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L’esercito dei disertori di Vannacci

L’esercito dei disertori di Vannacci

Il paradosso di Futuro Nazionale e la nuova stagione del trasformismo

Dal mito della meritocrazia ai transfughi della politica: il movimento dell’ex generale cresce raccogliendo gli scontenti delle vecchie case partitiche. Ma un esercito fondato su chi cambia casacca rischia di svuotarsi alla prima vera battaglia.

L’Editoriale di Luigi Palamara

La meritocrazia è una di quelle parole che la politica ama pronunciare soprattutto quando deve giustificare un addio.

Si lascia un partito perché non premia il merito. Si cambia strada perché mancavano spazio, ascolto, riconoscimento. Si abbandona una casa politica spiegando che ormai non corrisponde più ai propri valori. È una liturgia antica, alla quale ogni stagione aggiunge nuovi officianti.

E allora qualche domanda diventa inevitabile.

E se la prossima prova elettorale, per molti disertori accolti nell’accampamento di fortuna aperto da Vannacci, dovesse trasformarsi in un flop, quale sarebbe il peso politico residuo di chi oggi rivendica spazio, rappresentanza e meritocrazia?

Sono domande legittime.

Ma, in fondo, sono soltanto il prologo.

Perché il punto vero non è il destino politico di questo o quel candidato.

Il punto è Roberto Vannacci.

O meglio: ciò che si sta costruendo intorno a Roberto Vannacci.

Una formazione politica che sembra avere una singolare capacità di attrazione verso una categoria umana molto precisa: coloro che arrivano da qualche altra parte.

Ex leghisti, ex forzisti, ex appartenenti ad altre esperienze politiche. Delusi, fuoriusciti, dissidenti, convertiti, folgorati sulla via di una nuova patria.

Il vocabolario contemporaneo è ricco di formule delicate.

“Nuovo percorso”.

“Scelta di libertà”.

“Evoluzione politica”.

“Cambio di progetto”.

“Coerenza con sé stessi”.

La lingua italiana, quando vuole essere meno diplomatica, possiede però un’espressione molto più breve: cambio di casacca.

E poiché Vannacci appartiene culturalmente e professionalmente al mondo militare, possiamo permetterci una definizione ancora più suggestiva.

Disertori.

Non nel significato giuridico o militare del termine, naturalmente, ma in quello politico e metaforico: uomini e donne che abbandonano un campo per schierarsi sotto un’altra bandiera.

Ed è qui che nasce il paradosso.

Perché Vannacci non rischia soltanto di diventare il generale di un esercito composto da disertori degli eserciti altrui.

Vannacci, nella metafora politica di questa storia, è lui stesso l’esempio più evidente del disertore.

È stato eletto grazie alla Lega, ha utilizzato quel partito come piattaforma politica, come struttura, come veicolo elettorale, come mezzo per arrivare a Bruxelles e conquistare una legittimazione che prima non possedeva. Poi, una volta raggiunta la destinazione, ha cambiato strada.

E allora il cortocircuito è completo.

L’ex generale che oggi raccoglie i transfughi è stato, a sua volta, un transfuga.

Colui che arruola chi cambia casacca ha cambiato casacca.

Colui che chiama a raccolta gli scontenti ha costruito la propria parabola politica passando attraverso una casa che poi ha lasciato.

È l’esempio dell’esempio.

Il disertore che adesso guida i disertori.

Ed è forse questo l’aspetto più singolare dell’intera operazione: non un comandante rimasto fedele alla propria trincea che raccoglie reduci dispersi, ma un uomo che ha cambiato campo e che oggi si propone come riferimento proprio di chi cambia campo.

Una specie di Legione Straniera della politica italiana, nella quale il requisito d’ingresso sembra essere, sempre più spesso, aver avuto un’altra tessera in tasca fino al giorno precedente.

Non sarebbe nemmeno una novità.

Il trasformismo è una delle istituzioni più longeve della Repubblica, benché non sia mai stato inserito nella Costituzione.

Abbiamo visto parlamentari attraversare l’emiciclo con maggiore frequenza di un pendolare. Abbiamo assistito a conversioni ideologiche così fulminee che San Paolo, sulla via di Damasco, al confronto appare un uomo tormentato dai dubbi.

