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Il safari dell’abisso. L'orrore dei droni sulla popolazione civile

Il safari dell'abisso: quando la guerra diventa caccia all'uomo

Dalle testimonianze sui civili trasformati in bersagli alla tecnologia che anestetizza la violenza: riflessione sul confine sottile tra crimine e spettacolo nell'era dei conflitti digitali.

L'Editoriale di Luigi Palamara 


Una parola che, più di ogni altra, racconta l’orrore di questa guerra: safari.

Non battaglia. Non duello. Non scontro fra soldati. Safari. Una caccia nella quale chi impugna l’arma non rischia nulla, mentre la preda è un uomo qualunque, un civile, un venditore di verdura che cerca disperatamente riparo attorno a un veicolo. Dall’altra parte dello schermo, lontano dal sangue e dalle urla, qualcuno lo osserva attraverso l’occhio elettronico di un drone.

Poi preme un comando.

Secondo il racconto diffuso dalle autorità ucraine, l’ordigno esplode accanto all’uomo e lo ferisce. Non sappiamo cosa pensasse il pilota in quell’istante. Ma sappiamo ciò che mostrano le immagini descritte: un essere umano che fugge e una macchina che lo insegue. Una tecnologia nata per ampliare le capacità dell’uomo impiegata, ancora una volta, per restringerne la coscienza.

La guerra ha sempre cercato di trasformare il nemico in una cosa. Un bersaglio, una sagoma, una coordinata. Il drone porta questa trasformazione alla perfezione: cancella la distanza morale proprio mentre aumenta quella fisica. Chi colpisce non sente l’odore della polvere, non incrocia gli occhi della vittima, non vede il terrore se non come un’immagine tremolante su un monitor.

È così che un uomo diventa un puntino.

Ed è così che il delitto rischia di diventare spettacolo.

La parte più agghiacciante del racconto non è soltanto l’attacco. È la presunta esibizione dell’attacco, la vanteria, la soddisfazione di chi trasformerebbe la sofferenza civile in propaganda. Quando la violenza viene mostrata come un trofeo, non siamo più soltanto davanti alla brutalità della guerra. Siamo davanti alla sua pornografia: il dolore altrui consumato, commentato, condiviso.

Non occorre essere ucraini per provare indignazione. Non occorre approvare ogni scelta di Kyiv, né chiudere gli occhi davanti agli errori e agli abusi commessi da qualunque parte. Occorre soltanto conservare una misura elementare dell’umano: chi insegue deliberatamente un civile inerme e gli sgancia accanto un ordigno non sta combattendo un esercito. Sta esercitando il potere assoluto del cacciatore sulla preda.

Le guerre moderne sono piene di parole costruite per anestetizzare: “obiettivo”, “neutralizzazione”, “danno collaterale”. Ma il venditore di verdura di Kherson non è un danno collaterale. È un uomo. Ha un volto, una storia, forse una famiglia che lo aspettava. Corre non per conquistare una posizione strategica, ma per restare vivo.

Questa scena dovrebbe inquietare anche chi considera il conflitto ucraino una faccenda lontana. Perché il problema non riguarda soltanto la Russia, l’Ucraina o Kherson. Riguarda il mondo che stiamo costruendo: un mondo nel quale uccidere può assomigliare sempre più a un videogioco, mentre morire resta tragicamente reale.

La tecnologia non rende la guerra più pulita. La rende più facile per chi spara e più invisibile per chi guarda. E proprio per questo impone maggiore responsabilità, non minore. Ogni immagine deve essere verificata, ogni responsabilità accertata, ogni possibile crimine indagato. Ma nessun dubbio metodologico può diventare un alibi morale.

Se il racconto è confermato, quell’uomo non è stato soltanto ferito da un’esplosione. È stato colpito dall’idea più antica e più vile della storia: che il forte possa divertirsi con la paura del debole.

Le guerre finiscono, prima o poi. Restano però le immagini, le responsabilità e le domande. Una soprattutto: che cosa diventa un esercito quando scambia i civili per selvaggina?

