare i voti.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere 

@luigi.palamara

La prova delle urne di Vannacci in Calabria con Mimmo Giannetta, ex capogruppo di Forza Italia regionale sino a qualche giorno fa. Oggi sono volati gli stracci tra Giannetta e Cannizzaro. Il partito di Roberto Vannacci si scontra per la prima volta con il voto reale nelle suppletive di Reggio Calabria, schierando l'ex capogruppo di Forza Italia Mimmo Giannetta e aprendo ufficialmente le ostilità con la coalizione. Tra metafore belliche, accuse di tradimento, rotture nei comuni e la triade "Dio, Patria e Famiglia", il nuovo movimento testa il proprio peso elettorale fuori dai sondaggi. Il generale, il medico e il vaso di Pandora L'Editoriale di Luigi Palamara  su CartaStraccia.News

♬ audio originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara

Furgiuele, Giannetta e Cristiano chiudono la giornata abbracciati. Tre uomini. Tre dita. Tre parole. Dio, Patria e Famiglia. Il resto, finalmente, non lo deciderà una conferenza stampa. Lo decideranno gli elettori. Per sapere se siamo davanti a una rivoluzione, a una scissione o semplicemente a un trasloco, conviene fare ciò che in politica si fa troppo poco. Aspettare i voti. Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno di Roccaforte del Greco detto L'Arciere Editoriale completo su CartaStraccia.News

♬ audio originale - Luigi Palamara
@luigi.palamara

La prova delle urne di Vannacci in Calabria con Mimmo Giannetta, ex capogruppo di Forza Italia regionale sino a qualche giorno fa. Oggi sono volati gli stracci tra Giannetta e Cannizzaro. Il partito di Roberto Vannacci si scontra per la prima volta con il voto reale nelle suppletive di Reggio Calabria, schierando l'ex capogruppo di Forza Italia Mimmo Giannetta e aprendo ufficialmente le ostilità con la coalizione. Tra metafore belliche, accuse di tradimento, rotture nei comuni e la triade "Dio, Patria e Famiglia", il nuovo movimento testa il proprio peso elettorale fuori dai sondaggi. Il generale, il medico e il vaso di Pandora L'Editoriale di Luigi Palamara  Un particolare, nella conferenza stampa di Reggio Calabria, che forse racconta più cose della politica di cento sondaggi. Prima ancora che si cominci a parlare di destra, di tradimenti, di carri armati, di parenti, di Roma, di Milano e naturalmente del destino della patria, qualcuno prega i presenti di non passare davanti alla telecamera. È una raccomandazione sensata. Ma è anche una bella metafora involontaria. Perché davanti alla telecamera, questa volta, vogliono passarci tutti. Futuro Nazionale, che per mesi è stato soprattutto un nome, un generale, un simbolo e una promessa, ha deciso di sottoporsi finalmente alla più antipatica delle verifiche: quella delle urne. Non un sondaggio, non una piazza, non un talk show. Voti veri. Le suppletive del collegio 05 di Reggio Calabria, convocate per il 27 e 28 settembre, saranno infatti il primo banco elettorale nazionale del partito di Roberto Vannacci. E il candidato scelto non è un giovanotto pescato da un gazebo, ma Domenico, detto Mimmo, Giannetta: medico, quattro volte consigliere regionale, già deputato e, fino a pochi giorni fa, capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale. Non è un dettaglio. È il dettaglio. Perché i partiti nuovi, quando vogliono dimostrare di esistere, possono fare due cose. Inventare uomini nuovi oppure sottrarre uomini vecchi agli altri. Futuro Nazionale, per ora, ha scelto la seconda strada. E sarebbe ingenuo scandalizzarsene: la politica italiana è stata costruita per buona parte così. Le conversioni, purché compiute dai nostri, si chiamano “scelte di coscienza”. Quelle degli altri, naturalmente, “tradimenti”. Giannetta assicura che non ha tradito nessuno. Dice invece di essere stato tradito lui da una Forza Italia che non riconoscerebbe più la meritocrazia, che premierebbe persone provenienti da altri mondi politici e dimenticherebbe chi per anni ha consumato scarpe, mani e pazienza sui territori. Ventiquattro anni nel partito, ricorda. Consigliere comunale, sindaco, consigliere provinciale, assessore, consigliere regionale, deputato: una carriera che, a sentirlo, somiglia alla gavetta di un alpino e che ai suoi critici potrebbe invece sembrare la prova che proprio tanto emarginato, finora, non fosse. Ed è qui che la faccenda diventa interessante. Giannetta può avere ragione quando denuncia un sistema chiuso. Ma chi osserva da fuori ha il diritto di domandarsi quando, esattamente, quel sistema sia diventato insopportabile. Quando non premiava più il merito? Quando accoglieva avversari? Quando decideva candidature dall’alto? O quando la candidatura desiderata non è arrivata? È una domanda sgradevole. Proprio per questo è una domanda giornalistica. Furgiuele la liquida con una storia che ha il pregio della concretezza. Racconta di aver conosciuto Giannetta quando lui lavorava nei cantieri e Giannetta era sindaco di Oppido Mamertina: uno difendeva gli interessi dell’impresa, l’altro quelli del Comune. Sudore, stivali, asfalto, ulivi. Il numero sul telefonino sarebbe ancora memorizzato come “Mimmo Giannetta sindaco”. È un buon racconto politico, perché trasforma una candidatura in un fatto umano. E Furgiuele insiste proprio su questa parola: “umanizzare” la politica.  Editoriale completo su CartaStraccia.News

♬ Pieces of Me - Leo Ashford
@luigi.palamara

La prova delle urne di Vannacci in Calabria con Mimmo Giannetta, ex capogruppo di Forza Italia regionale sino a qualche giorno fa. Oggi sono volati gli stracci tra Giannetta e Cannizzaro. Il partito di Roberto Vannacci si scontra per la prima volta con il voto reale nelle suppletive di Reggio Calabria, schierando l'ex capogruppo di Forza Italia Mimmo Giannetta e aprendo ufficialmente le ostilità con la coalizione. Tra metafore belliche, accuse di tradimento, rotture nei comuni e la triade "Dio, Patria e Famiglia", il nuovo movimento testa il proprio peso elettorale fuori dai sondaggi. Il generale, il medico e il vaso di Pandora L'Editoriale di Luigi Palamara  su CartaStraccia.News

♬ audio originale - Luigi Palamara

Posta un commento

0 Commenti