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“Carta Straccia”, nel nome la provocazione, nel contenuto la sostanza. Leggetelo. Non per abitudine, ma per scelta.

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La vita rinviata

La vita rinviata

L'Editoriale di Luigi Palamara 

Abbiamo inventato molte macchine per guadagnare tempo e, con una coerenza degna di miglior causa, siamo riusciti a non averne più.

Corriamo. Corriamo sempre. Corriamo verso il venerdì sera, verso le ferie, verso la laurea, verso un impiego migliore, una casa più grande, una famiglia perfetta, una pensione sufficientemente lontana da sembrarci immortali. Chiamiamo tutto questo “costruire il futuro”. Ma spesso è soltanto un modo elegante per disertare il presente.

La felicità, ci raccontiamo, verrà dopo.

Dopo questa scadenza.
Dopo questo sacrificio.
Dopo la prossima promozione.
Dopo che avremo sistemato ogni cosa.

Il guaio è che ogni “dopo” ne genera un altro. E la vita, che non ha mai avuto molta pazienza con i nostri programmi, intanto passa.

Passa nel caffè bevuto in piedi, senza sentirne il sapore. Passa in una risata interrotta da una notifica. Passa in un abbraccio dato con un occhio allo schermo. Passa in certi tramonti che fotografiamo per poterli guardare più tardi, quando non avremo più tempo neppure per quelli.

Siamo diventati archivisti della nostra esistenza. Registriamo tutto e viviamo poco.

Naturalmente diciamo di farlo in nome della libertà.

È una parola che adoperiamo con generosità, soprattutto quando vogliamo nasconderci una dipendenza. Vogliamo essere liberi dal cartellino, dall’ufficio, dal padrone, dall’orario fisso. E allora ci procuriamo un telefono che non si spegne mai, lavoriamo dalla cucina, dal letto, dalla spiaggia, dalla sala d’attesa, e ci congratuliamo con noi stessi per aver conquistato l’autonomia.

Una conquista curiosa: siamo reperibili sempre.

Un tempo il padrone possedeva otto ore della nostra giornata. Ora gliene consegniamo dodici, ma senza il fastidio di doverlo incontrare. Ce lo portiamo in tasca. Vibra. Lampeggia. Reclama. E noi obbediamo.

La vecchia prigione aveva muri, cancelli e un sorvegliante. Quella nuova ha una password, una connessione veloce e l’aria rassicurante di un’opportunità.

Non si tratta, sia chiaro, di dichiarare guerra alla tecnologia o al lavoro. Sarebbe una posa sciocca. Il lavoro dà dignità, indipendenza e, in molti casi, persino gioia. La tecnologia ha accorciato distanze che parevano insuperabili. Ma uno strumento smette di servirci quando siamo noi a servirlo.

E oggi molti servono il proprio telefono con una dedizione che un tempo si riservava agli altari.

Sempre presenti. Sempre efficienti. Sempre produttivi.

Fermi mai.

Perché fermarsi è diventato sospetto. Chi rallenta teme di essere superato. Chi non risponde subito teme di essere dimenticato. Chi non pubblica teme di scomparire. Chi non cresce teme di aver fallito.

Ma crescere verso dove?

È la domanda che nessuno vuole farsi, perché potrebbe guastare la festa. Potrebbe rivelarci che alcuni degli obiettivi che rincorriamo non sono nostri. Ci sono stati consegnati dalla famiglia, dall’ambiente, dalla pubblicità, dagli algoritmi, da quella folla invisibile che ogni giorno ci spiega quale casa desiderare, quale corpo esibire, quale successo simulare.

Così lavoriamo di più per comprare cose che non ci servono, con cui impressionare persone che non amiamo, mentre trascuriamo quelle che ci aspettano a tavola.

E continuiamo a chiamarla libertà.

Il vuoto, però, non si lascia ingannare. Puoi coprirlo di risultati, appuntamenti e fotografie. Puoi riempire l’agenda fino a farla scoppiare. Puoi convincere tutti di essere arrivata. Ma quando arriva la sera, e lo schermo finalmente tace, quel vuoto torna a sedersi accanto a te.

Non domanda quanto hai prodotto.

Domanda quanto hai vissuto.

La risposta non consiste necessariamente nel mollare tutto, trasferirsi su una montagna e nutrirsi di bacche. Anche questa sarebbe una caricatura, e per giunta scomoda. La libertà non è la fuga romantica dalle responsabilità. È la capacità, assai più difficile, di scegliere quali responsabilità meritino il nostro tempo.

Significa poter dire: questo ritmo non mi appartiene.

Significa smettere di considerarsi sbagliati perché non si desidera la stessa vita degli altri. Significa comprendere che non esiste un modello universale di successo, se non nella mente di chi vuole vendercelo.

Una comunità autentica dovrebbe servire proprio a questo: non a imporre un’altra uniforme, ma a ricordarci che possiamo camminare insieme senza marciare allo stesso passo.

Non c’è libertà dove qualcuno ti ordina che cosa desiderare. Ma non c’è libertà neppure quando sei tu a importi desideri che non riconosci più.

Forse, dunque, non abbiamo bisogno di correre più forte.