E che cosa diventiamo noi, se ci abituiamo a guardare?

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

@luigi.palamara

Il safari dell'abisso: quando la guerra diventa caccia all'uomo Dalle testimonianze sui civili trasformati in bersagli alla tecnologia che anestetizza la violenza: riflessione sul confine sottile tra crimine e spettacolo nell'era dei conflitti digitali. L'Editoriale di Luigi Palamara  Una parola che, più di ogni altra, racconta l’orrore di questa guerra: safari. Non battaglia. Non duello. Non scontro fra soldati. Safari. Una caccia nella quale chi impugna l’arma non rischia nulla, mentre la preda è un uomo qualunque, un civile, un venditore di verdura che cerca disperatamente riparo attorno a un veicolo. Dall’altra parte dello schermo, lontano dal sangue e dalle urla, qualcuno lo osserva attraverso l’occhio elettronico di un drone. Poi preme un comando. Secondo il racconto diffuso dalle autorità ucraine, l’ordigno esplode accanto all’uomo e lo ferisce. Non sappiamo cosa pensasse il pilota in quell’istante. Ma sappiamo ciò che mostrano le immagini descritte: un essere umano che fugge e una macchina che lo insegue. Una tecnologia nata per ampliare le capacità dell’uomo impiegata, ancora una volta, per restringerne la coscienza. La guerra ha sempre cercato di trasformare il nemico in una cosa. Un bersaglio, una sagoma, una coordinata. Il drone porta questa trasformazione alla perfezione: cancella la distanza morale proprio mentre aumenta quella fisica. Chi colpisce non sente l’odore della polvere, non incrocia gli occhi della vittima, non vede il terrore se non come un’immagine tremolante su un monitor. È così che un uomo diventa un puntino. Ed è così che il delitto rischia di diventare spettacolo. La parte più agghiacciante del racconto non è soltanto l’attacco. È la presunta esibizione dell’attacco, la vanteria, la soddisfazione di chi trasformerebbe la sofferenza civile in propaganda. Quando la violenza viene mostrata come un trofeo, non siamo più soltanto davanti alla brutalità della guerra. Siamo davanti alla sua pornografia: il dolore altrui consumato, commentato, condiviso. Non occorre essere ucraini per provare indignazione. Non occorre approvare ogni scelta di Kyiv, né chiudere gli occhi davanti agli errori e agli abusi commessi da qualunque parte. Occorre soltanto conservare una misura elementare dell’umano: chi insegue deliberatamente un civile inerme e gli sgancia accanto un ordigno non sta combattendo un esercito. Sta esercitando il potere assoluto del cacciatore sulla preda. Le guerre moderne sono piene di parole costruite per anestetizzare: “obiettivo”, “neutralizzazione”, “danno collaterale”. Ma il venditore di verdura di Kherson non è un danno collaterale. È un uomo. Ha un volto, una storia, forse una famiglia che lo aspettava. Corre non per conquistare una posizione strategica, ma per restare vivo. Questa scena dovrebbe inquietare anche chi considera il conflitto ucraino una faccenda lontana. Perché il problema non riguarda soltanto la Russia, l’Ucraina o Kherson. Riguarda il mondo che stiamo costruendo: un mondo nel quale uccidere può assomigliare sempre più a un videogioco, mentre morire resta tragicamente reale. La tecnologia non rende la guerra più pulita. La rende più facile per chi spara e più invisibile per chi guarda. E proprio per questo impone maggiore responsabilità, non minore. Ogni immagine deve essere verificata, ogni responsabilità accertata, ogni possibile crimine indagato. Ma nessun dubbio metodologico può diventare un alibi morale. Se il racconto è confermato, quell’uomo non è stato soltanto ferito da un’esplosione. È stato colpito dall’idea più antica e più vile della storia: che il forte possa divertirsi con la paura del debole. Le guerre finiscono, prima o poi. Restano però le immagini, le responsabilità e le domande. Una soprattutto: che cosa diventa un esercito quando scambia i civili per selvaggina? E che cosa diventiamo noi, se ci abituiamo a guardare? Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

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