Il metodo Vannacci contro Reggio Calabria: quando il bersaglio vale più dei problemi reali.
Il cortocircuito della politica social tra provocazione e delegittimazione istituzionale.
Dallo scontro sul sindaco Cannizzaro alla deriva della democrazia digitale: la facile retorica del dileggio sostituisce il confronto sui contenuti, trasformando un'istituzione nella comparsa di uno spettacolo social.
L'Editoriale di Luigi Palamara
}C’è un punto oltre il quale la politica smette di essere politica e diventa teatro da curva.{
Quel punto, a Reggio Calabria, è stato superato.
Francesco Cannizzaro è il sindaco della città. Può piacere o non piacere. Può essere criticato, contestato, sfidato. Può essere accusato di aver sbagliato una scelta, una dichiarazione, una strategia politica. È questo il sale della democrazia.
Ma quando il confronto viene degradato a dileggio personale, quando un amministratore viene trasformato in bersaglio per alimentare la folla digitale, non siamo più davanti alla politica.
Siamo davanti alla sua caricatura.
Ed è curioso che a praticarla sia proprio chi ama presentarsi con l’immagine dell’uomo d’ordine.
Roberto Vannacci ha costruito una parte significativa della propria presenza pubblica sulla provocazione. È una tecnica antica: si individua un bersaglio, si semplifica, si esaspera, si ottiene una reazione e poi si raccoglie il consenso di chi cercava qualcuno contro cui sfogarsi.
Funziona.
Funziona sempre.
Il problema è che funzionano anche i fiammiferi in un deposito di benzina.
La questione non è se Vannacci possa criticare Cannizzaro. Naturalmente può farlo.
La questione è che chi dispone di una platea vasta non può fingere di non sapere quale effetto producano certe parole, certi post, certi ammiccamenti.
Quando migliaia di persone vengono spinte nella stessa direzione, il leader non può mettersi da parte e dire: «Io non c’entro».
Troppo comodo.
Un generale, almeno sulla carta, dovrebbe sapere che il comando non consiste soltanto nel guidare. Consiste nell’assumersi la responsabilità delle conseguenze.
E allora la domanda è semplice: che cosa si vuole ottenere quando si trasforma il sindaco di Reggio Calabria in un bersaglio da social?
Una discussione politica?
No.
Una riflessione sulla città?
Nemmeno.
Si vuole la reazione.
Si vuole il rumore.
Si vuole il branco.
È questa la parte più povera della politica contemporanea: quella che confonde il consenso con l’applauso, il seguito con la credibilità, la viralità con la forza.
Ma una clip non è un programma.
Un insulto non è un’idea.
Una valanga di commenti non è una visione politica.
E soprattutto una folla digitale non è un popolo.
Francesco Cannizzaro ha un merito che prescinde persino dal giudizio sul suo operato: è stato scelto dagli elettori.
Ha ricevuto un mandato.
E quel mandato non può essere cancellato da una battuta, da un montaggio, da uno spezzone estrapolato o da un esercito di commentatori che passano la giornata a insultare chiunque venga indicato come nemico.
Il sindaco va giudicato sui fatti.
Amministra bene?
Lo si dica.
Amministra male?
Lo si dimostri.
Ha mantenuto le promesse?
Si mettano sul tavolo i risultati.
Non le facce.
Non le smorfie.
Non le battute.
Non la derisione.
La politica seria è più faticosa, perché richiede dati, memoria, argomenti.
La politica da social, invece, richiede soltanto un bersaglio e un dito abbastanza veloce per pubblicare.
Ed è qui che la vicenda diventa più grande di Cannizzaro.
Perché il punto non è difendere un uomo.
Il punto è difendere Reggio Calabria dalla solita logica per cui questa città può essere trattata come periferia dello spettacolo politico nazionale.
No.
Reggio Calabria non è una comparsa.
Non è una platea buona soltanto per una provocazione, un applauso o una fotografia.
È una città con problemi enormi, certamente. Ma è anche una città con una dignità enorme.
E il suo sindaco, chiunque sia, rappresenta quella dignità.
Questo non lo rende intoccabile.
Lo rende responsabile.
E rende responsabili anche coloro che lo attaccano.
Per questo il confronto con Vannacci sarebbe perfino utile.
Ma un confronto vero.
Senza claque.
Senza slogan preparati.
Senza il riflesso pavloviano del pubblico che applaude prima ancora di capire.
Parliamo di Reggio Calabria.
Parliamo di infrastrutture.
Parliamo di lavoro.
Parliamo di giovani che partono.
Parliamo di servizi.
Parliamo di Mezzogiorno.
Parliamo di sicurezza.
Parliamo di sviluppo.
Vediamo chi ha qualcosa da dire.
Perché è molto più difficile parlare di una città che prenderne in giro il sindaco.
È molto più difficile proporre che provocare.
È molto più difficile governare che commentare.
Ed è molto più difficile assumersi una responsabilità che raccogliere una reazione.
Questo è il nodo.
Vannacci può continuare a usare il linguaggio della provocazione. È una scelta politica.
Può anche trovare consenso.
Ma non venga scambiato il consenso per autorevolezza.
L’autorevolezza non nasce dal numero di persone che ridono di qualcuno.
Nasce dalla capacità di reggere un confronto senza avere bisogno di trasformare l’avversario in una macchietta.
E qui la differenza è enorme.
Francesco Cannizzaro non va difeso perché sia perfetto.
Va difeso perché esiste una soglia oltre la quale l’attacco personale diventa un attacco al ruolo.
E quando si indebolisce il ruolo, si indebolisce l’istituzione.
Oggi è Cannizzaro.
Domani sarà un altro.
E chi oggi ride potrebbe scoprire troppo tardi che il metodo usato contro l’avversario è diventato il metodo usato contro tutti.
La politica italiana ha già abbastanza nani che si credono giganti soltanto perché hanno un pubblico.
Non abbiamo bisogno di aggiungerne altri.
Abbiamo bisogno di persone capaci di reggere il peso delle parole che pronunciano.
Perché un generale può anche cambiare uniforme.
Può entrare in politica.
Può conquistare voti.
Può riempire piazze e social.
Ma se per emergere ha bisogno di abbassare il livello del confronto, allora il problema non è il bersaglio.
È il generale.
E Reggio Calabria non ha alcun dovere di applaudirlo.
Luigi Palamara Giornalista e Artista Aspromontàno
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