Forse dobbiamo avere il coraggio, oggi quasi rivoluzionario, di fermarci. Bere un caffè prima che diventi freddo. Ascoltare una persona senza preparare la risposta. Guardare un tramonto senza trasformarlo in contenuto. Spegnere il telefono senza sentirci colpevoli. Domandarci, con una sincerità che può far male: la vita che sto inseguendo è davvero la mia?

Non è una domanda comoda.

Le domande importanti non lo sono mai.

Ma potrebbe indicarci la direzione giusta. Perché la vita non comincerà con il prossimo weekend, con le ferie, con la laurea o con il lavoro perfetto.

La vita è già cominciata.

E non ha alcuna intenzione di aspettarci.

Luigi Palamara Giornalista, Scrittore e Artista Aspromontàno 

@luigi.palamara

La vita rinviata L'Editoriale di Luigi Palamara  Abbiamo inventato molte macchine per guadagnare tempo e, con una coerenza degna di miglior causa, siamo riusciti a non averne più. Corriamo. Corriamo sempre. Corriamo verso il venerdì sera, verso le ferie, verso la laurea, verso un impiego migliore, una casa più grande, una famiglia perfetta, una pensione sufficientemente lontana da sembrarci immortali. Chiamiamo tutto questo “costruire il futuro”. Ma spesso è soltanto un modo elegante per disertare il presente. La felicità, ci raccontiamo, verrà dopo. Dopo questa scadenza. Dopo questo sacrificio. Dopo la prossima promozione. Dopo che avremo sistemato ogni cosa. Il guaio è che ogni “dopo” ne genera un altro. E la vita, che non ha mai avuto molta pazienza con i nostri programmi, intanto passa. Passa nel caffè bevuto in piedi, senza sentirne il sapore. Passa in una risata interrotta da una notifica. Passa in un abbraccio dato con un occhio allo schermo. Passa in certi tramonti che fotografiamo per poterli guardare più tardi, quando non avremo più tempo neppure per quelli. Siamo diventati archivisti della nostra esistenza. Registriamo tutto e viviamo poco. Naturalmente diciamo di farlo in nome della libertà. È una parola che adoperiamo con generosità, soprattutto quando vogliamo nasconderci una dipendenza. Vogliamo essere liberi dal cartellino, dall’ufficio, dal padrone, dall’orario fisso. E allora ci procuriamo un telefono che non si spegne mai, lavoriamo dalla cucina, dal letto, dalla spiaggia, dalla sala d’attesa, e ci congratuliamo con noi stessi per aver conquistato l’autonomia. Una conquista curiosa: siamo reperibili sempre. Un tempo il padrone possedeva otto ore della nostra giornata. Ora gliene consegniamo dodici, ma senza il fastidio di doverlo incontrare. Ce lo portiamo in tasca. Vibra. Lampeggia. Reclama. E noi obbediamo. La vecchia prigione aveva muri, cancelli e un sorvegliante. Quella nuova ha una password, una connessione veloce e l’aria rassicurante di un’opportunità. Non si tratta, sia chiaro, di dichiarare guerra alla tecnologia o al lavoro. Sarebbe una posa sciocca. Il lavoro dà dignità, indipendenza e, in molti casi, persino gioia. La tecnologia ha accorciato distanze che parevano insuperabili. Ma uno strumento smette di servirci quando siamo noi a servirlo. E oggi molti servono il proprio telefono con una dedizione che un tempo si riservava agli altari. Sempre presenti. Sempre efficienti. Sempre produttivi. Fermi mai. Perché fermarsi è diventato sospetto. Chi rallenta teme di essere superato. Chi non risponde subito teme di essere dimenticato. Chi non pubblica teme di scomparire. Chi non cresce teme di aver fallito. Ma crescere verso dove? È la domanda che nessuno vuole farsi, perché potrebbe guastare la festa. Potrebbe rivelarci che alcuni degli obiettivi che rincorriamo non sono nostri. Ci sono stati consegnati dalla famiglia, dall’ambiente, dalla pubblicità, dagli algoritmi, da quella folla invisibile che ogni giorno ci spiega quale casa desiderare, quale corpo esibire, quale successo simulare. Così lavoriamo di più per comprare cose che non ci servono, con cui impressionare persone che non amiamo, mentre trascuriamo quelle che ci aspettano a tavola. E continuiamo a chiamarla libertà. Il vuoto, però, non si lascia ingannare. Puoi coprirlo di risultati, appuntamenti e fotografie. Puoi riempire l’agenda fino a farla scoppiare. Puoi convincere tutti di essere arrivata. Ma quando arriva la sera, e lo schermo finalmente tace, quel vuoto torna a sedersi accanto a te. Non domanda quanto hai prodotto. Domanda quanto hai vissuto. La risposta non consiste necessariamente nel mollare tutto, trasferirsi su una montagna e nutrirsi di bacche. Anche questa sarebbe una caricatura, e per giunta scomoda. La libertà non è la fuga romantica dalle responsabilità. È la capacità, assai più difficile, di scegliere quali responsabilità meritino il nostro tempo. Editoriale completo su CartaStraccia.News

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