Ma qui c’è qualcosa di più interessante.

Perché Futuro Nazionale pretende di presentarsi come una rottura con quella politica.

Nuova.

Diversa.

Alternativa.

Nemica dei giochi di Palazzo.

Eppure rischia di nascere utilizzando uno dei materiali più antichi del Palazzo stesso: i fuoriusciti.

Il nuovo costruito con i reduci del vecchio.

La rivoluzione alimentata dai transfughi.

La coerenza proclamata da chi ha appena cambiato insegna.

È una contraddizione che merita attenzione.

Anche perché lo stesso percorso politico di Vannacci dovrebbe indurre qualche riflessione nei suoi nuovi seguaci.

La Lega che cosa è stata?

Una casa?

Una convinzione?

Un approdo?

Oppure semplicemente un taxi?

Un mezzo utile per percorrere velocemente il tratto di strada che separava una notorietà pubblica da una carriera politica?

Perché, se la Lega è stata soltanto il veicolo necessario per arrivare a Bruxelles, ottenere voti, visibilità e legittimazione politica, allora chi oggi sale sul nuovo mezzo dovrebbe almeno domandarsi quale sarà la prossima fermata.

E soprattutto dovrebbe chiedersi una cosa molto semplice: perché chi ha lasciato una volta non dovrebbe lasciare ancora?

È una domanda che non riguarda la simpatia personale per Vannacci.

Riguarda la fiducia.

La politica può sopravvivere alle divergenze. Può sopravvivere ai litigi. Può perfino sopravvivere alle sconfitte.

Ma difficilmente può sopravvivere a lungo senza fiducia.

E come si costruisce una comunità politica stabile se il suo collante principale è l’insoddisfazione maturata nelle comunità precedenti?

Un partito può nascere contro qualcuno.

Può perfino crescere contro qualcuno.

Ma prima o poi deve spiegare per che cosa esiste.

Altrimenti diventa una sala d’attesa per risentimenti politici.

Qui ritorna la famosa meritocrazia.

Perché forse dovremmo finalmente decidere che cosa significa merito in politica.

Merito è raccogliere preferenze?

Certamente.

Merito è rappresentare territori?

Anche.

Merito è costruire una classe dirigente?

Senza dubbio.

Ma merito dovrebbe essere anche assumersi responsabilità.

Restare quando il vento cambia.

Rispondere degli errori.

Accettare una sconfitta senza trasformarla immediatamente nella colpa di qualcun altro.

Avere una storia politica che non venga riscritta a ogni cambio di simbolo.

Altrimenti non parliamo più di meritocrazia.

Parliamo di convenienza.

E il problema della convenienza è che non conosce fedeltà.

Chi arriva abbandonando politicamente una precedente appartenenza } usiamo il verbo in senso politico, non morale { potrà sempre fare altrettanto quando troverà un’occasione migliore.

È la vecchia legge del trasformismo: chi viene accolto come eroe perché ha abbandonato il nemico può diventare domani il traditore che abbandona te.

E Vannacci dovrebbe conoscerla meglio di chiunque altro.

Perché il suo problema, ormai, non è soltanto quello di guidare un esercito di transfughi.

È che il comandante porta addosso la stessa medaglia dei suoi soldati.

Ha cambiato campo prima di molti di loro.

E oggi, ironia della politica, li chiama a raccolta.

Un ex generale sa che un esercito non si misura soltanto dal numero degli uomini.

Si misura dalla disciplina.

Dalla fiducia.

Dalla capacità di restare insieme quando comincia la battaglia vera.

Ed è proprio qui che Futuro Nazionale affronterà il suo esame più difficile.

Non raccogliere scontenti.

Quello è facile.

La politica italiana ne produce quotidianamente in quantità industriale.

Il difficile sarà trasformare quella raccolta di biografie provenienti da mondi diversi in una comunità politica.

Perché un conto è radunare i disertori.

Un altro è costruire un esercito.

E quando a guidare i disertori c’è chi, politicamente, ha già disertato a sua volta, il paradosso diventa quasi perfetto.

Resta soltanto una domanda.

Alla prima battaglia persa, chi sarà il primo a ricordarsi la strada?

Luigi Palamara
Giornalista, scrittore e artista aspromontano

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